Il Dossier che riapre il caso Caceres.

«L’assassinio di Berta Cáceres non fu un fatto isolato né un atto di violenza comune. Fu il risultato di un’operazione criminale organizzata, pianificata ed eseguita, resa possibile dalla convergenza di interessi imprenditoriali, dall’inerzia e dalla tolleranza di agenti statali e da un contesto strutturale di impunità.»
(Informe Final del Grupo Interdisciplinario de Expertos Independientes – GIEI Honduras)

Berta Cáceres viene assassinata nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016, nella sua casa di La Esperanza, nell’ovest dell’Honduras. Uomini armati entrano, sparano, fuggono. Con lei c’è Gustavo Castro Soto, attivista messicano, che sopravvive all’attacco e diventa l’unico testimone diretto. Berta muore nonostante fosse sotto misure cautelari della Commissione Interamericana dei Diritti Umani. Muore dopo anni di minacce, sorveglianza, criminalizzazione. Muore mentre lo Stato honduregno sapeva che la sua vita era in pericolo.

Berta Cáceres non era una vittima casuale. Era una dirigente indigena lenca, cofondatrice e coordinatrice del COPINH – Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras, uno dei movimenti più radicati e combattivi del paese. Da anni guidava la resistenza delle comunità di Río Blanco contro il progetto idroelettrico Agua Zarca, imposto sul fiume sacro Gualcarque senza consultazione previa, libera e informata. Un progetto che aveva portato militarizzazione, divisione comunitaria e violenza. Nel 2015 Berta aveva ricevuto il Goldman Environmental Prize, diventando una figura di riferimento internazionale nella difesa dei territori indigeni e dell’ambiente.

Per questo la sua morte non può essere letta come un delitto improvviso. È l’atto finale di un conflitto lungo, aperto, pubblico. È un omicidio annunciato.

Negli anni successivi, la giustizia honduregna produce alcune condanne: vengono condannati gli esecutori materiali e, successivamente, Roberto David Castillo Mejía, ex ufficiale dell’intelligence militare e dirigente della società DESA, concessionaria del progetto Agua Zarca. Castillo viene riconosciuto come l’uomo che fungeva da ponte operativo tra chi decideva e chi eseguiva: colui che coordinava, trasmetteva ordini, gestiva pagamenti e contatti. Ma l’indagine si ferma lì. I mandanti dell’omicidio – coloro che avevano interesse economico e politico a eliminare Berta Cáceres – restano fuori dall’aula di tribunale. Per anni questa impunità viene giustificata con una formula ripetuta: mancano le prove.

È in questo punto morto che si apre una domanda più radicale: e se il problema non fosse l’assenza di prove, ma il modo stesso in cui il crimine è stato guardato?

È qui che entra in scena il Grupo Interdisciplinario de Expertos Independientes (GIEI). Il GIEI è un meccanismo internazionale creato per affrontare casi emblematici di gravi violazioni dei diritti umani in contesti di impunità strutturale. È composto da esperti ed esperte internazionali in diritto penale, diritti umani, criminologia, investigazione complessa e analisi finanziaria. Il suo lavoro più noto è quello svolto in Messico sul caso dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa, dove il GIEI smontò la cosiddetta “verità storica” costruita dalla Procura, dimostrando torture sistematiche, falsificazione delle prove e il coinvolgimento diretto di forze statali e militari. Da allora, il nome GIEI è diventato sinonimo di una pratica precisa: andare oltre gli esecutori materiali, rompere le verità ufficiali e seguire le responsabilità fino ai livelli superiori.

È con questo mandato che il GIEI arriva in Honduras, su richiesta della famiglia Cáceres, del COPINH e di organizzazioni per i diritti umani. Non per assistere l’indagine statale, ma per ricostruire integralmente la verità sull’assassinio di Berta Cáceres. E ciò che emerge dal suo rapporto finale non è una versione alternativa dei fatti, ma una rottura profonda del quadro esistente.

Il GIEI afferma che l’omicidio di Berta Cáceres non può essere compreso se isolato dal progetto Agua Zarca e dal contesto di violenza strutturale contro chi difende la terra in Honduras. Il rapporto lo spiega così:

«La violenza contro le persone difensore dei diritti umani e del territorio in Honduras non è casuale né sporadica. È una violenza selettiva e strutturale, diretta in particolare contro coloro che si oppongono a progetti estrattivi e infrastrutturali imposti senza consultazione previa.»

Nel caso di Berta, questa violenza assume anche una dimensione di genere. Il GIEI sottolinea che le donne indigene che esercitano leadership pubblica affrontano un rischio aggravato:

«Le donne indigene difensore affrontano forme differenziate e aggravate di violenza, che includono stigmatizzazione, criminalizzazione, minacce e attacchi alla loro legittimità come leader.»

Uno degli elementi più gravi messi in luce dal rapporto è la prevedibilità del crimine. Attraverso l’analisi di intercettazioni telefoniche, il GIEI dimostra che, prima dell’omicidio, esistevano informazioni chiare sulla pianificazione dell’assassinio:

«Dall’analisi delle intercettazioni emerge che, nei mesi precedenti l’assassinio, si discuteva esplicitamente dell’eliminazione di Berta Cáceres, delle modalità operative, della logistica, delle armi e dei pagamenti. Queste informazioni erano disponibili alle autorità statali.»

In quelle conversazioni compare un elemento decisivo:

«Le comunicazioni fanno riferimento al fatto che la decisione sull’assassinio dipendeva da livelli superiori, indicati come “quelli di sopra”, e che l’esecuzione era subordinata alla garanzia del pagamento.»

Nonostante ciò, lo Stato non interviene. Non rafforza la protezione, non smantella le strutture di rischio. Il GIEI qualifica questa inerzia come una grave violazione dell’obbligo di diligenza. Dopo l’omicidio, l’indagine ufficiale non corregge questa omissione, ma la consolida. Il rapporto parla apertamente di deviazione della giustizia:

«Fin dalle prime ore successive all’assassinio si è promossa una narrazione falsa dei fatti, orientata a presentare l’omicidio come un delitto comune, mentre si ometteva sistematicamente di indagare le responsabilità imprenditoriali e istituzionali.»

Il cuore dell’Informe del GIEI è la ricostruzione finanziaria. Il rapporto dimostra che il progetto Agua Zarca è stato finanziariamente irregolare nella sua struttura. I numeri sono inequivocabili:

«Su un totale di 18.540.325,62 dollari statunitensi eseguiti nel progetto Agua Zarca, almeno 12.426.190,53 dollari, pari a circa il 67%, presentano deviazioni, irregolarità o mancanza di giustificazione economica.»

Quel denaro non finanzia solo infrastrutture. Finanzia sicurezza privata, informanti, intelligence illegale, gruppi parapolizieschi, pagamenti a funzionari pubblici, giornalisti e consulenti. Il GIEI descrive questo meccanismo senza ambiguità:

«I flussi finanziari del progetto sono stati utilizzati per sostenere attività di sorveglianza, intelligence illegale, incursioni armate e gestione violenta del conflitto con le comunità.»

È dentro questo sistema che si colloca il finanziamento diretto dell’omicidio di Berta Cáceres. Il GIEI ricostruisce il pagamento con precisione:

«Nelle quarantotto ore successive all’assassinio di Berta Cáceres sono stati incassati tre assegni, per importi di 200.000, 210.000 e 90.000 lempiras, per un totale esatto di 500.000 lempiras, convertiti immediatamente in contanti.»

Quegli assegni provengono da conti collegati alla società DESA e vengono incassati da dipendenti di basso rango, utilizzati come prestanome:

«L’utilizzo di dipendenti di basso livello come esattori costituisce una pratica deliberata per occultare la destinazione finale dei fondi e ridurre i controlli.»

