CULTURA = CAPITALE (?!)


Lunedì sera, pur non essendo stati invitati, abbiamo assistito alla conferenza Cultura bene comune? Spazi e risorse dell’innovazione culturale tenutasi in Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Ospiti Pier Luigi Sacco, docente di Economia della Cultura presso l’Università IULM di Milano e Visiting Professor in Applied Humanities presso la Harvard University, insieme a Cristian Confalonieri, designer della comunicazione e dei servizi, fondatore di fuorisalone.it; Marco Magnifico, vice presidente esecutivo FAI – Fondo Ambiente Italiano; Ezio Micelli, docente dell’Università IUAV di Venezia e Marianna D’Ovidio, docente di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.
In questa occasione professori e imprenditori si sono confrontati riguardo la già nota possibilità offerta dalla cosiddetta “industria culturale” di estrarre plusvalore da esperienze che nascono spontanee e talvolta in aperto conflitto con il sistema imperante, arrovellandosi su cosa potessero fare le Istituzioni per agevolare questa pratica.
Sono anni che il capitalismo finanziario prova a sussumere esperienze culturali e sociali dal basso, imparando a sfruttare al meglio linguaggi e proposte, finendo per appropriarsene in toto. Le esperienze che rispondono a bisogni sociali, la cultura indipendente, le produzioni locali, l’arte che si pone al di fuori dai circuiti di mercificazione sono in questo caso utilizzate come (testuali parole) “leve di marketing” e risputate sul mercato sotto forma di “housing sociale”, “co-working” e via dicendo, deprivate però di ogni ragionamento politico e di rigenerazione sociale che vi sta alla base, come è accaduto in questa occasione per l’argomento dei Beni Comuni.

A fine conferenza siamo intervenuti spiegando cosa fosse LUMe e perché la costruzione di esperienze dal basso accessibili – sia nella fruizione che nella partecipazione attiva che qui è garantita – fosse l’unico approccio possibile per poter parlare di cultura come Bene Comune.
Abbiamo spiegato come la finanziarizzazione dell’economia dovrebbe avere poco a che fare con l’economia reale e con i suoi processi. La digitalizzazione stessa dei mercati (anche quello della cultura) e delle transazioni finanziarie rende la dimensione economica più sfuggevole che mai. Usare il capitalismo finanziario per approcciarsi a queste esperienze è inaccettabile e pericoloso: il ragionamento sui Beni Comuni punta ad una redistribuzione delle risorse inutilizzate, non certo ad un loro accentramento privatistico.
Inoltre, riprendendo i temi trattati nella conferenza, abbiamo fatto notare che esistono già precedenti giuridici che legittimano le assemblee orizzontali di gestione e che caratterizzano i beni rigenerati attraverso la pratica dell’occupazione e dell’autogestione dei processi decisionali, come il caso napoletano ci insegna.

Più volte negli interventi dei professori è stato citato FiCo come esperienza virtuosa di innovazione e diffusione della cultura culinaria italiana. Abbiamo segnalato come nel prossimo anno, FICO Eataly World fagociterà oltre 300mila ore di alternanza scuola-lavoro per circa 20mila studenti di 200 scuole sparse sull’intero territorio italiano, ore di lavoro rubate agli studenti e alle studentesse e risparmiate su nuove possibili regolari assunzioni.
Il nostro intervento si è concluso ricordando a Confalonieri di quando nel 2016 Fuorisalone Milano ha affittato (come ogni anno) gli spazi dell’Università Statale, ospitando l’evento/esposizione di Interni Magazine con il titolo “OPEN BORDERS”, allestendo spazi e presentando installazioni che però non facevano nessun riferimento al momento geopolitico e alla disumana gestione dei confini europei, proprio nell’anno in cui i morti accertati nel Mar Mediterraneo ha raggiunto il suo picco storico: 4.733 vittime.

Nessuna contro-argomentazione valida ci è stata fornita in risposta da parte dei relatori.
Quel che deve essere chiaro è che non si possono usare gli strumenti che hanno portato ad una crisi trasversale a più dimensioni (economica, culturale, sociale, politica) per regolamentare e normalizzare esperienze nate da una ragionata contestazione di questa stessa crisi. Non ci si può appropriare di linguaggi e di lotte che nascono in contrapposizione alle spietate logiche del capitale e della proprietà privata per ringalluzzirle.
E ci chiediamo, cosa conta di più? La capacità critica di rigenerazione della propria città o la sua appetibilità? Le dinamiche della Milano degli eventi culturali non tentano in nessun modo di sanare la ricezione passiva di contenuti da parte del pubblico o il loro stesso impoverimento, ma costruiscono la “cartolina estetica” della propria città. Al pari di una skyline la cultura è un mezzo con cui attrarre finanziatori e turismo, senza considerare l’ambiente in cui avviene.
Parlare di cultura come Bene Comune vuol dire doversi confrontare con quel “comune” fatto di una molteplicità di relazioni e bisogni, fatto talvolta di esclusi, di sfruttati e di repressi, fatto spesso di informalità precaria e di spazi di cultura popolare. Fatto anche da LUMe e da tutti gli spazi che in tutta Italia combattono la battaglia dei Beni Comuni sapendo da che parte stare.

Collettivo LUMe – Laboratorio Universitario Metropolitano

Pubblicato da Andrea LUMe, il 22 novembre 2017 alle 15:30

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