Dimmi come viaggi…

Quando si approda in un paese nuovo, da stranieri, da migranti (più o meno temporanei), da viaggiatori o da semplici visitatori, uno dei modi che trovo migliore per affacciarsi velocemente alla cultura locale è quello di prendere i mezzi pubblici.

Interessante quadro della gestione servizi, (semi pubblici o privati, ma comunque popolari) del paese, sono spesso luoghi molto frequentati da tutta la gente, soprattutto dalle fasce medie e basse (anche se non sempre) e dunque, permettono un interessante e rapido punto di osservazione della popolazione, delle sue abitudini e della sua quotidianità.

Ripenso agli ultimi anni in giro per il mondo e alla varietà di esperienze che ho vissuto sui mezzi pubblici, tra le persone del posto: tanto che per me, ormai, arrivare in un paese nuovo e non fare un giro su un autobus o un treno diventa una grave privazione, una mancanza inaccettabile.

Partiamo dal LIBANO, paese non troppo lontano dalla “nostra” Europa, né come distanza, né come cultura (affacciandosi sul Mediterraneo). Il SERVICE è il mezzo più utilizzato dalla gente per spostarsi: è un taxi collettivo, non autorizzato (spesso sono vecchie auto degli anni 60, che cadono letteralmente a pezzi). Il SERVICE gira a tutta velocità per la strada, senza assolutamente rispettare alcuna regola stradale o di sicurezza, e spesso perde i pezzi: unico complemento sempre funzionante ed utilizzato fino allo stremo è, ovviamente, il clacson. Trovare un SERVICE che ti porti a destinazione è una sfida con la sorte: devi fermarli tutti, buttandoti in mezzo alla strada e sventolando braccia e mani, urlare al guidatore (che spesso non si ferma ma semplicemente si accosta rallentando e affacciandosi al finestrino) la tua destinazione. Se l’auto è già diretta da quella parte per portare altri passeggeri, o se è vuota, un cenno della testa ti indica che puoi salire. Altrimenti, il SERVICE riparte e scompare in una nuvola di smog e di traffico, da dove è comparso. Nella prima ipotesi, si apre la contrattazione del prezzo, perché il SERVICE, essendo un’attività abusiva svolta da privati cittadini, non ha un prezzo fisso: esiste una “media” di prezzo (nel 2006-2008 era circa 80 centesimi di euro), ma che è soggetta a infinite modifiche a seconda del guidatore, del fatto di essere un cliente straniero, della distanza, del traffico e di mille altre variabili. Qualora si arrivi ad un prezzo concordato, si può salire e da lì inizia l’avventura: guida spericolata, autisti di ogni provenienza e, spesso, di svariati livelli di sanità mentale, discussioni con gli altri passeggeri (si arriva anche a 6-7 per macchina), osservazioni sbigottite dello stato di un’auto che nonostante tutto continua a funzionare (ho visto auto tenute letteralmente insieme con lo scotch), colpi di tosse (perché sui SERVICE si fuma, e rigorosamente con i finestrini chiusi). Un giro in SERVICE, se si capisce la lingua del posto, è un ottimo modo per sentire conversazioni sulla politica locale, gli ultimi avvenimenti internazionali, le preoccupazioni della gente. Molto spesso capita di essere interrogati su di sé, sul proprio paese e sulla propria storia, ma, soprattutto, sulla propria esperienza in Libano. Per una donna sola è sempre buona regola studiare attentamente atteggiamento dell’autista (sempre uomo), prima di dare confidenza (molto spesso è meglio troncare una conversazione piuttosto che trovarsi poi a dover affrontare molestie sessuali), e mai sedersi accanto ad un altro passeggero uomo, soprattutto in condizioni di ristrettezza di spazi (ad esempio, quando si siede in due davanti). Alle brutte, la regola di emergenza: essere pronte a scendere dal SERVICE in corsa….. anche se ho tanti, tanti bei ricordi legati a questi viaggi, dalle chiacchiere alle risate agli scambi di opinioni, sguardi e saluti. La struttura di questo trasporto locale ci fa comunque capire quanto il servizio pubblico di autobus, seppure esistente, sia insufficiente, troppo caro per la maggioranza della popolazione, e di quanto siano diffuse e tollerate attività private di economia informale (che tra l’altro, sono organizzate e controllate da soggetti potenti che sfruttano gli autisti).

Un altro paese sbalorditivo per quanto riguarda il trasporto pubblico è senz’altro HAITI.

Purtroppo non ho avuto la fortuna di sperimentare questi mezzi, che si chiamano TAP-TAP: sono dei coloratissimi autobus anni 50 (di origine statunitense) da una ventina di posti (distribuiti in teoria su vecchie panche di legno all’interno).