Incrociando questi pagamenti con dichiarazioni degli esecutori materiali, comunicazioni telefoniche e dati di geolocalizzazione, il GIEI dimostra un coordinamento immediatamente successivo all’omicidio tra dirigenti aziendali e intermediari.

È qui che emergono in modo diretto le responsabilità di DESA e della famiglia Atala. Il rapporto documenta spazi di coordinamento come il gruppo “Seguridad PHAZ”, nei quali si pianificano azioni contro il COPINH e si mantengono contatti diretti con polizia e ministeri:

«Dalle riunioni del gruppo denominato “Seguridad PHAZ” emerge un coordinamento sistematico per il monitoraggio di Berta Cáceres e delle attività del COPINH, nonché per la gestione dei rapporti con le forze di sicurezza statali.»

Il GIEI attribuisce ruoli specifici a membri della famiglia Atala nella gestione finanziaria, nei contatti istituzionali e nel coordinamento della sicurezza, mostrando come la violenza non sia una deviazione, ma una funzione del modello di business.

Il rapporto affronta anche il ruolo delle banche di sviluppo internazionali. BCIE e FMO hanno fornito viabilità economica e legittimità istituzionale a un progetto imposto in un contesto di conflitto noto. Il GIEI scrive:

«Le entità finanziarie internazionali hanno contribuito a creare le condizioni strutturali che hanno reso possibile la violenza, omettendo di applicare una dovuta diligenza rafforzata nonostante le informazioni disponibili.»

Le banche erano state informate direttamente da Berta Cáceres del conflitto e delle minacce. Eppure i controlli hanno fallito.

E tuttavia, proprio qui, il rapporto del GIEI mostra anche il limite strutturale contro cui si infrange ogni tentativo di verità in Honduras. Perché se l’Informe ricostruisce con precisione il finanziamento dell’omicidio, i circuiti di pagamento, i ruoli intermedi, i flussi economici e i meccanismi di coordinamento, non arriva a identificare formalmente il soggetto che ha dato l’ordine finale di uccidere Berta Cáceres.

Non perché manchino indizi, ma perché il potere che emerge dal rapporto è un potere che non firma.

Il GIEI stesso lo riconosce, quando afferma che:

«L’indagine non ha esaurito le responsabilità dei livelli superiori né quelle derivanti dalle omissioni e dalle tolleranze statali, che continuano a costituire un nucleo di impunità strutturale.»

L’Informe documenta in modo dettagliato il ruolo della società DESA e il coinvolgimento diretto di membri della famiglia Atala nella gestione finanziaria del progetto, nel coordinamento della sicurezza, nei contatti con lo Stato e nel controllo dei flussi economici. Mostra come la famiglia Atala occupi una posizione centrale nell’architettura del progetto Agua Zarca: non come semplice proprietà formale, ma come snodo tra impresa, finanza, istituzioni e apparati di sicurezza. Ma non individua un “mandante” con nome e cognome.

Questa assenza non è un vuoto investigativo. È una fotografia del potere.

In Honduras, il potere non ordina: fa capire. Non firma: delega. Non appare: beneficia. La decisione di eliminare Berta Cáceres nasce in un sistema in cui la violenza è talmente integrata nel funzionamento dell’impresa e dello Stato da non richiedere un ordine esplicito. Tutti sanno cosa va fatto, e nessuno è formalmente responsabile.

È questa la forma più sofisticata dell’impunità: non l’assenza di processi, ma una struttura di potere che rende impossibile risalire fino in cima.

Per questo l’Informe Final del GIEI non è solo una ricostruzione del passato. È un atto di accusa contro un modello. Un modello in cui la violenza contro chi difende il territorio non è una deviazione, ma una risorsa. E finché questo modello resterà intatto, l’impossibilità di sapere chi ha voluto l’omicidio di Berta Cáceres non sarà una lacuna da colmare, ma la prova più evidente di come il potere, in Honduras, continui a proteggere se stesso.

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