Il piano della Prefettura per Milano, prima delle olimpiadi: la città è tutta una zona rossa
Milano si prepara agli eventi istituzionali che precedono le Olimpiadi con un piano di chiusure viabilistiche definito dalla Prefettura. Tradotto nella vita reale: non parliamo di “qualche strada chiusa”, ma di aree intere rese di fatto inaccessibili, con divieti di transito, accessi contingentati, interdizioni ai pedoni, salti di fermate metropolitane e sospensioni dei mezzi di superficie in alcune zone. È un cambio di regime urbano che, per come è impostato, scarica su cittadini comuni, lavoratori, residenti e micro-attività il costo pratico della “vetrina” istituzionale.
Le date che contano, nel breve, sono tre: 2 febbraio, 5 febbraio e soprattutto 6 febbraio. In quelle giornate il centro e alcuni nodi strategici diventano una sequenza di corridoi blindati e perimetri chiusi. Il punto politico e quotidiano è semplice: Milano non viene “messa in sicurezza” senza conseguenze; viene spezzata, e chi deve muoversi per lavorare, consegnare, curare, accompagnare figli, fare assistenza o semplicemente vivere la città, si ritrova a fare i conti con tempi imprevedibili, deviazioni obbligate e interi quartieri che, per ore, diventano un labirinto.
Il 2 febbraio: centro storico ostaggio dell’asse Scala–Palazzo Marino
Domenica 2 febbraio, dalle 14:00 alle 24:00, l’area tra Palazzo Marino e Teatro alla Scala entra in modalità “zona off limits”. Il divieto di accesso/transito e le limitazioni riguardano un pacchetto di vie che non sono “laterali”, ma pezzi centrali di attraversamento e di lavoro: Largo Abbado, via Santa Margherita, piazza della Scala, via Manzoni, via Case Rotte, Largo Mattioli, via Verdi, via dell’Orso. In pratica viene colpito un nodo che tiene insieme flussi pedonali, taxi, passaggi verso Duomo e Brera, e una parte della città che vive di uffici, commercio e servizi.
Il dettaglio che spesso viene sottovalutato, ma che pesa nella quotidianità, è che non si parla solo di auto. Dove scatta l’interdizione, può scattare anche la compressione degli accessi pedonali: significa che entrare e uscire diventa un “permesso”, non un diritto ordinario. E quando l’orario arriva fino a mezzanotte, l’impatto non è “un pomeriggio complicato”: è una giornata che si chiude con una coda lunga di disagi su turni serali, rientri, consegne e servizi.
Il 5 febbraio: Monumentale–Fabbrica del Vapore, il quartiere che si chiude su sé stesso
Mercoledì 5 febbraio, ancora dalle 14:00 alle 24:00, tocca alla zona Fabbrica del Vapore e Monumentale. Il divieto di transito riguarda arterie e cerniere di quartiere: Piazzale Baimonti, via Ceresio, piazzale Cimitero Monumentale, via Bramante, via Niccolini, via Nono, via Messina, via Procaccini, piazza Coriolano, via Ferraris. È un’area già sensibile per traffico e scorrimento, con una densità abitativa e lavorativa che non si “sposta” come un interruttore.
Qui la criticità è doppia. Da un lato, chi vive o lavora in zona si ritrova con accessi compressi e percorsi obbligati; dall’altro, l’impatto sul trasporto pubblico tende a diventare il classico domino: se salta o si sposta una fermata, se una linea viene deviata, la città attorno assorbe quel carico. E quando le restrizioni arrivano a includere anche interdizioni pedonali nelle immediate adiacenze, il quartiere non è “congestionato”: è controllato, con effetti concreti su negozi, bar, consegne, servizi e rientri serali.
