Habibificazione: apprezzamento o appropriazione culturale?

La habibificazione è un neologismo che indica la tendenza a rielaborare e mercificare la musica e l’estetica araba, molto spesso senza il consenso degli artisti coinvolti.
Si tratta di un’irritante imitazione che dura da tempo, ma che negli ultimi anni assume sempre più il sapore del plagio, della riappropriazione e della riscrittura del nostro modo – in quanto arabi – di parlare, vestirci, scrivere o cantare.
Ad esempio, il cantante canadese con cittadinanza statunitense Drake ha recentemente pubblicato un album intitolato Habibti, con una donna sulla copertina quasi interamente coperta: sono visibili soltanto i suoi occhi, fortemente incorniciati, in una rappresentazione molto stereotipata dell’identità araba.
Nel corso dell’album nomina ripetutamente il mondo arabo, come se fosse un pappone del Golfo:
«L’Iraq è un tab in Chanel perché io sono l’Arabia come se fossi il Principe della Persia».
A prima vista, questo tipo di visibilità può sembrare emozionante. Gli arabi sono spesso cancellati dalla cultura mainstream e qualsiasi riferimento può apparire come una forma di rappresentazione. Ma quando la linea tra apprezzamento culturale e appropriazione culturale inizia a sfumarsi?
Questa non è la prima volta che la habibificazione colpisce l’industria musicale occidentale, e non solo. All’inizio degli anni 2000, il produttore discografico Timbaland ha utilizzato diverse canzoni arabe in tracce come More Than A Woman di Aaliyah, tratta dalla canzone Alouli Ansa dell’artista siriana Mayada El Hennawy; oppure Jay-Z con Big Pimpin’, costruita a partire da una canzone dell’egiziano Abdel Halim Hafez intitolata Khosara Khosara.
Si potrebbe continuare a lungo. Il problema è che ciò che è stato fatto commercialmente non ha garantito la giusta riconoscenza – né economica né autoriale – agli artisti e alle artiste arabe coinvolte. Anzi.
Gli artisti occidentali prendono in prestito l’estetica e la lingua della musica araba, rimanendo poi completamente silenziosi rispetto alle realtà che gli artisti arabi si trovano ad affrontare.
La storia della musica classica araba, che per molti di noi è stata un accompagnamento giovanile e continua a sostenerci nell’età adulta, è una storia fatta di continui furti d’autore.
Le canzoni della stella d’Egitto Umm Kulthum e della resistente libanese Fayruz fanno parte del nostro bagaglio culturale: il peso di un ricordo collettivo che, ingiustamente, viene sussunto da chi questo ricordo non lo conosce, e trasformato in merce.
Così, le melodie malinconiche di canzoni che parlano delle nostre terre d’origine diventano musica da ballare in un club, mentre le canzoni che accendono l’allegria nei nostri matrimoni si trasformano in spot pubblicitari.
Al di là dell’ingiustizia, si tratta di una riscrittura della storia culturale, dal Marocco alla Siria. Una riscrittura che può essere frenata soltanto dalla presa di parola e dal protagonismo delle nuove generazioni; lo sta facendo Zakaria Mouhib, in arte Baby Gang, che in numerosi testi onora e ricorda grandi nomi della storia, musicale e non solo, dei popoli del maghreb.
La sua canzone Khawa Khawa con l’artista algerino Reda Talieni, ad esempio, è un capolavoro di emozioni e non solo per ciò che racconta ma perché Baby Gang ha reso omaggio a un artista che ha sempre cantato di orgoglio, strada e resilienza, e che è un pezzo della storia musicale del maghreb.

Non si prenderanno l’estetica, la musica, le vite, l’attitudine, la scrittura dei nostri paesi senza sapere cosa significa essere noi.
Noi al paese, noi in diaspora, noi a metà.

Nassi LaRage

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