Invasione vegana

ImageNegli ultimi tempi stiamo assistendo ad una diffusione senza precedenti del veganismo.
Ristoranti, venditori alimentari e locali vegani spuntano come funghi in ogni angolo della nostra città. L’etichetta “Vegan” è sempre più presente sui prodotti in commercio, visibile sugli alimenti Bio, Gluten Free e di tutte quelle merci del GreenEcoBusiness.
Eppure la scelta vegana è fatta da persone così diverse…
 
Coloro che un tempo erano l’eccezione, quasi una minoranza inesistente, una specie rara oggi stanno diventando una fetta di popolazione sempre più numerosa. La scelta vegana è ormai una delle tante opzioni presenti sui nostri menù; quello che prima era considerato inconcepibile, quasi inspiegabile, ora è divenuta una strada percorribile. Intrigante e affascinante, dalla filosofia quasi metafisica, il veganismo è ormai una dimensione consolidata nella nostra società. Ma cosa si cela dietro questo mondo? Cosa dietro questa scelta?
 
Le scelte alimentari che pratichiamo quotidianamente sono azioni importanti che mettono in campo diverse dimensioni della nostra vita: economia, salute, etica e socialità vengono combinate in una moltitudine di modi differenti negli ambienti conviviali che attraversiamo e sono influenzate anche dall’ambiente a noi circostante. Ma il potere della nostra scelta non finisce col piatto che abbiamo davanti; il nostro regime alimentare ha effetti anche là dove i nostri occhi non possono arrivare. La provenienza, la lavorazione, il materiale utilizzato e persino il marchio stesso del prodotto che decidiamo di consumare hanno al loro interno moltissimi meccanismi a noi invisibili ma con conseguenze reali e tangibili.
 
È da molti anni che sentiamo parlare di mercato etico, consumo alternativo, altromercato e tutti quei concetti e pratiche che prima gli anni Ottanta con il rafforzamento dei movimenti ambientalisti, animalisti e le prime ONG (Organizzazioni Non Governative) che si occupavano della questione alimentare unite al paradigma dello sviluppo sostenibile, poi gli anni Novanta col movimento NoGlobal e la nuova idea di sviluppo alternativo hanno saputo tramandare fino ad oggi.
Tuttavia il veganismo è rimasto sempre una voce fuori campo nascosta dietro questi grandi movimenti di denuncia e rivendicazione, trasversale a tutti questi ma senza che gli venisse attribuita una base teorica consolidata ed uniforme né pratiche omogenee.
 
Già all’inizio del nuovo millennio però questo stile di vita ha gradualmente preso piede nella nostra società divenendo quasi una moda, una tendenza per e delle nuove generazioni.
Sempre più giovani decidono di praticare questa filosofia alimentare e anche il mercato con il suo Greenwashing non poteva che provvede alla domanda di giorno in giorno più ingente, disponendo sugli scaffali dei supermercati prodotti “VeganOK” dai prezzi elitari e dagli ingredienti ricercati con nomi esotici e stuzzicanti.
 
Il veganismo tutt’al più è una strada praticata da persone estremamente diverse tra loro che vivono questa scelta in modi talvolta agli antipodi.
Ragionando per estremi – ma tenendo sempre in considerazione/a mente la varietà del ventaglio di persone che compongono questa fetta di società- si potrebbe dire che la scelta vegana è fatta da due tipologie di individui: il primo che potremmo definire il salutista e il secondo che si può chiamare l*antispecista.
 
Il/La salutista è una persona che ha deciso di intraprendere uno stile di vita vegano con l’intenzione di migliorare il suo stato di salute, per la sua fisicità, per garantire al proprio corpo un’alimentazione che rispetti le nuove direttive mediche. Il suo obiettivo è di mantenere attraverso questo regime alimentare una condizione fisica sempre migliore massimizzando così le sue potenzialità corporee e nel farlo aderisce a tutte le favoloserie offerte dal mercato acquistando prodotti bizzarri come il tofu vellutato o i burger di seitan con verdure in negozi specializzati in economia Bio come NaturaSì o simili; oppure frequenta ristoranti vegani dai prezzi da capogiro e dall’ambiente pretenzioso e radical chick. Poco importa al* salutista se il cibo che compra proviene da una multinazionale o sia a kilometro 0, se viene acquistato in un negozio o al supermercato, se i campi da cui provengono i prodotti sono a coltivazione intensiva o di un’agricoltura che rispetti i ritmi naturali. Il veganismo viene a delinearsi quindi come una tendenza sociale, una spinta verso il benessere anatomico, una pratica come tante altre per sentirsi meglio.
 
L* antispecista invece assume tutt’altra prospettiva riguardo alla scelta vegana.
Corrente di pensiero iniziata ad affermarsi negli anni ’90, due sono i pionieri del pensiero antispecista: Peter Singer e Tom Regan. Al primo si deve l’introduzione del concetto di liberazione animale; sebbene poco politicizzato, il suo famoso testo “Liberazione animale” (1991) ha affermato l’idea di equità del diritto d’esistere basando la sua tesi sulla ugual capacità di soffrire, sul rispetto verso la vita altra e sul non diritto di inferire dolore e prigionia agli esseri viventi colpevoli solo di appartenere ad un’ altra specie. Come l’essere umano anche tutti gli altri animali sono in grado di provare dolore ed il fatto che abbiamo sistemi cerebrali “meno sviluppati” a livello anatomico non giustifica la sofferenza gratuita infertagli tramite l’allevamento intensivo e tutte quelle forme di sfruttamento e privazione dell’esistenza altrui.
 
