La rivoluzione dei lumpen. Fanon e i non governabili | Da “Lo sguardo bianco” di Mirzoeff

Chi sono, oggi, i «lumpen»? L* giovani delle periferie che il discorso pubblico chiama «maranza», le persone razzializzate su cui si concentra l’attenzione dei dispositivi di sicurezza, chi vive ai margini del lavoro e della cittadinanza. Categorie che la politica descrive come un problema di ordine pubblico, prima ancora che come soggetti. In questo capitolo de Lo sguardo bianco (Meltemi), Nicholas Mirzoeff rilegge Frantz Fanon e ne recupera l’intuizione più radicale: proprio in coloro che il marxismo classico aveva liquidato come “lumpenproletariat”, Fanon vedeva la possibilità di una trasformazione, e la nascita di un’umanità nuova. Insomma un nuovo soggetto rivoluzionario.


Fanon immaginò il modo per creare una nuova umanità – che fosse realmente e pienamente umana – a partire dalle sue esperienze in Algeria come psichiatra e rivoluzionario. Lì, dopo aver assunto il suo primo incarico nel 1954, Fanon si trovò a lavorare in un grande ospedale psichiatrico di Blida-Joinville. La struttura, come tutte le istituzioni coloniali, era sottoposta alla segregazione. Ancora più significativo era il fatto che la “scuola” algerina di psichiatria, fondata da Antoine Porot, descriveva l’uomo nordafricano come un primitivo, dotato di un cervello meno sviluppato e predisposto alla criminalità. Porot non concepiva tale stato come una fase temporanea, ma piuttosto come “una condizione sociale giunta al termine della sua evoluzione”[1]. Pur con dei termini leggermente diversi, la gerarchia razzializzante era esattamente quella già proposta Julien-Joseph Virey nel 1801 e resa popolare da Josiah Nott e George Gliddon[2]. Eppure, Fanon si trovava ancora a contestare queste argomentazioni nell’era dell’esplorazione spaziale. La fine dell’occupazione francese dell’Algeria non pose fine a questo lungo dominio del pregiudizio. Lo psichiatra sudafricano J.C. Carothers, per esempio, cercò di spiegare la rivolta dei Mau Mau in Kenya sostenendo che la mente di un africano adulto era l’equivalente di quella di un bambino europeo[3]. Il lavoro di Fanon ci ricorda quanto a lungo sopravvivano, nel quotidiano, forme di “scienza” ormai da tempo screditate. È sufficiente trascorrere qualche minuto per le strade di New York per sentire ancora usare la parola moron[4], un termine nato in ambito para-scientifico nelle teorie eugenetiche e psicologiche dei primi anni del Novecento. Decine di migliaia di aspiranti immigrati negli Stati Uniti erano stati respinti in quanto morons. Di fronte a tali lasciti, Fanon immaginò che dal movimento decoloniale potesse nascere una forma del tutto nuova di umanità. La sua fonte di ispirazione veniva dalla pratica clinica ad Algeri, che a sua volta gli aprì nuove prospettive sulla costruzione della bianchezza. Seguendo i principi di Tosquelles, egli trasformò gli spazi dell’ospedale introducendo nelle attività quotidiane la visione di film, la lettura di giornali e alcuni incontri comunitari. Mentre le donne europee nel reparto di Fanon rispondevano positivamente alle serate teatrali e alle letture, gli uomini musulmani non sembravano trarne alcun beneficio. Fanon giunse così a riconoscere che “era essenziale un atteggiamento rivoluzionario, perché si doveva passare da una situazione in cui la supremazia della cultura occidentale era evidente e data per scontata a una nuova realtà basata sul relativismo culturale”. Allo stesso tempo, anche l’esperienza di questi uomini rappresentava una novità. Espulsi dalle campagne a causa dell’introduzione delle moderne macchine agricole, erano arrivati in città in cerca di lavoro; tuttavia, la scarsità di fabbriche ad Algeri impediva loro la possibilità di imparare un mestiere o acquisire una specializzazione. Cinquantotto dei duecentoventi uomini musulmani ricoverati nel reparto di Fanon provenivano da questo nuovo proletariato urbano: abitavano nelle baraccopoli ed erano tutti analfabeti. Insensibili alle pratiche di terapia sociale, i pazienti “agitati” venivano legati dal personale dell’ospedale con delle cinture o altri strumenti di contenimento. Tuttavia, riflettendo collettivamente, Fanon riconobbe che proprio quel gruppo così instabile stava “scardinando gli assetti domestici, economici e politici”[5] del Paese. Questa sua osservazione venne pubblicata nell’ottobre del 1954, pochi giorni prima che scoppiasse la rivoluzione che egli aveva già intuito. Ne I dannati della terra, scritto in seguito alla vittoria della Rivoluzione algerina, Fanon elaborò una teoria inaspettata e dinamica del cambiamento sociale globale a partire dalla sua esperienza sia clinica sia politica. Individuò proprio negli esclusi, che il marxismo tradizionale aveva liquidato come lumpenproletariat, l’ultima reale possibilità per un cambiamento trasformativo. Lo stesso Karl Marx aveva relegato i poveri e gli emarginati a “spettri”, invisibili ed esterni al mondo della politica: i “dannati” e i criminali erano, infatti, intercettati solo dagli apparati punitivi dello Stato (per esempio da giudici, ufficiali di polizia o medici)[6]. Ripensando agli abitanti delle baraccopoli che aveva curato proprio all’interno di una di quelle istituzioni punitive, Fanon giunse a una posizione totalmente nuova: “Il lumpenproletariat, coorte di affamati detribalizzati, declanizzati, costituisce una delle forze più spontaneamente e radicalmente rivoluzionarie del popolo colonizzato”[7]. A proposito di questo, si pensi al personaggio di Ali La Pointe nel film La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo, girato negli stessi luoghi in cui si erano svolti gli eventi narrati. Teppista di strada diventato rivoluzionario militante, il personaggio si ispira alla figura del leader della resistenza Amar Ali, che aveva preferito morire piuttosto che arrendersi. Interpretato da un altro lumpen, Brahim Hadjadj, Ali mostra la correttezza della propria lettura conflittuale alla fine del film: il successo dello sciopero generale durante la Battaglia di Algeri non suscitò alcun sostegno internazionale significativo e consentì all’esercito francese di annientare l’organizzazione[8]. Fanon immaginava questa forza rivoluzionaria come una forza prodotta ai margini degli spazi urbani, non come qualcosa di già dato:

