SIRIA – LE ARMI CHIMICHE A KHAN SHEIKHOUN E IL SOFFOCANTE SILENZIO COMPLICE DELLE STRAGI

 

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L’enormità della tragedia umanitaria di cui la Siria è protagonista sembra essere uno dei pochi elementi certi in questo controverso conflitto, pieno di retroscena e complesse dinamiche di potere. Dopo il bombardamento con armi chimiche che questo martedì ha fatto un altro massacro di civili, il dibattito internazionale su questa guerra è tornato sotto l’attenzione dei media. All’alba del 4 aprile,mentre molte persone ancora dormivano, il quartiere Shemali di Khan Sheikhoun,dove si trovano i rifugiati della citta di Hama, è stato bersagliato da un attacco chimico. I primi testimoni, accorsi sul posto il seguito alle esplosioni affermano <abbiamo trovato intere famiglie morte nei letti>, raggiunta la scena non vi era nessun odore, solo un tappeto di corpi sul pavimento. L’Osservatorio siriano (SOHR) registra dai medici che i principali sintomi sono svenimenti, schiuma alla bocca, vomito. Il calcolo delle vittime come spesso accade è confuso, un primo bilancio parla di 60 morti di cui 11 bambini e 200 feriti. Ma gli attivisti ne denunciano già più di 100, le stime più recenti indicano 120 morti, più di 20 bambini e 420 feriti, ma purtroppo è probabile che il bilancio si aggravi.

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L’arma in questione è il Sarin, un gas particolarmente letale, perché può intossicare anche con il semplice contatto cutaneo, e si presenta inodore, incolore e insapore, disturba il sistema nervoso centrale, provoca surriscaldamento, occhi gialli e dilatati. E’ considerato 20 volte più letale del cianuro e ha la macabra caratteristica del coming back to life, cioè, occasionalmente, agendo sul ritmo cardiaco può simulare la morte, così ieri è avvenuto che sui social venisse consigliato ai parenti di non seppellire i morti prima di 48 ore, diffondendo una paranoica speranza. Ad aggravare la situazione sono stati dei raid aerei del regime Assad contro l’ospedale di Rahma, poi il punto di medici senza frontiere della zona e un centro di White Helmets, anche accusati di far propaganda a favore dell’opposizione. <Si sono inventati tutto> puntavano il dito i sostenitori del regime. A sostegno di questa tesi, dei filmati in rete dove i Caschi Bianchi non indossavano tute speciali. La replica è stata: <Non abbiamo equipaggiamenti speciali, durante i soccorsi 5 dei nostri sono rimasti intossicati e sono in condizioni critiche>. In rete ci sono anche video che mostrano le esplosioni all’interno di ospedali subito dopo l’attacco, è difficile immaginare le squadre di primo soccorso aiutare le vittime sapendo di dover operare con un bersaglio sulla schiena. Altri ospedali nella provincia di Idlib sono stati bombardati da jet da combattimento anche i giorni prima di martedì 4, e a diverse ambulanze sono state bloccate dalle forze turche,nel tentativo di oltrepassare il confine, impedendo ogni possibilità di soccorso. La provincia di Idrib, nel nord-ovest della Siria è considerata strategica, in quanto roccaforte dei ribelli dal maggio 2014. Rappresente con Hama (a sud) un importante punto di comunicazione, ed è oltre ad Aleppo e Raqqua un luogo chiave del conflitto. Il comando generale delle forze siriane nega di aver usato armi chimiche, sostiene che il bombardamento avrebbe colpito un laboratorio allestito dai terroristi dello Stato Islamico che però non hanno mai avuto alcuna presenza in quell’area, anzi hanno postazioni a decine di chilometri di distanza.

