Alla faccia di Cazzullo, ha vinto Puigdemont

Pubblichiamo un contributo di Alex Foti rispetto alle elezioni catalane.

 

 

Alla faccia di Cazzullo ha vinto Puigdemont, il Presidente della Generalitat in esilio a Bruxelles, che si riconfermato alla testa del fronte indipendentista che ha riportato la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento catalano. Le elezioni imposte da Rajoy con lo stato d’emergenza ex art. 155 della Costituzione del ’78 e i mandati d’arresto per i leader catalani si sono risolte in una cocente sconfitta per il PP che governa a Madrid. E tuttavia i sostenitori della Repubblica catalana nata fra manganelli e pallottole di gomma nel referendum proibito del 1° Ottobre e poi proclamata rocambolescamente il 27 Ottobre, non hanno motivo di rallegrarsi pienamente, perché i Ciudadanos/Ciutadans suoi fedeli alleati hanno fatto il pieno del risentimento nazionalista spagnolo con tanto di accenti borbonici e franchisti. Guidati dalla telegenica Inés Arrimadas, la formazione conservatrice fautrice della più bieca repressione al ritmo del mantra “Catalunya es España” è oggi il primo partito di Catalogna. Con un’affluenza record alle urne, la maggioranza indipendentista è risicata (passa da 72 a 70 seggi) e dipende dai voti riportati dalla CUP, la formazione catalanista anticapitalista al momento guidata da Carles Riera, che ha subito divisioni interne e un crollo di consensi (passa da 10 a 4 seggi), ma rimane l’ago della bilancia di un governo catalanista. Ma era Xavier Domènech di Catalunya en Comù Podem che ambiva a essere la chiave dei futuri equilibri politici catalani. Paga invece una campagna scialba sovradeterminata dalla linea di Pablo Iglesias che guardava agli interessi di Podemos nella contesa per lo Stato spagnolo, piuttosto che a quelli degli alleati al governo dell’Ajuntament di Barcellona. Fatto sta che la linea né 155 né DUI, cioè né repressione giudiziaria e poliziesca né dichiarazione unilaterale d’indipendenza, si è rivelata penalizzante perché non parlava a un’opinione pubblica ormai polarizzata sulla questione catalana, con i giovani che più degli anziani sostengono la separazione dalla Spagna.

Els Comuns puntavano a un governo delle sinistre con ERC, la sinistra repubblicana di Oriol Junqueras in carcere a Madrid che ieri sperava in un sorpasso ai danni dei catto-liberali di JuntsXCatalunya di Puigemont et Jordi Cuixart di Omnium, l’associazione di lingua e cultura catalane, anch’egli in carcere, la CUP ultra-indipendentista, nonché il PSC, il partito socialista catalano che si è confermato ieri irrilevante per la formazione di un governo. Una strategia che sembra fantapolitica alla luce dei risultati di ieri, anche perché Ada Colau aveva appena rotto in municipio con i socialisti visto il loro voto a favore dell’articolo 155. E’ fallito il progetto di presentarsi come catalanisti “ragionevoli” degli Els Comuns, la cui lista alle elezioni generali spagnole del 2016 era stata prima in Catalunya portando alle Cortes di Madrid proprio Domenech, fosse solo per questo non il candidato adatto a concorrere alla guida della Generalitat di Barcellona. Speriamo che il flop di Catalunya en Comù Podem (in calo rispetto al già non brillante risultato delle precedenti regionali del 2015) non abbia ripercussioni sulle sorti elettorali di Barcelona en Comu nel 2019 e sulla riconferma di Ada Colau a sindaca di Barcellona, dove la sua amministrazione riscuote popolarità presso gli abitanti della città, in particolare nei quartieri più svantaggiati.

E ora che succede? Retrospettivamente, un punto chiave della campagna è stata la grande manifestazione in sostegno della causa catalana a Bruxelles il 7 Dicembre. Malgrado l’avallo dato a Rajoy da Macron, Merkel, Juncker per la repressione degli indipendentisti, il vituperato ex-pasticcere, ex-giornalista, ex-sindaco di Girona, caschetto alla Beatles, sorriso da chierichetto aka the Pooch ha portato decine di migliaia di catalani sotto una gigantesca Estelada al centro del Quartiere Europeo di Bruxelles, sottolineando la necessità di una mediazione europea fra Spagna e Catalogna che si rende ancor più necessaria dopo il voto di ieri che conferma la volontà maggioritaria di catalane e catalani di rinegoziare profondamente il rapporto con lo stato spagnolo fino alla piena indipendenza e sovranità. Senza un intervento dell’Europa, in cui i catalani hanno molto creduto (e sono stati finora cocentemente delusi), si rischia di cadere nella “sindrome della marmotta” come la chiama la Vanguardia, il quotidiano di Barcellona, vale a dire nella ripetizione del circolo vizioso di repressione e nuova invocazione dell’art. 155 per sospendere le istituzioni catalane. Non credo che ciò avverrà, ma che però continuerà la guerra di logoramento fra Spagna e Catalogna. Perché ieri nel derby fra Catalogna e Spagna non ha vinto nessuna delle due squadre, si è invece ulteriormente polarizzato uno scenario politico reso conflittuale dall’intervento poliziesco e giudiziario spropositato di Madrid.

Più in generale, la vicenda catalana ci interroga sulla praticabilità di identità regionali, linguistiche, nazionali come vettori di liberazione popolare in Europa contro il dispotismo degli stati-nazione. Gli anarco-autonomi privilegiano classi e soggettività per comprendere il mondo e organizzare la moltitutidine, ma dopo il fallimento delle rivoluzioni del 2011, ovunque si vede un ritorno allo spazio politico locale e nazionale, a spese di quello globale e transnazionale, che era l’arena su cui dava battaglia l’antico movimento no-global. Nella nuova fase storica dominata dalla reazione nazional-populista, è possibile rivendicare la patria a sinistra come fanno irlandesi, curdi, palestinesi? Per un veneto di destra, c’è un vallone di sinistra, per una tirolese di destra, c’è una scozzese di sinistra, nel senso che identità linguistiche e territoriali possono essere interpretate in senso aperto ed emancipazionista piuttosto che chiuso e reazionario. L’archittettura attuale dell’Unione Europea dà molto potere agli stati, poco alle regioni, e nulla alle metropoli precarie e meticce. Chi come noi è milanese ma non si sente per niente lombardo non può non domandarsi se un Fronte Milanese di Liberazione della Lombardia (FMLM) non sia una strategia utile da mettere in campo contro il regionalismo di destra della Lega di merda, per imporre antirazzismo e antifascismo a Como, Varese, Sondrio.

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