Il 6 febbraio: la “giornata nera” che spezza Milano in più città
Giovedì 6 febbraio è il vero spartiacque. Le fasce orarie si sovrappongono e si allargano, e le aree coinvolte non sono un punto: sono quattro blocchi principali che si parlano tra loro e moltiplicano l’effetto. Palazzo Reale e asse Duomo–Missori, la Triennale (viale Alemagna e dintorni), il corridoio di trasferimento da centro a San Siro, il perimetro San Siro e, infine, piazza Sempione/Parco Sempione. È l’idea stessa di attraversamento urbano che salta: chi deve muoversi “tagliando” la città rischia di scoprire che quel taglio non esiste più.
Nel centro, dalle 14:00 alle 21:00 (con estensioni fino a mezzanotte in alcune aree), si sommano divieti di transito e “blindature” attorno a Duomo e Palazzo Reale. Le vie indicate nel piano includono piazza Missori, via Mazzini, piazza Duomo, via Mengoni, piazza Fontana, via San Clemente, via delle Ore, via Santa Tecla, Largo Schuster, via Palazzo Reale, via Pecorari, via Rastrelli, via Da Cannobio, via Baracchini, via Albricci, via Larga, oltre a Largo Abbado, via Santa Margherita, piazza Scala e via Manzoni. Non è solo “traffico in centro”: è la trasformazione del centro in un perimetro a varchi, dove muoversi diventa un esercizio di compatibilità con controlli, deviazioni e accessi ridotti.
La Triennale, nello stesso giorno e nella stessa fascia 14:00–21:00, porta divieti su viale Alemagna, via Moliere e via Milton. Anche qui l’effetto è da leggere per quello che è: non una chiusura isolata, ma un tappo su un asse già delicato tra Parco, Castello, Cadorna e l’area Sempione. Ogni restrizione in quel quadrante spinge traffico e persone su percorsi alternativi che sono, spesso, già al limite.
Poi c’è la parte più “invisibile” e più pesante per chi si muove: il corridoio di trasferimento da Palazzo Reale a San Siro, dalle 15:00 alle 22:00. La lista delle strade coinvolte è lunga e significativa perché disegna una vera direttrice di città: piazza Duomo, via Martini, piazza Fontana, Largo Augusto, corso di Porta Vittoria, via Sforza, via Visconti di Modrone, via San Damiano, via Senato, piazza Cavour, via Manin, via Tarchetti, piazza della Repubblica, viale Savoia, piazza San Gioachino, viale della Liberazione, via Gioia, sopraelevata Monte Ceneri e Serra, fino a piazza Stuparich, viale Elia, piazzale Lotto e poi l’innesto nell’area stadio con via Diomede, via Ippodromo, via Patroclo e via Achille. In termini pratici, questo significa una cosa: per ore esiste una Milano “di passaggio” che non è tua, anche se ci vivi dentro. Le strade diventano corridoi, e tutto ciò che ci sta intorno paga in rallentamenti, deviazioni e blocchi a fisarmonica.
Arrivati a San Siro, la fascia si allarga ancora: dalle 13:00 alle 24:00 scattano divieti su un ampio perimetro, con punti chiave come piazzale Lotto, via Caprilli, piazzale dello Sport, via Achille, via Tesio, via Rospiglioso, via Dessiè, via Harar, via Patroclo, via Fetonte, via del Centauro, via Bisanzio, via Pegaso. È un’area che, in una serata normale, è già un acceleratore di traffico e di conflitti tra auto, mezzi, residenti e eventi. Metterla in regime di chiusura per undici ore significa spostare il problema altrove: sui quartieri attorno, sulle direttrici alternative, sulle tangenziali, sui percorsi casa-lavoro di chi non ha alcuna “opzione comoda”.
Infine, dalle 15:00 alle 24:00, la zona Sempione vede divieti e restrizioni su corso Sempione e molte vie laterali e di collegamento: via Gherardini, via Piermarini, via San Giorgio, via Guerrazzi, via Pagano, via Cirillo, via Cagnola, via Bertani, con un impatto che tocca anche la vivibilità pedonale e l’uso del parco. Qui il messaggio è chiaro: in nome dell’evento, uno dei luoghi più simbolici e frequentati della città entra in modalità chiusa o fortemente limitata. E quando un parco si chiude o si “interdice” per ore, la città non perde solo un passaggio: perde uno spazio pubblico.