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La condanna a parole di questo vile attacco non si è fatta attendere, Francia e Gran Bretagna hanno convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza Onu alle 16 di ieri e il segretario generale dell’Onu, il portoghese Antonio Guterres si è recato a Bruxelles. Ma le dichiarazioni dei capi di stato suonano quanto mai vuote e ipocrite, soprattutto dopo la messa al bando delle armi non convenzionali nel 2013, quando Assad si era impegnato a consegnare il suo arsenale chimico (stoccato in Italia a Gioia Tauro), e destinato ad essere smantellato nel mediterraneo. Nessuno diede disponibilità per un disarmo sul proprio territorio nazionale, così si scelse per la caduta nelle acque internazionali. In quel periodo venne paventata una no fly zone, considerando che la forza distruttiva dell’aereazione siriana e russa stava provocando catastrofi incalcolabili, ma alla fine tutto scivolò tra i balletti della diplomazia e i bagni di sangue dei civilii. I giornali oggi decisi a condannare il regime Assad ricordano la strage del 21 agosto 2013 nell’”oasi” della Ghuta che provocò 1.252 vittime (1600 secondo alcune stime) e 3000 feriti. Quello fu considerato il peggiore attacco chimico in tutto il mondo dal 1988 ossia dall’utilizzo di gas sarin contro la città curda di Halabja in Iraq da parte dell’allora presidente Saddam Hussein, che uccise tra le 3200 e le 500 persone.

