Sulla situazione in Russia

Vent’anni fa, nella notte tra il 25 ed il 26 Dicembre 1991, la bandiera rossa con la falce ed il martello veniva ammainata dal pennone del Cremlino. Dopo alcuni anni di convulsioni cessava di esistere definitivamente l’Unione Sovietica. Oggi, a vent’anni di distanza, la Russia torna a vivere giorni convulsi.

Il 24 Dicembre si è assistito probabilmente alla più grossa manifestazione di piazza che Mosca ricordi dai burrascosi tempi della caduta dell’Impero sovietico.
Più di 100.000 persone hanno affollato in un gelo tipicamente russo Prospekt Akademika Sakharova.
Per chi conosce Mosca si tratta di uno degli immensi stradoni in stile staliniano che dalla periferia conducono al centro. Il vialone prende il suo nome da Andrej Sakharov. Fisico nucleare padre della bomba
atomica sovietica e succesivamente figura preminente del dissenso sotto il regime di Brezhnev.
Prospekt Sakharova, per una sinistra ironia, termina nella Piazza della Lubyanka.
La piazza dove, dai tempi della Ceka di Felix Dzerzhinsky sorge il famigerato palazzo dei servizi segreti russi.

Una folla immensa si snodava ieri fino all’immensa Piazza delle Tre Stazioni distante oltre un chilometro. E’ dalle elezioni politiche del 4 Dicembre che la mobilitazione cresce.
La piazza anti-Putin è estremamente composita e contraddittoria e per ora, sembra tenere insieme tutto ed il contrario di tutto. Al suo interno si possono trovare giovani universitari stanchi della stessa faccia al potere da ormai 10 anni con tanta sete di libertà e dinamismo, appartenenti alla nuova classe media russa che vorrebbero un paese più aperto ed europeo, pensionati nostalgici dei fasti dell’Unione Sovietica, comunisti rinfrancati dal sorprendente aumento dei loro voti alle elezioni di un mese fa, ultras ultranazionalisti delle varie squadre di calcio della capitale e responsabili proprio un anno fa di feroci scontri xenofobi ed anti-caucasici in Piazza del Maneggio…e l’elenco potrebbe continuare.

Alla mobilitazione di questi giorni, allo stato attuale, sembrano mancare due cose.
Un leader credibile (anche in vista delle presidenziali di Marzo) ed una piattaforma politica complessiva che vada oltre lo slogan “Rossija bez Putina” (Russia senza Putin).
Il leader comunista Zjuganov è troppo vecchio per poter essere un’alternativa credibile. Il Partito Comunista (KPFR) si dibatte ormai da tempo in un dilemma lacerante. Da un lato c’è la necessità di salvaguardare tutto l’immaginario legato ai fasti dell’Urss (la falce ed il martello, Lenin, Stalin, la Grande Guerra Patriottica, Gagarin, l’Armata Rossa…) per conservare il voto dei militari, dei pensionati e di chi vive nelle periferie dell’Impero. Dall’altro si fa strada la necessità di aprirsi al nuovo tentando di costruire qualcosa che possa sembrare un serio partito socialdemocratico.
Un’opzione politica di cui la Russia avrebbe un disperato bisogno visto che quello che è mancato in questi 10 anni di putinismo è stata proprio una seria politica di redistribuzione delle ricchezze derivanti dal petrolio e dalla crescita economica.
A questo si aggiunge la necessità di presentare una faccia giovane e nuova.

Inutile puntare sul leader nazionalista Vladimir Zhirinovsky (con un oscuro passato di informatore del KGB). Molto simile ad un Bossi in salsa russa e capace, con le sue spettacolari tirate populiste (tanto amate dai Russi), di risvegliare i peggiori umori xenofobi delle fasce più deboli della società post-sovietica, cariche di risentimento contro gli immigrati dal Caucaso e della Repubbliche Asiatiche visti come una concreta minaccia al proprio già miserabile tenore di vita.