Il problema trasporto pubblico: quando “salta una fermata” non è un dettaglio
Il piano prevede anche modifiche e interruzioni al trasporto pubblico e interdizioni ai pedoni nelle aree coinvolte. Questo punto, per i cittadini, è spesso quello che fa più male perché non è aggirabile con un semplice “faccio un’altra strada”. Se una stazione metro viene chiusa o se una linea di superficie viene sospesa o deviata, non si sposta solo il percorso: si spostano folle, tempi, coincidenze, sicurezza e stress, con un effetto immediato sulle ore di lavoro e sui rientri.
È qui che la comunicazione istituzionale deve essere giudicata con durezza: non basta dire “ci saranno modifiche”. Servono informazioni capillari, facili da trovare, aggiornate, e soprattutto coerenti tra Prefettura, Comune e gestori del trasporto. Perché il cittadino non vive di piani PDF: vive di minuti persi e di coincidenze mancate.
Le chiusure “lunghe” ai siti olimpici: settimane di restrizioni che diventano normalità
Oltre alle giornate evento, ci sono misure già previste attorno ai siti olimpici, con date che vanno da fine gennaio a marzo. Qui la criticità cambia forma: non è la botta di un giorno, è l’erosione quotidiana, quella che ti costringe a rifare abitudini, tragitti, soste e accessi per settimane.
Al Villaggio Olimpico, dal 26 gennaio al 23 febbraio e poi dal 27 febbraio al 20 marzo, in via Lorenzini (da via Adamello a via Ripamonti) viene istituito il senso unico verso Ripamonti. È una misura che sembra tecnica, ma non lo è: ridisegna flussi in una zona che già vive di cantieri, trasformazioni e pressione immobiliare, e spinge traffico su vie che diventano più cariche.
In zona Portello–MiCo, dal 25 gennaio al 23 febbraio e dal 5 marzo al 16 marzo, è previsto il divieto di transito in via Scarampo (controviale e corsie taxi) e in viale Teodorico fino a via Gattamelata in direzione piazza Firenze. Anche qui l’impatto è evidente: tocchi un asse di scorrimento e un’area fieristica e direzionale e ottieni un effetto imbuto, con ripercussioni su taxi, consegne, accesso agli eventi e tempi casa-lavoro.
A Santa Giulia, dal 31 gennaio al 22 febbraio e dal 6 marzo al 17 marzo, le disposizioni sono tra le più invasive: divieti di transito lungo la nuova strada tra rotonda di via del Futurismo e diagonale, sulla diagonale, su via Bonfandini da Largo Gonzaga all’accesso PSA1, e su via Mecenate da rotonda R1 a R2, con sensi unici ritarati tra via Pizzolpasso e via Russolo e riorganizzazioni di taxi, stalli disabili e navette. Lo scarico spettatori avverrà in piazza Tina Modotti in direzione stazione di Rogoredo, il capolinea dell’88 viene spostato all’inizio di via Monte Penice. Questo è il punto in cui “la città si arrangia” smette di essere una frase: è una richiesta concreta fatta a quartieri già stressati da trasformazioni, infrastrutture e cantieri.
A Rho Fiera, dal 5 febbraio al 22 febbraio, è previsto il divieto di transito in viale Porta Ovest da viale degli Alberghi alla rotonda cargo 5, carreggiata attigua al polo fieristico. E al Forum di Assago, dal 6 febbraio al 21 febbraio, divieto di transito in via Di Vittorio da ingresso campo sportivo al VSA. Due esempi che dimostrano la stessa cosa: non si colpisce solo “Milano città”, ma l’intero sistema di mobilità metropolitana, quello che regge spostamenti di lavoro, eventi, logistica e pendolarismo.