Dieci anni dopo nel 1998 Gli Usa lanciarono l’Operazione volpe del deserto, quattro giorni di bombardamento con l’obiettivo di depotenziare le capacità militari dell’Iraq – chimiche, batteriologiche e nucleari – dopo che Hussein scacciò dal Paese gli ispettori Onu. Oggi il nazipopulista Trump incolpa Obama, per esser stato titubante, e ammette che gli Stati Uniti in questo momento non vedono un’alternativa politica al dittatore, mentre la Merkel annuncia “sostegno” dalla Germania per aumentare gli aiuti al Libano, dove si stima siano presenti già circa un milione di rifugiati. Il premier Gentiloni chiede un efficacissimo <stop alle armi chimiche>. Invece la Mogherini si appella al senso civico dei governanti e ha indicato <una responsabilità oggettiva di qualsiasi regime sulla protezione dei propri civili>. La retorica dei capi di stato che alzano la voce quando i massacri sono sotto gli occhi di tutti è raccapricciante, ma nel caso Italiano suona quasi infantile. Così il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite chiede a Russia e Iran di prevenire attacchi con armi chimiche. Il primo alleato del regime, Vladimir Putin, insieme alla patria degli Helzbollah saranno sicuramente degli ottimi garanti dei diritti civil!. Senza contare che in seguito alla strage di Ghuta gli attacchi con armi chimiche si sono moltiplicati. Infatti i media parlano di alcuni episodi ma il VDC (Centro di documentazione sulle violazioni in Siria) ha documentato l’uso di cloro come arma in ameno 20 casi nel corso del 2014: 18 aprile Kafr Zeita (Hama), 18 e 29 aorile a Tamanaa (Idlib), 21 aprile Talmenes (Idlim), 26 aprile Kafr Zeita (Hama), 22 aprile Daraya (Dmasco), 23 agosto Damasco. E nel 2015: oltre al noto evento di Sarmin (16 marzo), solo nel governatorato di Idlib il 25 marzo a Binnis, 2 maggio (Nerab e Saraqib) il 7 maggio a Kafr Batikh. Il 18 agosto 2013 erano arrivati a Damasco gli ispettori delle Nazioni Unite con il compito di indagare sull’uso di armi chimiche ad Aleppo e Saraquib. In quei due giorni era in corso un attacco dell’artiglieria e dell’aviazione governativa contro numerosi centri della Ghuta, roccaforte dei ribelli. La città di Jobar veniva colpita con il lancio di otto missili terra aria, Muaddamiya e Daraya con razzi. Il razzo utilizzato per l’attacco chimico a Muaddamiya e rinvenuto vicino alla moschea di Rawda, è da 140 mm ed è di fabbricazione sovietica. Secondo un catalogo statunitense del 97’ 98’ declassificato sulle munizioni, solo tre tipi di testate sono state prodotte per i razzi da 140 millimetri: esplosivi a frammentazione, contenenti fosforo bianco e una testata di tipo chimico contenente Sarin. Questo dato è molto interessante perché i primi due tipi (esplosivi a frammentazione e fosforo bianco) sono stati ampiamente usati dall’aviazione siriana, come documentato da centinaia di video. Chi parla di quest’attacco spesso lo fa come se si trattasse di un singolo evento, realizzabile da chiunque. Si tratta invece di un attacco multiplo. Nel corso del 2014 il cloro è stato usato come arma su tre diverse zone della Siria (Talmenes, Tamanaa, Kafr Zeita). Ancora una volta il rapporto non indica la responsabilità degli attacchi, ma i testimoni dichiarano di aver visto o sentito il rumore di elicotteri prima degli attacchi compiuti con barili esplosivi, verso zone sfuggite al controllo governativo. Nell’intervista di Paris Match del 28 novembre 2014, alla domanda del giornalista Régis Le Sommier: “Ma il segretario americano John Kerry l’accusa di aver violato l’accordo perché avete usato il cloro. È vero?”, Asad risponde: “È possibile trovare il cloro in qualsiasi casa in Siria. Chiunque ha il cloro, e ogni gruppo può usarlo. Nell’estate 2015, a due anni dall’anniversario dellla strage a Ghuta, il regime siriano ha usato un tipo di arma chimica mai documentata prima in Siria. 30 bombe cilindriche, alcune contenenti un gel trasparente simile a napalm, hanno generato un incendio indomabile anche dalla Protezione Civile, non sono stati in grado di spegnerlo a causa dell’intensità, ha così bruciato per le 12 ore successive. Un testimone ha dichiarato <Non può toccare la cenere perché si accende nuovamente>. Il tema delle armi chimiche rimane in ogni caso, al di là di questo specifico conflitto, un emblema della follia del nostro sistema, che ammette alcune armi killer e ne demonizza altre. Distinguendo tra assassini buoni e cattivi, guerre scorrette e accettabili. «L’idea di base è che agiscono indiscriminatamente e sono una minaccia per la popolazione civile», spiega lo storico Richard Price, «Il nocciolo della questione nacque subito dopo la Prima guerra mondiale. Le armi chimiche furono usate su ampia scala in quel conflitto. Ci fu la paura vera, soprattutto quando la tecnologia aerea migliorò, che ci sarebbe stato un attacco chimico di massa sulle città»  Il primo caso di utilizzo di arma chimica pare si possa ricondurre al 1000 a.C., quando l’esercito cinese usò il fumo di arsenico. Ora, anche le bombe possono essere altrettanto letali e indiscriminate. Ma per una varietà di ragioni storiche, è fiorita una serie di leggi internazionali sulle armi chimiche che non si è mai vista invece su quelle convenzionali. Il Protocollo di Ginevra del 1925 ha proibito per primo l’uso di gas tossici come arma di guerra. E poi ci sono i paradossi, come il fatto che nella Convenzione del 1993, gli agenti usati durante le sommosse come i gas lacrimogeni sono considerati armi chimiche solo se lanciati in guerra, ma non se usati dalle forze dell’ordine per far rispettare la legge. I Paesi che hanno ratificato il trattato si sono impegnati a distruggere le loro riserve. Insomma ancora una volta il diritto internazionale gioca con la pelle degli esseri umani, al servizio degli sporchi affari degli stati, che vi si appellano come e quando vogliono, in base alle circostanze. Purtroppo di ciò che era la rivoluzione siriana nel 2011 rimane ben poco, tutti i principali attivisti e oppositori sono stati repressi, incarcerati, torturati e uccisi nei primi mesi e anni della rivoluzione. La spinta internazionalista e libertaria che alcuni soggetti avevano contribuito a dare a quella grande protesta si è spenta nella brutalità del regime, nella trappola dei giochi regionali delle potenze e nel silenzio di tanti partiti strumentalizzati e accecati dalle forze in campo. Assad sente di poter andare all’assalto delle zone controllate dagli insorti verso il confine con la Turchia, e di poter usare armi non convenzionali. Oggi gli oppositori rimasti chiedono la messa al bando di tutti i funzionari del regime siriano che lavorano ancora all’interno delle istituzioni internazionali, la completa presa di distanza delle istituzioni internazionali dal governo Assad, per permettere l’arrivo degli aiuti umanitari. Chiedono trasparenza e solidarietà, convinti e speranzosi che per far crollare il regime non serva alcun intervento militare straniero, ma basti la sua messa al bando. Ieria Londra, Istambul e Berlino si sono tenute proteste per attirare l’attenzione su quest’ultima strage, per questo week end sono invece previste manifestazioni a Milano, Roma, Parigi e Bologna.

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Il vecchio mondo sta morendo,

il nuovo tarda a comparire

e in questo chiaroscuro nascono mostri

Gramsci

Davide VZX

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