Amal Khalil, giornalista libanese uccisa da Israele
Amal Khalil era una giornalista libanese. Per vent’anni, ha lavorato come corrispondente dal sud del Libano per il quotidiano Al-Akhbar. Il 22 aprile scorso stava seguendo i recenti attacchi israeliani nell’area di Bint Jbeil, luogo simbolo della resistenza libanese. Viaggiava in auto con la fotogiornalista Zeinab Farraj quando un veicolo che le precedeva è stato colpito da un drone israeliano. Si sono rifugiate in un edificio vicino, in attesa dei soccorsi. Poco dopo, l’edificio è stato bombardato. Anche l’ambulanza che cercava di soccorrerle è stata colpita. Il corpo di Amal è rimasto sotto le macerie, agonizzante, per sei ore. La Croce Rossa ha dovuto attendere l’autorizzazione di Israele per poterla raggiungere. Quando è arrivata, Amal era già morta.
Per Amal, il giornalismo non era una semplice professione. Era piuttosto una forma di militanza, una cronaca quotidiana della lotta del suo popolo contro il sionismo. Per due anni ha ricevuto chiamate e intimidazioni esplicite, come l’agente del Mossad che ha minacciato di decapitarla se non avesse smesso di fare reportage dal sud. Lei ha deciso di rimanere. E scegliere di restare, in una terra occupata, è un atto politico.
Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), solo nel 2025 Israele è stato responsabile di due terzi di tutti gli omicidi di giornalistə e operatorə dei media, portando il numero globale di vittime a 129, il numero più alto mai documentato dal CPJ. Alcuni di questə giornalistə sono statə presə di mira mentre si trovavano a casa con le loro famiglie, moltə altrə mentre stavano svolgendo il proprio lavoro. Come Amal Khalil. Come Issam Abdallah, giornalista per Reuters, ucciso dal fuoco dei carri armati delle IDF il 13 ottobre 2023. Come Shireen Abu Akleh, corrispondente di Al Jazeera, uccisa a Jenin l’11 maggio 2022 con un colpo alla testa. Storie diverse, stessa logica coloniale: chi è testimone è un bersaglio. Chi documenta i fatti è un bersaglio. Perché il sionismo, come ogni progetto coloniale, ha bisogno dell’ombra per sopravvivere. Ha bisogno di telecamere spente, di nomi cancellati e di una violenza sistematica raccontata (quando e se viene raccontata) come un mero effetto collaterale, una tragedia inevitabile, una guerra simmetrica.
Il diritto internazionale riconosce alle popolazioni sotto occupazione il diritto di resistere, anche con le armi. Quello che non riconosce è il diritto di un esercito coloniale di continuare a uccidere sistematicamente giornalistə come Amal Khalil, bambinə come Hind Rajab e paramedicə come Hasan Badawi nella più totale impunità. La stessa impunità che permette a Israele di continuare a commettere crimini senza che nulla, nemmeno un genocidio, metta realmente in discussione il sostegno dei suoi alleati occidentali.

di Rawan Sbeiti