Chi paga davvero queste chiusure
La retorica dell’evento tende a raccontare tutto come “necessario” e “temporaneo”. Ma la temporaneità, quando dura ore e si ripete per giorni o settimane, diventa un costo strutturale per chi non ha alternative. Il costo lo pagano i lavoratori che entrano in città in orari rigidi, chi lavora su consegne e servizi, i residenti che vedono l’accesso alla propria zona trasformarsi in un percorso a ostacoli, le persone con disabilità quando stalli e percorsi vengono spostati o resi più complicati, le piccole attività che vivono di passaggio e di prossimità, e i quartieri che si ritrovano a gestire traffico deviato senza benefici reali.
C’è anche un aspetto politico che andrebbe detto chiaramente: quando una città entra in “modalità sicurezza” per l’immagine, lo spazio pubblico viene trattato come un set. In quel set, il cittadino non è protagonista: è variabile di disturbo. Ed è esattamente questo che genera rabbia, sfiducia e quel sentimento diffuso per cui le Olimpiadi “le fanno sopra la tua testa”.
Cosa pretendiamo: una sicurezza dal basso
Se l’obiettivo dichiarato è la “sicurezza”, allora la domanda è inevitabile: ma quale sicurezza? Quella logistica, da protocollo e da evento, o quella della comunità e del suo benessere? Non è forse, che la prima serva a una sicurezza dall’alto, securitaria? Quando una città viene segmentata in corridoi e perimetri e si normalizza l’idea che “non si passa” in intere aree per ore, la sicurezza viene presentata come tutela della collettività mentre diventa amministrazione selettiva dello spazio urbano. È un punto politico. È, ancora ed estesa, la sicurezza delle zone rosse, dell’esclusione e della invisibilizzazione.
La sicurezza costruita attorno alla logica dell’evento protegge prima la cornice e l’immagine: la mobilità delle delegazioni, l’accesso degli spettatori, il consumo ordinato dell’esperienza. Ma la città non è un palcoscenico e la sicurezza non coincide con la libera circolazione dell’economia. La sicurezza pubblica è quella che mette al centro la vita ordinaria: chi abita, chi lavora, chi si muove per necessità. Chi la vive.
Qui sta l’inversione che Milano pretende e che giunta comunale e Governo Meloni (che entrano in solidarietà ogni volta che c’è da difendere gli interessi economici e politici di pochi, come accadde per EXPO) hanno scelto di non assumere, privilegiando ancora la sicurezza dell’evento su quella sociale: una sicurezza che, funzionando come un alibi, accelera processi già in atto, gentrificazione e militarizzazione della città. Se al centro è Milano come città-vetrina, si riproduce la gerarchia implicita del nostro sistema.
Il problema è politico. Il mercato ottiene privilegi nella gestione della sicurezza perché le istituzioni glieli concedono, attraverso dispositivi di controllo che producono selezione: chi passa e chi viene respinto, chi è “compatibile” con la vetrina e chi diventa un elemento di disturbo. In questo quadro la gestione della “minaccia” scivola dalla prevenzione dei rischi reali alla prevenzione del dissenso e dell’imprevisto, colpendo in modo sproporzionato chi è già esposto a sospetto sociale. È un controllo classista e razzializzato, perché scarica il costo sui tempi e sulla libertà di movimento di chi la città la vive ogni giorno.
Se si parte dalla sicurezza del prodotto-evento si costruisce una città a gerarchia, dove chi vive si adatta e chi consuma viene garantito. Questa non è sicurezza per tutti: è governance del mercato travestita da ordine pubblico. La nostra pretesa è un’inversione gerarchica, una sicurezza dal basso e comunitaria, l’autodifesa dal mercato.
La pretesa, dal movimento, è prassi politica.
5-6-7-8: Milano si mobilita contro le nocività olimpiche.
di Alessandro Rossetti
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