Ticketmaster e Livenation condannate per monopolio da un tribunale di New York

Correva l’anno 1994 e la problematica delle prevendite negli Stati Uniti era già un fattore che stressava il mercato. Se in Italia la situazione era assai diversa da quella odierna — con un circuito che ruotava soprattutto attorno ai grandi gruppi stranieri e con una rete viva di centri sociali e piccoli club capaci di proporre musica in maniera indipendente — negli USA i Pearl Jam iniziavano una vera e propria crociata contro Ticketmaster. Biglietti a 18 dollari, accessibili, quasi “politici”. Ma il sistema non lo permetteva: commissioni imposte, vincoli contrattuali, spazi già blindati. Così Eddie Vedder e soci decisero di uscire dal recinto: campi, periferie, piazze d’armi, lontani dai palazzetti. Un esilio volontario che era insieme artistico e politico.

Era una battaglia contro qualcosa che allora si intuiva, ma non era ancora del tutto visibile. Perché negli anni successivi quel sistema non si è ridimensionato, si è rafforzato ed è diventato egemone….concentrandosi sempre più.

Nel 2010 arriva il passaggio decisivo: Ticketmaster si fonde con Live Nation Entertainment. Non è una semplice operazione industriale, è la saldatura di due poteri complementari: da una parte la più grande piattaforma di vendita di biglietti al mondo, dall’altra il più grande organizzatore globale di concerti. Ma non finisce lì. Negli anni, quel blocco ha continuato a espandersi acquistando, gestendo o controllando centinaia di venue — anfiteatri, arene, club — fino a costruire una presenza capillare anche nei luoghi fisici della musica e dello spettacolo.

Non solo biglietti, dunque. Non solo promozione. Ma anche i palchi, gli artisti, le infrastrutture, arrivando ad occupare tutta la filiera: produzione, organizzazione, spazi e vendita. 

È qui che la storia dei Pearl Jam smette di sembrare un’anomalia e diventa una profezia.

Perché il modello che oggi viene messo in discussione non è isolato. È parte di una tendenza globale alla concentrazione dell’industria dello spettacolo dal vivo. Da una parte l’asse Live Nation–Ticketmaster, dall’altra gruppi come CTS Eventim, che in Europa hanno costruito strutture simili: controllo della biglietteria, presenza crescente nell’organizzazione di eventi, acquisizione di agenzie e di spazi.

Un movimento parallelo, che va nella stessa direzione: integrazione verticale, espansione, riduzione degli spazi indipendenti.

Solo che, a un certo punto della storia, quella traiettoria si è scontrata con la realtà.

Una giuria federale di New York, dopo cinque settimane di processo e quattro giorni di deliberazioni, ha stabilito, pochi giorni fa, che Live Nation Entertainment e Ticketmaster hanno operato come un monopolio illegale. Non una valutazione generica, ma un verdetto netto: su ogni capo d’accusa, la giuria ha riconosciuto che le due società hanno acquisito e mantenuto il proprio potere attraverso pratiche di esclusione.

Ticketmaster, secondo la decisione, ha consolidato il controllo del mercato della biglietteria primaria per le grandi venue impedendo di fatto l’ingresso o l’uso di piattaforme concorrenti. Live Nation ha fatto lo stesso nel mercato degli anfiteatri, utilizzando il proprio peso per condizionare l’accesso agli spazi. E non solo: la giuria ha riconosciuto anche che la società ha legato illegalmente i servizi di promozione degli artisti all’utilizzo delle proprie venue, costringendo di fatto chi voleva suonare nei grandi circuiti a entrare nel proprio sistema.

In altre parole, un sistema che non si limitava a dominare il mercato, ma lo modellava decidendo se, chi e come  poteva esibirsi.

La fotografia economica di questo meccanismo starebbe in un numero: 1,72 dollari. È il sovrapprezzo medio per biglietto che la giuria ha individuato in 22 Stati e nel Distretto di Columbia. Una cifra minima all’apparenza, ma che su scala — centinaia di milioni di biglietti venduti ogni anno — si traduce in centinaia di milioni di dollari. Un flusso costante, sistematico, reso possibile proprio dall’assenza di concorrenza. La punta dell’iceberg che sotto quel 1.72 si è costruito. 

