[DallaRete] Cronaca da Atene

imageL’emancipazione della dissonanza. Tono pacato e caloroso, Tsipras sale solo sul palco dopo Nothing else matter dei Metallica e Rock el Casbah di Rachid Taha: “La Grecia lascia l’austerità, lascia anni di oppressione e va avanti con la speranza verso un’Europa che sta cambiando”. Poi un saluto agli internazionali che ininterrottamente hanno sventolato le bandiere di Die Link, Fronte de Gauche, Podemos e Rifondazione. Il prossimo primo ministro fa appello all’unità nazionale, ad una Grecia unita contro l’oligarchia: “Il popolo greco ha messo la Troika al passato, ci da mandato per un rinascimento nazionale. Faremo un governo per tutti e daremo fiducia a tutti, lotteremo per ricostruire la nostra patria, non ci sono vincitori e vinti, è finita la Grecia degli oligarchi”. La maggioranza è quasi monocolore, mentre chiudo il pezzo i seggi ottenuti da Syriza sono 149 sui 151 necessari per governare da soli. La vittoria è storica. Un europeista anti Troika non prono e poco incline alla vacua esortazione siederà dinanzi la Merkel e fonderà l’Europa; non più solo entità finanziaria ma finalmente anche politica. In piazza Luciana Castellina saluta con un “ogni tanto vinciamo”, molti gli orfani di Bertinotti, per qualcuno dubito che porti bene, ma pare che il sortilegio non funzioni fuori i confini nazionali.

La strada che ha portato alla vittoria. “Rinegoziare il debito con l’Unione e cambiare radicalmente la politica economica europea”. È la prima elezione continentale a proporre con decisione una nuova linea: non un anti europeismo di facciata (via dall’euro e autarchia), una linea morbidamente annacquata di tentata esortazione (crediamo nella possibile flessibilità dei vincoli che producono austerità, il leit-motive di un Renzi ormai inceppato). Alexis Tsripas ha capito una cosa, ha compreso che il mondo non lo interpreti più dividendolo tra borghesia, proletariato e sottoproletariato; tra proprietari e lavoratori, ma tra debitori e creditori. In un paese con un milione e quattrocentomila disoccupati (tolti minorenni e pensionati fanno uno su quattro), con metà della popolazione sull’orlo della povertà (uno su tre tra chi lavora sbarca il lunario con fatica), il messaggio arriva chiaro: debitori di tutto il mondo unitevi! Contatevi, siete la maggioranza! In Grecia il 10% della popolazione detiene il 28% della ricchezza, in fondo alla piramide l’ultimo 10% detiene solo il 2%. La società di mezzo fatta di piccoli imprenditori e ceto medio tende costantemente verso il basso. Tsipras sembra aver detto: assumete coscienza di classe, classe di debitori. È un discorso intergenerazionale, adatto alle orecchie di chi il lavoro lo ha perso e a cui mancano ancora dieci anni alla pensione, di chi ha una pensione di quattrocento euro e spacca il centesimo su ogni necessario acquisto, di chi ha trent’anni e il lavoro non sa ancora cos’è. Il fardello della crisi qui ad Atene lo porta il lavoratore del pubblico impiego. Ha visto ridursi sia stipendio che potenziale d’acquisto in poco più di dieci anni. Il sindacato, decisivo nelle mobilitazioni di piazza fino a dieci anni fa, ha perso capacità contrattuale e clientela

Una donna ad Atene. Cosa deve accadere affinchè una formazione politica, che noi chiameremmo di sinistra radicale, diventi primo partito? Lo chiedo ad Elena, italiana che ha sposato un greco e che vive alla periferia di Atene da vent’anni. “Abbiamo accumulato tanta disperazione, fame e rabbia soprattutto. Non è stata solo la crisi a preparare il terreno a Syriza, ma il sentirsi abbandonati dal resto dell’ Europa. Siamo stati descritti come pigri e fannulloni, come una nazione che non aveva il diritto di stare alla pari degli altri. Questo ha scatenato una rabbia profonda in noi greci; chi comanda l’Europa non ha capito che non doveva fare leva sull’umiliazione di questo popolo. Per Syriza ha votato gente che con la sinistra non ha niente in comune ma vuole che gli venga restituita dignità”.

