Trump e il muro del capitalismo


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Il muro tra USA e Messico è una grande invenzione, un perfetto strumento di distrazione di massa, e un potente strumento di propaganda politica. Qualche mattone probabilmente si sommerà alle reti che già assieme a militari e polizia segnano una linea di confine ultra-presidiata. Il muro è stato votato nel 1996 dall’amministrazione Clinton, rivotato nel secondo mandato Bush junior e ora arrivato in eredità a Trump.

Gli USA hanno bisogno del Messico, dei messicani e di migliaia di chilometri cuscinetto tra loro e il Centro/Sud America. Hanno bisogno di vendere prodotti, di estrarre ricchezza, di manodopera a basso costo, di una zona di filtraggio migranti e anche di controllare la vendita di stupefacenti.
Ci alziamo un po’ in volo, ci poniamo su una stella non ancora scoperta che ci permette di vedere il lato scuro e chiaro delle terra allo stesso tempo. Da questo punto privilegiato possiamo vedere che la ricchezza del pianeta è divisa in maniera differente rispetto a 20 anni fa. Ci sono punti, pochi punti dov’è tanta, tanti dov’è poca, moltissimi dov’è uguale. In 20 anni di sfrenata globalizzazione la ricchezza totale non è cambiata, ma si è divisa in maniera differente. Ai paesi occidentali ricchi si sono aggiunti i BRICS. In pochissimi detengono la maggioranza delle ricchezze mondiali. Il risultato? La classe media dei paesi occidentali ora è povera, alcuni di quelli che 20 anni erano ricchi (ma non i pochi ricchissimi) iniziano a subire la violenza della concorrenza senza regole del capitale e perdono potere e ricchezza. La paura avanza. Trump altro non è che uno di questi. Sì, Donald Trump è uno di quei ricchi che rischia di essere spazzato via dalla concorrenza, e di uscire dal novero dei ricchi. La sua paura è la stessa, ma sicuramente più protetta, di quella classe media che ora subisce la crisi, che ora non ha tempo per impietosirsi per i poveri migranti che scappano dalla guerre perché qui migranti arrivati del suo paese gli rubano il lavoro, perché sono pronti a prendere di meno, e se non lavorano rubano e se non rubano spacciano e se non spacciano rubano.

Così come TheDonald non vuole (e non può) davvero uscire dal NAFTA, ma usa la trattativa per modificare alcuni punti del trattato come strumento di narrazione.

Trump così parla allo stomaco di chi ha perso per colpa degli stranieri potere d’acquisto. Ha perso soldi perché ci sono i migranti e perché da qualche parte del mondo dove una volta erano poveri ora sono come lui. Che un bravo economista spiegherebbe in due minuti perché non è così ma in questi 20 anni non solo la fase economica è cambiata, non solo il capitalismo è diventato più violento e spietato, in questi 20 anni si è anche costruita una campagna mediatica/informativa/culturale che ha generato convinzioni ben precise.

Così il muro è un segnale, un segnale materiale di stringere gli spazi di attraversabilità degli USA. Tenere i migranti utili e spedire a casa quelli che “rubano” il posto agli americani. Cercare di spingere qualche azienda a tornare a produrre negli States. Dare lavoro, senza parlare delle condizioni di lavoro, dare ossigeno alla classe media. Intanto continuare in giro per il mondo a drenare ricchezze, risorse, materie prime. Però chi viene affamato ora deve stare lontano, come prima, più di prima.