Il caso, avviato nel 2024 dal Dipartimento di Giustizia insieme a decine di Stati, ha attraversato anche un passaggio politico tutt’altro che secondario. A processo in corso, il governo federale ha scelto la strada dell’accordo con Live Nation: 280 milioni di dollari per risarcimenti, alcune limitazioni sulle commissioni, piccole aperture alla concorrenza. Ma più di 30 Stati hanno rifiutato quell’intesa, giudicandola insufficiente, e hanno deciso di andare fino in fondo. È da quella scelta che nasce il verdetto.

Ora si apre la fase più delicata: quella delle sanzioni. Il giudice dovrà decidere se limitarsi a risarcimenti economici o intervenire sulla struttura stessa del gruppo. Le ipotesi vanno da ulteriori obblighi e restrizioni fino alla possibilità — evocata più volte durante il processo — di una separazione tra Live Nation e Ticketmaster. Un’eventualità rara nella storia dell’antitrust statunitense, ma che il verdetto, così netto, rende meno teorica di quanto fosse fino a pochi mesi fa.

Live Nation ha già annunciato ricorso. E ha ribadito la propria linea: i prezzi li decidono artisti e promoter, il successo dell’azienda è frutto di efficienza, non di abuso di posizione dominante. La battaglia legale sarà lunga.

Eppure il punto non è solo giuridico. È sistemico.

La sentenza americana non basta, da sola, a invertire questa traiettoria. Non smonta automaticamente un sistema che si è costruito in trent’anni e che ha radici globali. Ma introduce un elemento nuovo: mette in discussione la legittimità di quel modello. Lo espone. Lo rende attaccabile.

È una crepa dentro una direzione che sembrava obbligata.

Per ora resta un dato: per la prima volta, il cuore dell’industria globale del live è stato riconosciuto come un monopolio illegale.

Ed è qui che il cortocircuito si fa evidente.

Perché oggi questa logica perversa della corsa al monopolio viene fermata — almeno sul piano legale — proprio nel paese che più di ogni altro ha costruito e normalizzato quel modello. Gli Stati Uniti, ventre del capitalismo più spinto, laboratorio in cui queste dinamiche si sono sviluppate già oltre trent’anni fa, sono anche il luogo in cui quel meccanismo viene messo sotto accusa con maggiore forza.

Non è una contraddizione. È un segnale.

Un “incidente” dentro il sistema che potrebbe rivelarsi più profondo di quanto sembri. Perché quando un modello viene incrinato nel suo centro, smette di apparire naturale anche altrove.

E infatti il contrasto è netto. In Italia e in Europa, dove pure esistono assetti sempre più concentrati — con gruppi come CTS Eventim e le reti di società collegate — non si vede, almeno per ora, una messa in discussione altrettanto radicale di questo crinale, ma fino a poche ora fa non c’era nemmeno questa storica sentenza. La tendenza è la stessa: integrazione verticale, acquisizione di spazi, controllo della filiera. Ma manca un conflitto aperto sul piano politico e giudiziario.

Proprio per questo la sentenza americana non è secondaria.

Non perché basti a cambiare da sola la direzione del mercato globale, ma perché rompe un equilibrio che sembrava intoccabile. Introduce un precedente, una possibilità, una crepa dentro un processo di concentrazione che appariva lineare e inevitabile.

E allora quella storia iniziata nel 1994, tra prati polverosi e concerti lontani dai palazzetti, smette definitivamente di essere un’anomalia del passato. Diventa una lente per leggere il presente e mostra come artisti, artiste e pubblico potrebbero decidere di scegliere e cambiare il futuro di un mondo sempre più legato al capitalismo.

Con una differenza: oggi, per la prima volta, quel sistema non è più solo contestato. È stato riconosciuto, ufficialmente, per quello che è.

Andrea Cegna

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