Godless, not an ordinary western

Una lettera, una miniera e una mandria di cavalli.

Questi i tre perni attorno cui ruota la narrazione di “Godless”, la miniserie americana prodotta da Steven Soderbergh e Scott Frank.

Si torna dunque a raccontare il Far West. Un’impresa non facile considerata la bulimia narrativa iniziata già negli anni Trenta, con registi del calibro di John Ford e Howard Hawks e che ha visto come campione indiscusso del genere John Wayne. Una bulimia rilanciata tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta con l’esplosione degli “spaghetti western”, i quai hanno avuto il merito di far conoscere al mondo il genio assoluto di Sergio Leone (per il quale il western era semplicemente una scusa per raccontare storie di uomini).

Si parla dunque del West, un passaggio quasi obbligato per chi voglia fare cinema negli Stati Uniti. Trattasi infatti di uno dei miti fondativi della Nazione, insieme alla Guerra d’Indipendenza e ancor di più, probabilmente, alla Guerra di Secessione che negli States viene chiamata semplicemente “guerra civile”.

La serie, composta da sette lunghe puntate, narra la vicenda della cittadina di La Belle, New Mexico, Stato federato che confina a sud con il Messico, a est con il Texas e a ovest con il Nevada. La Belle è una piccola cittadina mineraria travolta da una gigantesca sciagura che ha spazzato via per sempre dalla comunità la maggior parte delle figure maschili, diventando a tutti gli effetti una città di sole donne.

La monotona (e un po’ triste) routine della cittadina di confine americana viene stravolta dall’arrivo di Roy Goode. Roy è un ottimo pistolero (vecchio cliché del genere) in fuga da Frank Griffin, l’ingombrante figura di padre adottivo.

Frank è uno dei più noti banditi dei suoi tempi (siamo nel 1884, a vent’anni circa dalla fine della Guerra di Secessione) che compie scorrerie in giro per gli stati del West con una banda di più di trenta uomini. L’orfano Roy è stato adottato da Frank quando era solo un bambino ed è stato cresciuto da quest’ultimo come un vero figlio.

L’arrivo di una misteriosa lettera indirizzata a Roy dalla California fa però esplodere la precaria quiete nel gruppo di banditi, portando il ragazzo alla decisione di tradire il padre adottivo e la sua “famiglia”, fuggendo con il bottino di una grossa rapina a un treno e scatenando l’ira funesta di Frank pronta ad abbattersi contro tutti coloro che daranno ospitalità al giovane fuggitivo.

Chi è patito del genere non potrà non notare i riferimenti ad alcuni classici. Il capo dei banditi si chiama Frank, come un altro celebre “cattivo” di uno dei capolavori di Sergio Leone, “C’era una volta il West”. Inoltre, egli si muove con un numeroso gruppo di fuorilegge  e qui salta immediatamente alla mente il “mucchio selvaggio” di “Il mio nome è nessuno”.

Roy Goode, nella sua fuga, verrà in qualche modo aiutato dalle cittadine di La Belle attirando l’arrivo di Frank e preparando il terreno, puntata dopo puntata, allo scontro finale. Ad aiutarlo saranno in particolar modo la vedova Alice Fletcher, una donna con un passato tragico che vive da sola nel suo ranch insieme al figlio Truckee e alla suocera Iyovi, di origine indiana, e dalla figura dolente dello sceriffo della cittadina Bill McNue, uomo giusto e coraggioso che nasconde un triste segreto personale.

In questo scenario le donne di La Belle, capeggiate da Mary Agnes (moglie del deceduto sindaco di La Belle e sorella di Bill) non dovranno solo difendersi dall’attacco di Frank, ma fronteggiare anche le mire del capitalismo rapace ottocentesco rappresentato dalla Quicksilver Mining Company, che vuole mettere le  mani sulla miniera cittadina.

Mattatore assoluto della serie è Frank Griffin,  una figura di villain che non ha nulla da invidiare ai cattivi classici del genere. Si tratta di un uomo estremamente intelligente e carismatico, con un rapporto molto profondo con la fede e la religione (forse perché è stato cresciuto dalla comunità mormona che ha sterminato la sua intera famiglia in viaggio verso la California durante il celebre massacro di Mountain Meadows) tanto da farlo scambiare per un “pastore”. Egli è guidato da una sorta di propria morale banditesca, che lo spinge ad aiutare tutte le figure fragili e travolte dalla durezza del fato, siano orfani del selvaggio West o comunità travolte dal vaiolo. Frank, però, è anche sanguinario e spietato, tanto da sterminare tutti coloro che hanno aiutato nella sua fuga il figlio adottivo che lo ha tradito, tradimento che lui considera imperdonabile. Questo suo continuo camminare su un sottilissimo filo che divide la sua essenza tra ira e misericordia in qualche modo lo fa assomigliare a una divinità antica.

Altro tema interessante è quello della paternità non di sangue. Così come Frank diventa un padre e un mentore per Roy, quest’ultimo lo  diventa per Truckee, il figlio mezzosangue della vedova Fletcher.

Insomma, “Godless” convince con la sua narrazione lenta adatta ai tempi rallentati e agli spazi sconfinati dell’epoca. La serie è una sorta di western all’antica che ci pone però dei temi assai moderni. Temi come il ruolo delle donne o delle minoranze, che nella storia del cinema americano sono stati spesso sottovalutati o caricaturizzati.

Se si può muovere una critica, forse sarebbe stato necessario approfondire maggiormente la tragica figura dei “Buffalo soldiers”, cantati anche da Bob Marley. Ex-schiavi liberati arruolati nell’Unione, che vengono “usati” per combattere gli indiani, nella terribile ironia di due delle minoranze vittime degli Stati Uniti che combattono tra loro, aizzate dagli stessi bianchi che hanno messo gli uni in catene e sterminato gli altri. Li ritroviamo nella serie, ma rimangono sempre ai margini della narrazione.

Da vedere.

Un gruppo di “Buffalo soldiers” del 10° Reggimento della Cavalleria dell’Esercito degli Stati Uniti

 

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