Così Trump, e con le debite distanze il M5S-Le Pen-Salvini-Orban-Brexit, altro non testimoniano una volontà di riportare l’orologio del capitalismo a 20-25 anni fa, cercando di dare l’illusione alla classe media dei loro paesi che tornerà a stare bene. Salvezza locale vs. la catastrofe mondiale, per dirla alla zapatista. E’ illusione perché la progressiva trasformazione degli stati-nazione in meri esecutori delle volontà del capitale fa si che siano le imprese e banche a dettare regole e governare il mondo. Contro il muro e il muslimban non è un caso che si siano coalizzate alcune delle più grandi imprese mondiali, da Facebook a Google, passando per Starbucks. Accettando la possibilità dell’illusione generata dai vari Trump possiamo vedere quindi uno scontro tra due capitalismi globalizzati differenti. Il risultato? Guerra.
Siamo onesti: il ritorno al feticcio dello stato nazione e alle garanzie uniche a chi vive quello stato riporta la guerra diretta come scenario di risoluzione delle controversie ma soprattutto come strumento per attivare industria e lavoro nei paesi. La continuazione delle politiche economiche, sociali e repressive attuali generano violenti scontri interni ai territori tra gli apparati di difesa dello stato (e quindi delle volontà economiche) e chi vive e attraversa gli stessi così come l’uso delle guerre asimmetriche come elemento di spartizione di aree su cui speculare o controllo economico. Non solo, le guerre nei paesi tengono il tempo dei rapporti sempre più consolidati tra stati e malavita organizzata. Questi rapporti, mai pubblici, ufficialmente combattuti dagli stati diventano scuse per generare campagne di “sicurezza sociale”. Queste campagne sono ottime scuse per la repressione e omologazione (culturale, artistico, sociale) delle forme di vita altre e di chi resiste/costruisce un mondo diverso al modello neoliberale.
Il capitalismo di Trump è conservativo, e al netto del dramma delle guerre, potrebbe dare qualche anno di vita in più di vita, nel mondo occidentale, alla sua esistenza.
Il capitalismo vigente oggi andrà molto velocemente allo scontro finale sulla sua insostenibilità.
Due facce del dramma prossimo.

Non vi è nulla di anti-sistemico nelle proposte populiste che guardano a destra. Podemos in Spagna, definendosi populista complica il campo e quindi la distinzione resta necessaria.

Gli stati-nazione sono una barbarie, la globalizzazione neoliberale è stata una buon strumento per diffondere neo schiavitù e nuove forme di tirannia (a volte mascherata da democrazia) attraverso le regole economiche. La soluzione non sta da nessuna delle due parti ed è necessario dirlo con chiarezza. Una nuova visione internazionale e internazionalista va scritta.

Il muro di Trump racconta molte cose, esattamente come fanno gli accordi tra UE e Turchia, o la Brexit: ci racconta delle paure, spesso indotte e costruite, dell’individuazione dei nemici e/o dei cittadini per bene, del fallimento del capitalismo, e dell’invidualizzazione di una società umana che si è dimenticata di essere parte di un mondo fatto di tanti mondi.

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Il muro per Trump è uno strumento di propaganda: parla alla sua classe media e gli dice “hey man sto lavorando per te”, manda un segnale ai governi dell’America latina su quel che sarà la politica estera USA, e lancia lo scontro frontale tra due concezioni diverse del capitalismo.

Propoganda spendibile anche dalla politica messicana. Così Pena Nieto usa lo scontro, a parole, con Trump per mostrarsi come tutelante nei confronti dei suoi cittadini. Nessuno dei due dice che il 66% dei Messicani che vive negli USA entra legalmente per poi fermarsi oltre i tempi previsti dalla legge oltre il Rio Grande. Il muro quindi servirebbe a molto molto poco.

Il muro vero di Trump è più a Sud, al confine tra Messico e Guatemala. Li avvengono controlli serratissimi. Li ci sono continue espulsioni. Se gli USA hanno cacciato nell’ultimo mandato Obama 2milioni di latino americani, al confine con il Guatemala il Messico ha cacciato ben più persone.

Lo scontro tra Trump (e i populismi, nell’accezione sopra descritta) con l’altro capitalismo non è interessante. Cinicamente parlando avrebbe come unico interesse capire che guerra segnerà i prossimi nostri anni. E’ interessante, invece, capire che alternative mettere in campo: la candidatura indigena in Messico e il confederalismo democratico nel Nord della Siria sono sicuramente due proposte interessanti che si sommano ad esperienze come il bolivarismo in Venezuela e la Cuba rivoluzionaria che al netto delle difficoltà sono isole di realtà differente. E’ il momento di avere molta fantasia, non tanto per sopportare la realtà, quanto per inventare l’altra realtà di cui abbiamo bisogno che non è fatta di muri, confini, guerre, capitalismi, ricchezze private e violenza., ma di internazionalismo, unione, e pluralismo.

P.S. L’articolo è tutto al maschile perché parlando di miserie, violenze, potere e capitalismo il femminile sembrava poco rispettoso. Ni Una Menos, e un reale ripensamento del mondo in ottica femminista come progetto di alternativa radicale.

Andrea Cegna

Pubblicato da Matteo, il 16 febbraio 2017 alle 15:31

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