Alla Salute – Breve storia della sanità lombarda

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Cosa sta succedendo al sistema sanitario lombardo?
E’ ancora la “punta di diamante” della sanità nazionale come lo descriveva l’ex-governatore della Lombardia il ciellino Formigoni o qualcosa ha iniziato a scricchiolare?
Cosa succede in Regione dove sono state presentate alcune proposte di riforma del sistema sanitario?
E vero che la sanità è una gigantesca “macchina da soldi” capace di spostare equilibri e determinare esiti elettorali?

Il sistema sanitario può ancora essere definito “universalistico”?

Quali sono le categorie più svantaggiate e quali i settori più in crisi?

Queste ed altre le domande a cui vorremo cercare di dare una risposta nel prossimo futuro.
Prima di questo però, cerchiamo di fare un breve excursus sulla storia del sistema sanitario nazionale.

Fino al 1978 l’ente delegato ad occuparsi della salute degli Italiani era l’INAM: l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie fondato nel 1947 dal Governo De Gasperi in sostituzione della mutualità fascista.

La sanità italiana non era basata su principi universalistici, ma su principi mutualistici.
L’INAM era l’ente più grande ed era affiancato da altre mutue.
Ciascun ente si occupava di una determinata categoria di lavoratori e dei loro familiari.
Il diritto alla salute era quindi collegato non all’essere cittadino italiano, ma all’essere lavoratore. Erano infatti lavoratori e datori a contribuire con dei versamenti all’esistenza dei vari enti mutualistici.
Il non intendere il diritto alla salute come diritto universale portava alla mancata copertura sanitaria di alcuni strati della popolazione italiana.

Il dibattito culturale e le lotte degli anni ‘60 e ‘70 portarono ad alcuni significativi passaggi.
A fine anni ‘60 gli ospedali, da enti caritatevoli e di beneficenza, vennero trasformati in enti pubblici.
Nel 1978, finalmente, con la legge 833 fu isituito il Sistema Sanitario Nazionale con l’introduzione di un sistema universalistico che dava compimento all’art.32 della Costituzione “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”

Da quel momento chiunque fosse stato cittadino italiano avrebbe avuto diritto alle stesse cure.

Già negli anni ‘80, sull’onda della controrivoluzione neo-liberista, le conquiste del ‘78 iniziarono ad essere messe in discussione. Da qui gli scioperi degli ospedalieri di quel periodo.

Nel 1992, in piena crisi economica (che portò l’Italia fuori dallo SME) e col governo Amato obbligato a imporre una delle leggi finanziari più dure della storia della Repubblica, iniziò il dibattito sulla sostenibilità economica del servizio sanitario e su quali correttivi finanziari apportare. Era l’inizio di un processo di progressiva aziendalizzazione della sanità che porterà ad una gestione manageriale del comparto con un interesse sempre crescente verso gli aspetti economici (o meglio finanziari) a scapito dei concetti generali di salute pubblica di una popolazione. In questi anni viene introdotto il sistema del rimborso a prestazione per tutte le strutture sanitarie ovvero il pagamento da parte del SSN ad ogni ospedale avviene sulla base delle prestazioni erogate e non sulla base dei costi sostenuti, e più in dettaglio, sulla base delle diagnosi effettuate sui pazienti (DRG – Diagnose Related Group).
Tutto ciò porterà a delle crescenti disparità a livello regionale perché non tutti i territori saranno preparati ad accogliere questa nuova modalità e, ancor più, aumenterà le disparità tra le regioni che devono scontare una diversa presenza di strutture sul territorio. In quegli anni viene quindi definito il concetto di deficit legato alla sanità, ovvero tutti quei costi che non sono coperti dal rimborso a prestazione definito a livello nazionale, quello che oggi è uno dei problemi principali che si trovano ad affrontare le Regioni (con i loro deficit cumulati).

Nel 2001 c’è un nuovo passaggio con la Riforma Costituzionale (la celebre Bassanini) voluta dal centro-sinistra. Con questa riforma verrà sancito il quadro normativo ancora vigente di legislazione cosiddetta concorrente tra Stato e Regioni: lo Stato definisce i principi nazionali, le linee guida della sanità, ma tutto il resto viene delegato (es. organizzazione del territorio, ticket a carico degli utenti, Irpef aggiuntiva per coprire i deficit sanitari regionali) alle singole regioni.

Dal 2001 in poi lo Stato si limiterà ad indicare i LEA (livelli essenziali d’assistenza) ovvero le prestazioni minime che tutte le regioni devono assicurare, ed i Piani Sanitari Nazionali ovvero i principali aspetti di salute pubblica da affrontare e risolvere. Il governo centrale quindi indicherà il quadro delle prestazioni fondamentali da assicurare fornendo i relativi contributi economici. All’interno di questi contributi alcune regioni riusciranno a fornire tutte le prestazioni richieste ed anzi ad assicurarne in misura maggiore, ad esempio aumentando gli interventi di prevenzione (medicina scolastica, servizi specifici in area materno-infantile, disagio psichico). Altre regioni si troveranno in difficoltà e le disparità continueranno ad aumentare.

Negli anni 2000 per l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’Italia era ancora ai primi livelli mondiali per la difesa della salute sulla base di vari indicatori come mortalità infantile, aspettativa di vita, diffusione nel territorio dei medici di medicina generale e vaccinazioni preventive obbligatorie. Con l’Italia c’erano paesi come Svizzera, Giappone, Francia e Germania.

Col passare degli anni la situazione è andata via via peggiorando.
La stessa sorte sembra stia toccando alla sanità lombarda che da settore all’avanguardia sta via via perdendo posizioni rispetto alle altre regioni italiane.
Per capire i motivi di questo progressivo scivolamento bisogna però fare un salto indietro nel tempo.

Anno 1995. Primo governo Formigoni. Anno 1997 Prima Riforma dell’Era Formigoni: la nuova Sanità Lombarda. Di questo però, parleremo nella prossima puntata.

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