Bang Bang Baby – Non si esce vivi dagli anni Ottanta

“Penso che le cose si possano fare diversamente.
Se mai tornerò a fare questo lavoro, lo farò con una convinzione:
che un’altra televisione è possibile”.
(René Ferretti alla sua troupe, “Boris”, Seconda Stagione, Episodio 14)

Abbiamo deciso di aprire la recensione di Bang Bang Baby, la nuova serie italiana di dieci puntate uscita questa primavera con due citazioni che, a nostro parere, calzano a pennello per questa produzione. La prima, contenuta nel titolo, è una citazione musicale: rimanda infatti al un brano degli Afterhours contenuto del disco Non è per sempre di fine anni Novanta. La seconda è una celebre, per chi se ne intende di serie televisive, citazione del mitico René Ferretti di Boris.

Perché abbiamo scelto questo titolo per la recensione? Bang Bang Baby, basata sul libro autobiografico di Marisa Merico L’intoccabile, nasce da un’idea di Andrea Di Stefano ed è diretta da Michele Alhaique, Giuseppe Bonito e Margherita Ferri. Tutti i creatori e le creatrici di quest’opera hanno attraversato gli anni Ottanta o da teenager o da bambini, e questo ne influenza fortemente (e positivamente) i contenuti. In secondo luogo, la serie, che potremmo definire un crime-drama, è ambientata proprio a metà di quel decennio.

Il senso della seconda citazione sta invece nel fatto che la serialità italiana ha intrapreso una nuova strada. Questa è una serie italianissima, che si inscrive in questa “nuova tendenza” che ha scelto di battere sentieri altri rispetto a quelli della tradizionalista Rai. Si potrebbe dire che Lo chiamavano Jeeg Robot, così come Romanzo Criminale e Gomorra, hanno fatto scuola. Ma, in certe riprese dei volti e delle figure dei personaggi, ci sembra di trovare anche un po’ di Sorrentino.

Qualcosa sulla trama: Alice è una sedicenne timida e impacciata cresciuta dalla madre, operaia sindacalizzata di un’azienda tessile, nella provincia veneta degli anni Ottanta. Il padre, santista della ‘ndrangheta, è stato ucciso in un agguato mafioso davanti agli occhi della sua famiglia una decina di anni prima, o così almeno crede Alice. La verità però è diversa. E si farà largo rapidamente esplodendo come un’atomica nella vita della protagonista. Il padre, Santo Barone (interpretato da Adriano Giannini), è vivo ed ha appena compiuto l’ennesima sciocchezza che mette a repentaglio un gigantesco affare criminale. Toccherà ad Alice, dopo aver riannodato i rapporti col genitore, cercare di tirarlo fuori dai guai salvandogli la vita e cercando di portare a casa il grosso affare che rischiava di sfumare. In tutto questo, la ragazza entrerà in contatto con l’altra metà della sua famiglia: i Barone, grande famiglia della ‘ndrangheta trapiantata a Milano e guidata da una vera e propria figura matriarcale, nonna Lina.

In un vero e proprio romanzo di formazione Alice sarà via via risucchiata da un gioco sempre più teso e pericoloso, scoprendo il fascino del male e il richiamo del suo “sangue criminale”. Alcuni stereotipi sulla calabresità e sui calabresi al Nord sono estremizzati al massimo per rendere più vivace la narrazione. E, del resto, quelli erano gli anni in cui, silenziosamente ma neanche troppo, la ‘ndrangheta si “mangiava” Milano. E il grande affare attorno al quale ruota tutta la vicenda è quello per gli appalti del progetto Malpensa 2000. Sì, perché va ricordato che negli anni Ottanta il maggior aeroporto lombardo era ancora Linate e che sarà necessario un vero e proprio fiume di soldi per rendere l’aeroporto in provincia di Varese un hub internazionale.

Lungo il tortuoso percorso ad ostacoli che dovrà affrontare, Alice troverà sia alleati (magari giovani che perdono la testa per lei, ma anche amici di una vita) che nemici. Il più iconico è senza dubbio Nereo, appartenente a una famiglia criminale nemica dei Barone, i Ferraù, che il padre Santo con le sue malefatte ha risvegliato. Quello che in Calabria è ritenuto da tutti lo “scemo del villaggio” con una passione per George Michael (da qui la riproposizione quasi ossessiva di Careless Whisper nella colonna sonora) salendo a Milano per vendicare la morte del fratello subirà una vera e propria trasformazione (un po’ come Alice) e diventando una sorta di Joker della situazione (nella dolente interpretazione di Joaquin Phoenix). Come il nemico giurato di Batman, infatti, si renderà protagonista di una rivolta esistenziale proprio in diretta televisiva, sui canali Fininvest ovviamente, sempre sostenuto dalla cugina Assunta, una sensitiva molto particolare.

Ma torniamo al fatidico decennio citato nel titolo. La serie è un tributo continuo agli anni Ottanta, anche o forse soprattutto nei loro aspetti peggiori, che fanno un po’ da chicca e un po’ da trait d’union della narrazione attraverso riferimenti televisivi e commerciali che, per chi quel decennio lo ha vissuto da bambino, non possono che essere percepiti come “epici”. Dal mondo televisivo (soprattutto dell’onnipresente tv commerciale berlusconiana che per un decennio ha preparato la sua celebre “discesa in campo”) e cinematografico sono richiamate produzioni celebri come l’apocalittico The Day After sulla guerra atomica (nel 1983, senza saperlo, ci andammo vicinissimi), L’incredibile Hulk, i cartoni animati giapponesi o le sitcom americane (utilizzati anche per inserirvi i personaggi della serie e sperimentare modelli e registri narrativi differenti), la sfida Heather Parisi vs. Lorella Cuccarini e tanto altro. Del mondo commerciale, tanto per citare i due casi più lampanti, trionfano le Big Babol e gli Smarties.

La serie è girata con grande maestria e la colonna sonora si fa certamente ricordare. La fotografia è bella, ma si inscrive in qualche modo in una tendenza molto cupa ormai abbastanza ricorrente nelle produzioni italiane, anche quando la scena è ambientata in regioni in tutti i sensi “calde” come la Calabria. A volte, se una piccola critica può essere mossa, i dialoghi risultano un po’ deboli e Alice parla spesso ricorrendo a citazioni letterarie o cinematografiche. Forse un interloquire più “naturale” non avrebbe guastato. I personaggi sono mostrati tutti o quasi anche nelle loro debolezze e con uno sguardo, dal punto di vista umano ed esistenziale, abbastanza “compassionevole”. Ognuno, insomma, ha le sue follie se non perversioni. I personaggi più forti sono tutti femminili anche se, in qualche tratto (come ad esempio il richiamo alle Charlie’s Angels), si rischia forse di eccedere un po’ nella retorica. Buona la prova degli interpreti con, come punte di diamante nonna Lina e Nereo.

Per concludere potremmo dire che speriamo ardentemente che questa “nouvelle vague” di serialità italiana riesca a parlare anche di altre vicende rispetto a quelle legate alla criminalità organizzata che è sì un tratto distintivo del nostro paese, ma non l’unico. E citando la chiusura di una tipica puntata di un cartone giapponese negli anni Ottanta: つづく

 

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