Libano: spazio pubblico o privato?

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A volte, quando leggo le storie e le riflessioni di amici e conoscenti in diverse parti del mondo, mi rendo conto che alcuni concetti ed esperienze sono davvero globali, continue, comuni: e che ogni società, popolo, cultura, con i tempi dettati dalla propria storia, prima o poi si trova davanti alle stesse, identiche, dinamiche.


Questo è il caso del Libano, paese che conosco e nel quale ho vissuto e del quale ho ancora notizie grazie ad alcuni amici.

Il Libano è un paese innamorato del cemento e dell’urbanizzazione folle e a tutti i costi. Tratto comune di molti paesi del Medio Oriente, dove il “mattone” è sinonimo di potere, ricchezza e prosperità, i libanesi e i palestinesi non esitano a costruire piani su piani delle loro case (spesso, anche se non è necessario), a innalzare muri e muretti, cementare strade, costruire edifici inutili per poi, magari, lasciarli a metà.

Quando lavoravo al Sud del paese nel 2007, vedevo molte case vuote o semi-costruite: gli amici e i colleghi del posto mi raccontavano che i proprietari della terra vivevano all’estero, ma mettevano giù “il mattone” per dare un segnale di essere ancora proprietari: come se l’abitare fosse sinonimo di costruire su quella terra, e non di farla vivere con attività, agricoltura o con un’urbanizzazione sensata.

La capitale, Beirut, è la quintessenza dell’abusivismo edilizio e della cementificazione: le vecchie case tradizionali arabe vengono lasciate marcire e poi buttate giù perché pericolanti (e non salvaguardate come patrimonio artistico), per fare posto a mega palazzi stile Regione Lombardia o Dubai. La città, una cloaca perenne di inquinamento e traffico, non vede altro che parcheggi abusivi che spuntano negli spazi tra un cantiere e l’altro, e in cui trovano spazio le macchine, accatastate l’una sull’altra così come sui (pochissimi) marciapiedi. La vita di pedoni, ciclisti e bambini è estremamente dura: non esistono regole stradali e soprattutto spazi per lo loro salvaguardia: la loro unica speranza di sopravvivere, è quella di schivare il fiume di macchine, autobus, SUV e vecchi service (taxi collettivi) che invadono le strade in ogni orario.

Vivere a Beirut significa convivere non solo con l’inquinamento dell’aria e la pericolosità delle strade, ma anche con il rumore costante e perenne dei clacson, delle macchine rotte e scoppiettanti, che spesso le voci umane dei venditori coi loro carretti per le strade polverose cercano inutilmente di sovrastare.

In questo quadro agghiacciante e invivibile, icona di un modello di sviluppo iper occidentale e orientato al capitalismo più sfrenato (a lato di molti degli stradoni a 4-5 corsie della città in continua espansione, si vedono sorgere sempre nuovi centri commerciali e ipermercati), la testimonianza di N. questa mattina mi ha fatto riflettere.

Molti giovani libanesi, complice la contaminazione del paese con altre esperienze (dovuta non solo alla diaspora ma anche agli scambi e al fatto che molte persone viaggiano, nonché ricevano nel paese numerosi stranieri) e la conseguente creazione di reti e relazioni, sta creando e fornendo stimoli per alcuni ragionamenti diversi rispetto al modello di sviluppo che è stato loro imposto e presentato come l’unico.

Il caso del PARCO SANAYE, l’unico angolo di verde ancora presente a Beirut, è stato emblematico. Una danarosa quando sospetta organizzazione “sociale” privata (con capitali di investitori, provenienti da famiglie danarose all’estero, come spesso capita nel paese) ha infatti rimesso a posto il parco e inaugurato qualche giorno fa.

N., il mio amico, racconta così questo evento: “Dopo aver letto su Facebook dell’inaugurazione, ho deciso di andare a dare un’occhiata. Appena arrivato mi sono trovato circondato da alcuni contractors privati, addetti alla “sicurezza del parco” e pagati dalla stessa organizzazione promotrice dell’evento. C’erano anche 2 uomini armati della polizia di Beirut, ma non dell’esercito ufficiale, bensì di un “nuovo” corpo di sicurezza organizzato per l’evento. Ero molto felice dell’aperura del parco: andando, avevo anche comprato il mio succo di frutta preferito, per gustarli nel prato. Sono rimasto molto perplesso nel vedere la scena della security che perquisiva borse e tasche delle persone che volevano entrare nel parco. Mi sono reso conto che non stavano cercando esplosivo o armi, quando ho visto che una donna non veniva fatta entrare perché aveva del cibo nella sua borsa.
Gli uomini si sono avvicinati e mi sono rifiutato di farmi perquisire, pretendendo di sapere le generalità delle guardie private. Dopo una discussione infinita, mi hanno detto di andarmene: a quel punto sono rimasto fermo davanti a loro e gli ho detto che quello che stavano facendo era illegale e scorretto, perché il parco era pubblico, e che se volevano potevano farmi arrestare, ma che io non stavo facendo nulla di illegale o di vietato dalla legge.
A quel punto mi hanno permesso di entrare.
Molta gente che aveva visto la scena, si è avvicinata per dirmi che erano d’accordo con me. Mi sono andato a sedere sul prato. Le guardie mi hanno circondato con i loro walkie talkie accesi che suonavano. Hanno cominciato a dirmi che era vietato sedersi sull’erba: gli ho risposto con calma che avrei tenuto conto delle loro osservazioni, ma che ero stavo bene dov’ero e che ci sarei rimasto.
La guardia ha perso la pazienza e mi ha assalito: subito si sono uniti altri 6 contractors privati. Non ho reagito, ho solo continuato a gridare che erano loro che stavano agendo illegalmente, che quello spazio era pubblico.
La gente intorno era in silenzio. Volevano solo che i loro bambini giocassero.
Andandomene, ho incontrato un uomo che stava fumando una sigaretta di nascosto in un angolo (da quando in Libano è vietato fumare nei luoghi pubblici?) e gli ho fatto una foto.

Dunque, sì, hanno inaugurato il nuovo “parco pubblico” di Beirut.
I bambini sono autorizzato a giocare nelle aree di cemento e sedersi sulle panchine, ma non possono toccare l’erba.
Il parco è gestito e controllato da una mandria di uomini della sicurezza privata, con tanto di cartellini con scritto SECURITY. Uno di loro aveva una grossa cicatrice sulla faccia, sembrava da lama da taglio: non sono sicuro che siano le persone adatte a stare in luoghi frequentati da bambini.
Il parco è gestito dall’organizzazione AZADIA. Andrò da loro nei prossimi giorni, per capire chi c’è dietro questa fantomatica associazione.
La cosa che mi ha fatto più male è che la gente è abituata a queste dinamiche, ormai non dice più nulla e non si stupisce più.
Una donna mi ha chiesto: “Perché ti stupisci? A Beirut non vogliono la gente comune, c’è spazio solo per i ricchi.”

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