«Il lumpenproletariat costituito, e gravante con tutte le sue forze sulla “sicurezza” della città, significa il deterioramento irreversibile, la cancrena impiantata nel cuore della dominazione coloniale. Allora i magnaccia, i giovinastri, i disoccupati, i pezzi da galera, sollecitati, si buttano nella lotta […]. Anche le prostitute, le domestiche a 2000 franchi, le disperate, tutti quelli e quelle che si muovono tra la pazzia e il suicidio, si riequilibreranno, si rimetteranno in marcia e parteciperanno in modo decisivo alla grande processione della nazione risvegliata».[9]

L’esperienza di Fanon come medico clinico e come rivoluzionario si combinava per creare questa immagine di una nuova classe disalienata, risvegliata e trasformata, non più minacciata dalla follia e non più confinata ai margini della società. La critica culturale Ranjana Khanna interpreta l’emergere di questo lumpenproletariat come la costituzione del “politico come zona di indeterminazione […] [per] coloro che non rientravano nella categoria del soggetto politico”[10]. Si trattava di uno spazio inedito e fluido, uno spazio di rivolta, uno spazio invisibile allo sguardo bianco, in cui coloro che erano esclusi dall’essere pienamente umani – ovvero il popolo senza titolo, che non aveva un proprio spazio – potevano finalmente emergere, vedere ed essere visti come persone. Per Khanna, i lumpen sono “forse i non governabili”[11]. Questo non implica che siano fuori controllo, ma significa piuttosto che rifiutano di cedere ad altri il controllo su sé stessi[12]. Questi gruppi hanno assunto, nel tempo, numerosi nomi: fuggitivi, maroons, pirati, comunardi, Zapatisti, Indignados, e così via. I governi li temono e li osteggiano da sempre per ovvie ragioni. Nell’epoca attuale, la forma di controllo più odiata è la sorveglianza – che si manifesti attraverso la CCTV, il riconoscimento facciale, l’utilizzo di badge per l’accesso in alcune strutture o il monitoraggio della sequenza dei tasti al lavoro. Nelle sue lezioni del 1966 all’Università di Tunisi, Fanon denunciò questa “sorveglianza perpetua” come nuova forma di alienazione[13]. Di conseguenza, Fanon intuì che proprio coloro che vivevano in luoghi non soggetti alla supervisione – al tempo soprattutto gli spazi di lavoro e di consumo – rappresentavano il futuro. Non governati, svincolati dalla sorveglianza, avrebbero potuto creare un nuovo tipo di essere umano, non più definibile attraverso categorie né organizzato in gerarchie. Non era tanto una questione di economia politica, quanto l’intuizione di un autentico visionario. Fanon osservava come le possibilità di vita delle persone ai margini oscillassero tra la morte, il suicidio e la follia, ma sottolineava che esisteva ancora una possibilità di uscita: la trasformazione rivoluzionaria. A differenza di molte interpretazioni del marxismo, Fanon non si illudeva che questo momento fosse inevitabile, determinato da leggi storiche immutabili. Tuttavia, la sua intuizione visionaria trovò risonanza in tutto il mondo atlantico.


[1] A. Porot (1939), citato in F. Fanon, Écrits sur l’aliénation et la liberté (1952-1961), La découverte, Paris 2015; tr. ingl. Alienation and Freedom, a cura di J. Khalfa, R.J.C. Young, Boomsbury, New York 2018, p. 407.

[2] Cfr. Cap. 2.

[3] K. McCulloch, Theory into Practice: Carothers and the Politics of Mau Mau, in Colonial Psychiatry and “the African Mind”, Cambridge University Press, Cambridge 1995, pp. 64-76.

[4] In italiano l’equivalente potrebbe essere “idiota” o “imbecille” [N.d.T.].

[5][5] F. Fanon, J. Azoulay, Social Therapy in a Ward of Muslim Men (1954), in F. Fanon, Alienation and Freedom, cit., pp. 353-371.

[6] Nel 1844, Marx definì il Lumpenproletariat come “il furfante, l’imbroglione, il mendicante, il disoccupato, l’affamato, il miserabile e il lavoratore criminale: figure che per l’economia politica non esistono, ma che appaiono solo ad altri sguardi, quelli del medico, del giudice, del becchino, dell’ufficiale giudiziario, ecc.; figure che sono spettri al di fuori del suo dominio”. Citato in M. Denning, Wageless Life, in “New Left Review”, vol. 66, 2010, p. 79.

[7] F. Fanon, I dannati della terra, cit., p. 82.

[8] N. Mirzoeff, The Right to Look, cit., pp. 252-256.

[9] F. Fanon, I dannati della terra, cit., p. 83.

[10] R. Khanna, The Lumpenproletariat, the Subaltern, the Mental Asylum, in “South Atlantic Quarterly”, vol. 112, n. 1, 2013, p. 135.

[11] Ivi, p. 140.

[12] J.C. Scott, The Art of Not Being Governed, cit.

[13] F. Fanon, Alienation and Freedom, cit., p. 524.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *