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Ritorno a Buenos Aires: La dittatura (forse) è finita. La memoria è ancora una battaglia

Giulio Torello

Culture

Cinquant’anni dopo il golpe del ‘76 argentino, la destra revisionista di Javier Milei sta tentando di riscrivere il passato, attraverso azioni simboliche (come la richiesta di “una memoria completa” che tenga conto dei crimini commessi dai gruppi di sinistra o la messa in discussione del numero totale dei desaparecidos) e bloccando i fondi ai centri di memoria, tra le tante azioni.
Nello stesso momento storico Marco Bechis, a notevole distanza temporale da “Garage Olimpo” e da “Figli-hijos”, “ritorna” cinematograficamente a Buenos Aires per aggiungere un altro tassello alla sua narrazione, lui che quel passato l’ha vissuto sulla propria pelle.

E’ Mariano Guerra (un intenso Adriano Giannini) a tornare in Argentina, a dare voce alla storia di Bechis e di un paese che oscilla tra il disperato bisogno di verità e giustizia, e l’ambiguità. Ci torna per deporre contro i suoi sequestratori, dopo moltissimi anni. Siamo nel 2008, dopo che decenni di lotta dei movimenti avevano finalmente strappato l’annullamento delle leggi di Obedencia Debida e Punto Final.


Ma in tutto questo, Mariano è un personaggio innocente, immacolato? Non proprio. In quegli anni lui è stato sequestrato, ora è un sopravvissuto.
Ma c’è dell’altro: negli anni della dittatura, quando era un giovane medico in contatto con gli ambienti della sinistra rivoluzionaria e della resistenza, il terrorismo di Stato lo ha messo di fronte a un bivio: la sua morte o le teste dei suoi compagni. Mariano ha scelto la seconda.

L’oscurità del personaggio emerge già dalle prime scene quando, sotto i portici di Torino e non ancora “ritornato a Buenos Aires”, chiede in prestito un accendino a dei ragazzi per poi non restituirlo, fulminandoli con uno sguardo assassino. E procede, tra poche parole, nei corridoi dei tribunali, nello spoglio edificio dove lui dorme con gli altri testimoni. Mentre Evelyn, la figlia di una sua compagna di gioventù, lo cerca, desiderosa di poter parlargli, assetata di verità: che cosa è successo a Muñeca, sua madre?

Da Muñeca (Olivia Nuss), la militante montonera, a Evelyn (Veronica Gerez), sua figlia nel tempo presente, fino ad Amalia (Ana Celentano), una sopravvissuta, le donne del film vivono di sguardi, azioni, non di molte parole, ma rappresentano l’anima di chi i conti con la storia forse ha provato a farli, ed è disposto a farli nuovamente. Ognuna, con uno sguardo e dei gesti molto netti, porta un vissuto diverso, che però mai le distoglie da una forma di resistenza, in qualsiasi epoca vivano, negli anni 70 o nel tempo presente del film.

I film di Bechis ragionano per regia “sottrattiva”, “antispettacolare”. Le inquadrature dall’alto sono frequenti e già da Garage Olimpo davano l’idea di un male diffuso ed esteso nei luoghi teatro della vicende narrate, che non riescono in alcun modo a liberarsi della violenza del ricordo. Questo male sembra sopraffare totalmente il protagonista, in maniera progressiva e disarmante.

La ripresa dell’auto del suo ex torturatore, il dott. K, il modo in cui questi si muove da un luogo all’altro, danno l’idea di una figura invincibile e demoniaca, protetta da trame complesse, a cui non possiamo sottrarci, nell’indifferenza generale. Il tutto ha un tocco minimalista, che in alcuni casi forse si affeziona troppo al non detto.

Bechis, in un’intervista rilasciata ad Alessandro Leogrande e Renata Pepicelli nel 2000, aveva ricordato il forte scetticismo di alcune madri, come Hebe de Bonafini, che avversavano quelli che consideravano “processi incompleti” e chiedevano a gran voce un unico processo per genocidio, criticando quei film che raccontavano una storia non matura per essere raccontata, perché ancora l’Argentina non aveva raggiunto verità e giustizia. Una posizione che oggi risulta difficile da liquidare, considerando la violenza con cui il governo sta cancellando la memoria di quegli anni. Allo stesso tempo le riprese di quei processi “imperfetti” e il lavoro filmico sulla memoria di Marco Bechis ci consegnano una riflessione diretta e partecipe che non smette di interrogarci, seppur in chiave intimista e a tratti onirica.

“Ritorno a Buenos Aires” è un film che non offre risposte facili, e non vuole nemmeno essere un’opera classica, ottimista. Uscendo dalla sala, ci si interroga pesantemente sugli strascichi che può lasciare in noi un sistema di terrorismo di Stato.

Chi è Mariano Guerra? Certamente non un eroe. Forse non una vittima. Ma sarebbe sbagliato definirlo un carnefice. Il carnefice è il sistema, lo stato. la cui tortura sistemica continua a vivere. Nei corpi, nei dolori, nell’ambiguità tragica di Mariano.
Cosa lascia la memoria ad un popolo? A quali bivi ci ha messo di fronte la storia?
Mariano, Evelyn e Amalia rappresentano storie diverse, segnate da relazioni distrutte, dall’assenza di risposte, dalla condanna, in vita, ad una solitudine assordante che impedisce di pensare nuovamente ad un “noi” collettivo. Il privato, l’intimo, rimangono un risvolto del politico, che vorremmo conoscere, per interrogarci e conoscere meglio noi stessi.



Una delle attrici protagoniste, Olivia Nuss, ha raccontato il suo grande desiderio di conoscere e di sapere tutto dei militanti: le loro banalità, se parlassero solo della causa o di altro. Si chiedeva se avessero paura, cosa si comunicassero.
Anche questo ci ricorda che la memoria, in ogni luogo e tempo, è una pratica che va difesa, immedesimandosi, appassionandoci alle storie. Mentre anche qui, in Italia, c’è chi sta lavorando perché certe pagine restino chiuse per sempre.



Marco Bechis “ritorna a Buenos Aires”. O almeno, non esattamente. Il regista non ha incontrato una co-produzione con l’Argentina (in cui sono in corso pesanti tagli alla cultura, voluti dalla motosega di Milei), ed è quindi stato costretto a ricostruire la Buenos Aires dei tempi nella città di Porto Alegre, e i processi contro i torturatori della dittatura nell’aula bunker delle vallette a Torino (sede del processo contro il primo nucleo delle Brigate Rosse) .

di Giulio Torello

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