La corte di Assise di Milano ha deciso diversamente. Quella tecnica di immobilizzazione non ha avuto alcun ruolo nel determinare la morte di Michele Ferrulli fermato per «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone».
Dunque è legittimo che gli operatori della pubblica sicurezza agiscano come hanno agito a Milano, e non solo a Milano. Perché questo è il punto più vero e più dolente. Il «metodo Ferrulli» va considerato un vero e proprio metodo proprio perché assomiglia in modo impressionante a una tecnica abituale, a un sistema operativo collaudato, a un modello di intervento sperimentato. Il fermato viene bloccato a terra, i polsi ammanettati dietro la schiena e tre o quattro uomini che gli gravano addosso con tutto il proprio peso. Ne deriva una compressione toracica, che può determinare l’asfissia o l’infarto. E’ accaduto così, con tutta probabilità, nelle vicende che hanno portato alla morte di Riccardo Rasman, Federico Aldrovandi, Bohli Kayes, Riccardo Magherini e chissà di quanti altri, rimasti anonimi e caduti nell’oblio.
Ho parlato più volte col capo della polizia Alessandro Pansa e col comandante generale dei carabinieri Leonardo Gallitelli. Entrambi, in forma diversa, si dicono impegnati a elaborare un protocollo che fissi prescrizioni e vincoli, limiti rigorosi e cautele severe per le procedure del fermo. Evidentemente, oggi, quel protocollo non c’è. E oggi la prassi, la concreta modalità di azione, la tecnica generalmente adottata corrispondono in modo sinistro al «metodo Ferrulli». Quello che, come ha solennemente affermato la corte di Assise di Milano, «non sussiste».