Ovviamente sovraffollati e lanciati a tutta velocità in strade trafficatissime, schivando buche, spazzatura, gente a piedi, carretti, animali e quant’altro, le cose stupefacenti di questi mezzi sono il completo buio che regna al loro interno, avendo solo delle piccole finestre ed essendo pieni di gente all’inverosimile che occupa tutto lo spazio, e il fatto che viene trasmessa all’interno musica a tutto volume (spesso Reggaeton o varianti moderne del reggae giamaicano) tanto da diventare delle “casse” ambulanti per tutta la strada. La bellezza di questi mezzi sono le decorazioni all’esterno: dipinti con bellissimi colori variegati e forme morbide e intricate (vedere foto), molto spesso i disegni sui TAP-TAP veicolano messaggi religiosi (scritte di propaganda ecclesiastica, incitazioni alla fede, frasi di amore verso Gesù), politici e culturali (frasi sulla libertà, sulla forza del popolo, spesso ritratti di personaggi popolari come Chavez, Che Guevara o Bob Marley). I messaggi sui TAP-TAP sono espressione diretta della cultura del popolo haitiano: profondamente religioso, fatalista, ma anche cosciente e fiero del proprio passato di schiavismo e delle tragedie quotidiane a cui il popolo viene sottoposto (non ultimi, il terremoto e il colera tra il 2010 e il 2011), vissute come sfide alla forza e alla resistenza di quest’ultimo.

L’AFRICA che ho visto e vissuto (perché di un continente si tratta, e dunque le differenza tra i paesi sono molte), e dunque il Centrafrica (Repubblica Democratica del Congo) e uno dei paesi Sub Sahariani (Niger), sono paesi in cui si va, tendenzialmente, a piedi. Confermando la mia teoria secondo la quale dal trasporto pubblico si possono capire molte cose importanti del ruolo dello stato nei confronti dei suoi cittadini, in Africa la popolazione non ha assolutamente NIENTE.

La capacità di spostarsi (resa molto difficoltosa dall’assenza totale di strade) dipende completamente dalla propria forza fisica individuale. Le persone, abituate a camminare anche 3 o 4 giorni semplicemente per recarsi in ospedale o a fare spese al mercato, marciano senza sosta, mangiando ciò che trovano per la strada (spesso, niente) durante i lunghi tempo dei loro spostamenti. Da questa difficoltosa mobilità non sono esclusi nemmeno donne incinte, donne con bambini piccoli, anziani o malati. Le conseguenze di questa mancanza totale di servizi sono negative ed innumerevoli: dai rischi fisici per le persone (in caso di pericoli per la strada, insicurezza, banditismo), ai rischi per la salute (in caso di vulnerabilità, o urgenza sanitaria), al fatto che le persone, alla fine, si spostino molto poco, e dunque non abbiano spesso modo di votare, curarsi, rifornirsi di ciò che hanno bisogno, incontrarsi, studiare. L’impossibilità o l’estrema difficoltà di muoversi compromette fortemente il raggiungimento dei loro diritti umani fondamentali.

Dopo tutti questi viaggi, non posso che guardarmi intorno in ITALIA con la stessa, anche se più difficile, curiosità che mi ha portato in giro per il mondo per tanto tempo: cosa penseranno le persone diverse da noi che arrivano qua e che salgono su un autobus? Cosa vedono gli occhi curiosi di uno straniero o di un viaggiatore sulla metropolitana verde di Milano nell’ora di punta? Di certo, le persone non parlano molto (almeno, non sulla metro): gli I Phone e i Blackberry sono tanti muri tra la gente, che si alternano con libri, giornali, riviste e cuffie dei lettori MP3. Io stessa, seppure un po’ “straniera”, ho la tentazione di chiudermi automaticamente in una specie di trance autistica appena salgo su un mezzo pubblico in Italia. Eppure è interessante guardarsi intorno, osservare con occhi e orecchie ben aperte come faccio quando sono all’estero……

Ci provo e, stranamente, facendolo mi sento quasi un po’ più “ a casa”.

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Una replica a “Dimmi come viaggi…”

  1. Dario ha detto:

    Bell’articolo, mi ha fatto venire ancora più voglia di viaggiare. Col trasporto pubblico ovviamente :-D

    A me a piacevolmente stupito la metropolitana di madrid dove, come in realtà anche fuori, ci si parla tranquillamente anche tra sconosciuti alle 8 del mattino tornando dalla fiesta.
    E poi ho visto 3 ragazze uscite dalla discoteca che inseguivano uno che aveva rubato un portafogli a un ubriaco addormentato. Avercene.

    Per un racconto sui mezzi di milano, in particolare sulla 90, consiglio questo articolo http://coserosse.net/c/?p=2470

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