La democrazia non è libertà illimitata di parola. Sulla Diaspora iraniana monarchica e la fascistizzazione del linguaggio politico

Il 10 maggio a Bologna si è tenuta una manifestazione nazionale organizzata da una parte della diaspora monarchica iraniana che rivendicava il “riprendersi” la città. Nelle settimane precedenti al corteo, che ha visto la partecipazione di meno di un migliaio di persone, giravano video aggressivi e violenti dove i manifestanti venivano invitati a “riprendersi” la città. Sempre negli stessi giorni, in un video di pochi minuti, piazza Maggiore veniva descritta come una “roccaforte” da difendere o riconquistare, mentre la presenza di altri soggetti politici veniva letta come una forma di occupazione ostile dello spazio pubblico.
La narrazione si inseriva in un clima già reso visibile durante il 25 Aprile, quando alcuni settori della diaspora monarchica iraniana avevano attraversato i cortei della Liberazione insieme alla Brigata Ebraica, esibendo simboli della monarchia deposta e collocandosi dentro una cornice che reinterpretava la memoria antifascista attraverso codici nazionalisti e identitari.

Non si tratta soltanto di episodi isolati o di tensioni di piazza. Ciò che emerge è un processo più ampio, ovvero la trasformazione del linguaggio della liberazione in linguaggio di competizione e conquista dello spazio politico e urbano.
Le parole utilizzate in questi contesti non sono neutre. Evocare “eserciti”, “roccaforti” o il “riprendersi” una città introduce una grammatica militare dentro lo spazio civile. La città non è più intesa come luogo condiviso e attraversato da soggettività differenti, ma come territorio simbolico da controllare, occupare o sottrarre ad altri.
Questo tipo di retorica diventa particolarmente significativa se letta insieme alle dinamiche che attraversano oggi il dibattito pubblico europeo sull’immigrazione. In più occasioni, rappresentazioni mediatiche e politiche tendono a descrivere la presenza migrante come elemento di alterazione o degrado dello spazio urbano, secondo schemi che ricalcano immaginari coloniali e razzializzati.

Un esempio recente, ricondiviso e forse creato dalla stessa diaspora monarchica iraniana, è un video generato con intelligenza artificiale, e rilanciato da esponenti della destra italiana, in cui piazza Maggiore veniva trasformata in un “bazar orientale”, accompagnato da commenti di disprezzo nei confronti della città e del suo presunto futuro. Al di là della sua natura propagandistica, il contenuto mostra una struttura narrativa ricorrente e cioè la presenza di persone arabe che viene automaticamente associata a una forma di contaminazione o decadenza culturale.
Si tratta di una grammatica politica che contribuisce a produrre l’immagine del migrante, arabo e musulmano, come parassita, come nemico e come invasore. La città diventa così uno spazio da difendere da un’alterità costruita come minaccia, mentre il linguaggio politico si sposta progressivamente verso forme di normalizzazione del razzismo.

In questo contesto, ciò che appare particolarmente rilevante è la crescente impunità di tali discorsi nello spazio pubblico. Narrazioni esplicitamente razziali o islamofobe circolano attraverso canali politici e digitali senza produrre conseguenze significative, contribuendo a rendere accettabile una forma di disumanizzazione diffusa.
Il problema non riguarda soltanto il contenuto delle singole affermazioni, ma il modo in cui esse si intrecciano con le pratiche politiche.

Dentro questo quadro, la questione non riguarda solo la pluralità delle posizioni politiche all’interno delle diaspore, specie quella iraniana, né la possibilità di esprimere dissenso nello spazio pubblico. Riguarda il tipo di linguaggio politico che viene considerato legittimo e le soglie di accettabilità democratica.
Quando la città viene descritta come una “roccaforte” da “riprendersi”, quando la presenza di altri gruppi politici viene letta come occupazione ostile, quando le dinamiche del conflitto vengono tradotte in una grammatica di tipo militare, non si è semplicemente nel campo della libertà di espressione. Si sta introducendo una visione del politico fondata sulla logica amico/nemico, sulla costruzione di un interno da difendere e di un esterno da espellere.

È proprio qui che si apre una questione democratica. La democrazia non coincide con la possibilità illimitata di affermare qualsiasi cosa nello spazio pubblico, indipendentemente dalle sue conseguenze. La democrazia è anche un insieme di regole minime di convivenza, che includono il rifiuto della violenza simbolica e della costruzione dell’altro come minaccia da eliminare.
Per questo motivo, linguaggi che normalizzano l’idea della conquista, della riconquista o della militarizzazione dello spazio politico sono forme di politicizzazione che si avvicinano a logiche autoritarie, perché trasformano la partecipazione politica in una competizione per la sopravvivenza simbolica dell’altro.
In questo senso, non si tratta di censurare il conflitto o le posizioni “altre”. Si tratta di distinguere tra conflitto democratico e costruzione di un immaginario politico fondato sulla sopraffazione. Il primo è costitutivo dello spazio pubblico. Il secondo ne mina le condizioni stesse di esistenza.

Il rischio, oggi, è che queste forme di linguaggio vengano normalizzate come semplici opinioni, mentre in realtà contribuiscono a spostare progressivamente il perimetro di ciò che viene considerato accettabile. È in questo spostamento che si misura la qualità democratica di una società.

di Marina Misaghinejad

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