La Grecia è Europa. Una campagna elettorale che ha travalicato i confini ellenici, non tanto perchè le elezioni in Grecia hanno interessato le pagine economiche dei principali quotidiani tedeschi, già il fatto che non fossero negli esteri è segno di un continente che nel bene e nel male diviene entità politica e culturale ma soprattutto perché a rispondere ad Alexis Tsipras sulla stampa continentale non è stato il delegittimato avversario naturale, Antonis Samaras, ma due terzi della Troika. A una settimana dal voto, dal Trinity College di Dublino (l’Università di Joyce e Beckett) il capo del Fondo Monetario Internazionale tuonava: “C’è un problema di credibilità sui mercati finanziari che deve essere messo in conto. Per noi la Grecia si è presa degli impegni e per il suo bene e per il bene della sua ripresa economica deve fare riforme strutturali. Riforme che vengono chieste in modo urgente; noi, ovviamente, ci auguriamo che rispetti i patti”. Da Bruxelles, in contemporanea, il presidenza della Commissione Ue ripeteva quasi fosse un pappagallo le medesime parole. Solo Mario Draghi, il presidente della Banca Centrale Europea, taceva. Tsipras e i finanzieri. Sulla scrivania a Francoforte Mario Draghi definiva il “quantitative easing”, ovvero l’acquisto da parte della Bce dei vari titoli di stato. La domanda ricorrente nelle strade di Atene era se Draghi avesse rispettato la giusta proporzione o se, invece, avrebbe punito il paese maggiormente indebitato realizzando anzitempo lo scenario paventato dai compagni di Troika. Nell’attesa Tsipras sulle colonne del Financial Times, a quattro giorni dal voto scriveva: “Il mio partito, Syriza, garantisce un nuovo contratto sociale per la stabilità politica e la sicurezza economica. Offriamo politiche con le quali si porrà fine all’austerità, migliorando la democrazia e la coesione sociale per mettere la classe media di nuovo in piedi. È l’unico modo per rafforzare la zona euro e rendere il progetto europeo attraente ai cittadini di tutto il continente. Dobbiamo porre fine all’austerità per non consentire alla paura di uccidere la democrazia […] altrimenti sarà Marine Le Pen e i suoi alleati di destra, a cambiare noi”. Poco prima, ad insaputa di entrambi, la leader francese del Front National dava il suo bislacco endorsement proprio a Syriza: “C’è una divisione in Europa e noi euroscettici vogliamo un successo della sinistra in Grecia”. Ma Tsipras faceva un discorso da europeista: “Il pareggio di bilancio di un governo non richiede automaticamente l’austerità. Syriza rispetterà quest’obbligo e si impegnerà ad obiettivi quantitativi. È una questione fondamentale di democrazia che un governo eletto decida da solo come raggiungere questi obiettivi. L’austerità non é parte dei trattati europei; lo sono invece la democrazia e la sovranità popolare”.

Draghi è meno Troika di Junker e Lagarde.
A due giorni dal voto nessuna sorpresa dal quantitative easing di Mario Draghi, nessuna punizione preventiva alla Grecia che vedeva ormai Syriza in testa a tutti i sondaggi. Una tempistica che ha di fatto delegittimato il premier uscente e che ha riconosciuto dignità di interlocuzione a Tsipras. Berlino chiama Atene, Atene non risponde e chiama Cipro. Un contesto che all’ombra del David di Donatello ha costretto la Merkel a fotocopiare per la terza volta la dichiarazione di Lagarde e Junker. Un disco incantato che ha consentito a Tsipras di rinvigorire la forma oltre che il contenuto per la chiusura della campagna elettorale. “Andrò a Cipro e non a Berlino come primo viaggio, la Merkel non è più speciale di altri leaders e noi non possiamo essere governati da funzionari di secondo livello della Troika”. Da Davos il ministro delle finanze della Germania ipotizzava l’espulsione della Grecia dall’Europa. Racconta Elena: “La Troika ha moderato molto i toni rispetto al 2012, qualcuno deve aver compreso che quanto più l’Ue attaccava la Grecia tanto più il consenso verso Syriza aumentava. L’avversario vero in queste elezioni è stato comunque Samaras, il quale si è sentito abbandonato dai colleghi europei e auspicava che la mossa di Draghi arrivasse prima. Samaras ha fatto tutto per non perdere, l’oligarchia greca ha fatto di tutto per non perdere egemonia, un potere decennale basato su una compenetrazione di interessi economici con il ceto politico e con i media. Un’oligarchia a lungo impenetrabile che va sgretolandosi. Per Samaras perdere significa fare i conti con il suo partito diviso in famiglie. Syriza ha avuto come avversario anche il Pasok, azzerato dopo vent’anni di strapotere; e ha avuto come avversario a sinistra il Kke, un partito che rifiuta l’Europa e l’euro e che ha attaccato Tsipras più che i partiti al governo”.

Che ci fanno così tanti italiani e spagnoli ad Atene? Bella ciao dei Modena City Ramblers ha chiuso la campagna elettorale, stesso motivo cantato nei bar della capitale tra bicchieri di ouzo. Sul palco con Tsipras anche Pablo Iglesias, giovane leader degli spagnoli di Podemos. La ragazza all’entrata del museo archeologico si felicita di tutta questa presenza internazionale: “Siete tutti qui per lo stesso motivo”. Elena, ma cosa possono fare tutti questi turisti elettorali? “Far circolare il programma di Syriza, raccontatelo, fatelo diventare un programma europeo. La presenza di italiani e spagnoli ha attirato i media dei rispettivi paesi. Nel 2012 Tsripas era raccontato come un avventuriero, in crescita e di successo, ma sempre avventuriero. Fino all’altro ieri leggevamo su Repubblica il racconto di Syriza come quello di un movimento antieuropeista. Adesso è il momento che l’Europa rifletta su se stessa. Tocca farlo soprattutto ai paesi mediterranei, perché il racconto che vuole la Grecia una nazione dai conti truccati e dove impera il malcostume è un racconto consolatorio, fatto ad uso e consumo dell’opinione pubblica italiana, spagnola e portoghese. Un discorso che deve spaventare gli altri paesi del mediterraneo. L’austerità è una brutta arma per far regredire le nostre società, per attaccare il welfare e le leggi che regolano il mercato del lavoro. L’attacco è contro i popoli europei e del mediterraneo in modo particolare”.

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