Tom Regan, invece, con il suo testo “I diritti animali” ci propone una riflessione sulla complessità della vita degli animali dissociandosi dall’idea di senso comune che li vede come macchine mosse da ingranaggi o “bruti privi di pensiero”, ma descrivendoli come soggetti-di-vita dotati di consapevolezza, scopi e desideri propri. La teoria che presenta Regan vede i diritti animali basati sul rispetto verso gli altri esseri viventi e sul principio di equità del diritto all’ esistenza.
 
Questi sono due dei testi principali che vanno a creare un discorso materiale sulla tematica antispecista che vedrà proprio da quel momento l’inizio di un paradigma teorico a cui far riferimento, e da lì inizierà una graduale estensione a macchia d’ olio della tematica in tutto l’Occidente.
L’antispecismo diviene perciò argomento d’interesse e, come ogni qual cosa con un grande potenziale sovversivo e di messa a critica radicale del sistema dominante, viene inglobato nello stesso ingranaggio industriale che ne fa un tema main stream e commercializzato, depauperato della sua stessa essenza. Ed ecco allora che compare un Businness interamente dedicato alla questione che parte dai prodotti “VeganOK” e surrogati suoi simili, passa per la ristorazione e i bar, e finisce con i fast food come MondoVegano, cercando di diffondersi in tutte le dimensioni di vita che riguardano la questione alimentare e la vita sociale.
 
Ma non è tutto.
 
L’antispecismo ha sviluppato negli ultimi anni evoluzioni teoriche e pratiche tra le più disparate che ne formano un paradigma complesso e talvolta dagli aspetti conflittuali. Dall’antispecismo più metafisico e filosofico che parte da una visione dello specismo come privilegio morale fondato sull’appartenenza di specie o, come lo definisce Peter Singer appartenente a questa corrente, “Un pregiudizio o atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie e a sfavore di quelli dei membri di altre specie” – quindi come causa, realtà oggettiva della nostra società, ad un antispecismo invece più legato alla storia che vede l’origine dello specismo antropocentrico come effetto nella nostra società contemporanea, nato da esigenze pratiche di sopravvivenza che culminano nella creazione dell’allevamento e che , nel tempo, ha fatto si che si sviluppasse questo tipo di sentimento nella società, e che quindi definisce lo specismo come conseguenza dovuta alle modalità di organizzazione della società e della vita quotidiana e in quanto tale, assolutamente modificabile e sostituibile con un po’ di impegno organizzativo.
 
Nell’antispecismo vanno a convergere, inoltre, una moltitudine di tematiche come la sperimentazione animale, la questione degli allevamenti intensivi ma anche il rispetto verso l’alterità, riflessioni sull’esistenza in genere e tanto altro, che talvolta ne vedono un’appropriazione a fini mediatici di gruppi di estrema destra come CasaPuond e simili.
A questo proposito vorrei ricordare l’ ormai conosciutissimo Comitato Terra Nostra formato dall’Associazione Tana Dei Lupi di Vittoria, Spazio Libero Cervantes di Catania e CasaPound di Caltanissetta oppure l’Associazione No Muos Sicilia (un’associazione di persone che si è staccata dal movimento No Muos e che nulla ha a che fare con esso, dietro la quale si celano elementi di destra) di cui fan parte il comitato Vittoria e quello di Acate, che utilizzano iniziative animaliste e ambientaliste, concentrando la loro azione in particolar modo quelle in difesa dei cosiddetti “animali di affezione” per farsi conoscere e prendere piede sulla scena pubblica. La raccolta di cibo o gli appelli contro l’abbandono permettono a questi gruppi di avere visibilità in piazze, mercati o sui mass media, creando così uno spazio per veicolare le loro idee razziste, fasciste e di dominio. Nascondendo la loro vera faccia e mascherandosi come protettori degli oppressi e dell’ambiente, dichiarandosi associazioni a-politiche riescono ad intrecciare relazioni con la cittadinanza e le istituzioni, rendendo poi nel tempo sempre più difficile un loro allontanamento.
 
Il veganismo è quindi una pratica sociale attuata da diverse persone e strati sociali che vanno a connotarlo nella vita quotidiana in una varietà di modi estremamente differenti tra loro.
 
L’obiettivo di questo articolo- che forse sarebbe meglio chiamare flusso di coscienza – non è di spingere nessun@ a diventare vegan@ né antispecista, ma è quello di portare nuovi (s)punti di vista su questa tematica che sta diventando sempre più presente e di rilievo nella nostra società, dare un po’ più di informazioni utili sulla composizione di questo movimento estremamente eterogeneo per poter prendere una posizione a riguardo meno legata a tutti quegli stereotipi di senso comune che vede il/la vegan* sempre come un esemplare di estremismo cieco ed esasperato.
 
Marta

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