I liberali russi sono un forza d’elite incapace di penetrare nel cuore della società russa. I Russi assocciano infatti la parola liberale ai disastrosi anni ’90.
Gli anni delle ruberie di Elstin. Gli anni della miseria più nera. Gli anni delle privatizzazioni dell’immenso patrimonio dello Stato sovietico (da qualcuno definite “la più grande rapina della storia dell’uomo”). Gli anni dell’arricchimento degli odiatissimi oligarchi.

Abbastanza irrilevanti sembrano anche i vari partitini di destra e sinistra che nuotano nel mare del crecente dissenso.

Un volto interessante sembra essere quello del giovane blogger Alexey Navalny che ieri, fresco reduce da alcuni giorni di galera per una precedente contestazione, ha arringato, con il suo fare teatrale, l’immensa folla in un crescendo di boati e slogan. Navalny ha promesso che alla prossima mobilitazione, in piazza, ci saranno un milione di persone.
Poi, ruggendo, ha minacciato Putin e Medvedev di un possibile assalto al Cremlino ed alla Duma. Un’affermazione piuttosto ardita anche in considerazione del fatto che lo Stato russo ha la memoria lunga e, prima o poi, presenta sempre il conto.

Il potere centrale sembra essere stato colto di sorpresa dal crescere della mobilitazione e, allo stato attuale, sta reagendo con una certa inattesa prudenza.
Putin resta in silenzio mentre il volto buono dell’apparato di potere, Medvedev, promette riforme.

La situazione è molto fluida quindi.
I Russi per lungo tempo sono stati effettivamente grati a Vladimir Putin per aver rimesso in piedi un paese umiliato ed in ginocchio, ripristinando ordine, un minimo di benessere ed una certa credibilità internazionale.
Chi si ricorda la Russia di fine anni ’90 non può non apprezzare il cambiamento in meglio.
Quello che è mancato però è il passaggio successivo.
Le ricchezze sono finite nelle mani di pochissimi, la tipica corruzione russa ha ripreso ad aumentare, la crisi economica si è fatta sentire ed il volto del potere non ha saputo mutare e venire incontro alle nuove esigenze della società.

La società russa sembra essersi quindi risvegliata dal suo tipico fatalismo ed apatia.
Sono “risvegli” periodici che generalmente fanno parlare il Mondo.
L’ultimo “risveglio” si è avuto tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90.
Erano i tempi della glasnost di Gorbachev. Milioni di cittadini sovietici, dopo decenni di torpore, riscoprirono il gusto per la politica. A muoversi erano soprattutto i giovani ed i militanti più aperti del PCUS.
Immensi cortei. Scioperi giganteschi (come quello dei minatori del 1991).
Una mobilitazione continua e vivace.
Chi non ricorda le manifestazioni che si opposero al Golpe dell’Agosto ’91 (quelle del famoso filmato di Elstin che arringa la folla parlando su un carro armato)?
Tanti i sogni e le promesse non realizzate.
A scrivere la parola fine a tutto ci pensò Boris Elstin nelle sanguinose giornate dell’Ottobre 1993 (quello della famosa canzone della Banda Bassoti Mockba 993). In quei giorni di rivolta contro lo stato di miserie e umiliazione in cui era sprofondata la società russa, Elstin decise di sciogliere il
Parlamento e di farlo prendere a cannonate dai carri armati.
Seguirono anni da incubo.

Oggi la società russa si è messa di nuovo in movimento.
Non limitiamoci però ad osservare solo quello che succede nelle strade della capitale (anche perché la Russia non è Mosca). Mentre la gente scende in piazza lo Stato russo persegue una nuova politica di potenza. Indice ne è il nuovo accordo strategico stipulato dell’Ottobre 2011 con Bielorussia e Kazakistan. L’obiettivo finale è una vera e propria Unione Eurasiatica.
Le ambizioni imperiali non tramontano mai…

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