Alla Salute – Ma quale riforma sanitaria?

2f6fb08fda199f9fd012a2aa96fb7f075d76c962Ricorda proprio l’inchiostro simpatico che sparisce e lascia il foglio completamente bianco, la riforma sanitaria annunciata con grande enfasi dal governo lombardo di Maroni e riportata con tanto di cifre significative e auspici per la salute dei cittadini nel tanto pubblicizzato “libro bianco” che riprendeva uno dei pilastri della politica elettorale del 2013.

Di certo la regione Lombardia, con i suoi oltre 17 miliardi di euro spesi ogni anno per il bilancio regionale sanitario, non poteva più nascondere le gravi mancanze negli ambiti della prevenzione, della salute mentale, della continuità assistenziale, delle dipendenze e quindi un intervento era richiesto ormai in ogni angolo della regione, insieme, comunque, alla richiesta di salvaguardare le prestazioni erogate ed il livello, comunque ottimo, dell’assistenza per acuti, a fronte di una spesa – è bene ricordarlo – non eccessiva.

La spesa sanitaria nazionale pubblica, infatti, in rapporto al PIL è al 7,09% utilizzando i criteri di classificazione OCSE sull’ultimo bilancio consolidato, inferiore alla quota dei paesi europei che hanno sistemi sanitari nazionali di qualità (UK, Francia, Germania, paesi scandinavi) ed inferiore alla media europea.

Di riforma regionale insomma era necessario parlare, ma come, nessuno osava dirlo.

Dopo che i 3 maggiori partiti al governo regionale avevano presentato, nel corso del 2014, progetti di legge talmente diversi nei principi e nell’articolazione da non essere confrontabili, oltre ai 2 disegni di legge presentati da partiti all’opposizione (PD e 5 Stelle), la maggioranza aveva trovato un accordo da “minimo comune multiplo” ovvero ritocchi minimi che non cambiassero gli assetti generali. Con un artificio tecnico-politico i 3 disegni di legge erano diventati un unico maxiemendamento al progetto di legge presentato dalla Lega Nord, svuotandone però ogni portata innovativa. Da ultimo, il 29 giugno, un subemendamento al maxiemendamento (pare un gioco a nascondino…) impoverisce la riforma a tal punto da far sorridere la retorica più audace!

Cosa propone in pratica?

La programmazione dell’offerta sanitaria (prima in capo alle ASL ed a Regione) passa alle nuove ATS (Agenzie di Tutela della Salute), alle ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali) spettano invece le funzioni di assistenza ospedaliera e territoriale con esclusione dei grandi ospedali con più di mille posti letto che rimangono Aziende Ospedaliere (Niguarda, Bergamo e Brescia). Futuro incerto per gli ospedali sedi delle facoltà di medicina che, probabilmente, manterranno una spiccata autonomia. I due Assessorati vengono unificati ma non gli uffici (le Direzioni Generali)!

Sulla annunciata razionalizzazione delle poltrone poche novità di rilievo: dalle 44 aziende sanitarie si passa a 22 ASST, 8 ATS, 3 AO 1 Agenzia di Controllo e 4 probabili aziende ospedaliere universitarie, per un totale di 38, che sommati ad altri nuovi enti (centro lombardo tecnologie sanitarie, agenzia per la promozione del sistema sociosanitario lombardo) tornano alle 40 poltrone, insomma un gran bel risparmio.

Ma a quale costo?

A farne le spese innanzitutto il federalismo da sempre bandiera verde dei sognatori lombardi: il ruolo degli enti locali diviene meramente consultivo e l’area metropolitana addirittura non viene neanche citata, insomma tutto centralizzato nelle sedi regionali che continuano a nominare i vertici delle aziende (i Direttori Generali) non sulla base delle competenze ma solo della fedeltà politica a Palazzo Lombardia.

La prevenzione sanitaria viene dilaniata tra competenze di ATS e ASST: non male per una regione che non spende nemmeno il minimo di legge del 5% del fondo sanitario e si è dimenticata dell’insorgenza di patologie infettive dovute alle sempre più precarie condizioni sociali ed abitative; addirittura sparisce il ruolo dei Distretti Socio-Sanitari.

Nessuna innovazione organizzativa nelle cure primarie (Medici di Medicina Generale e Pediatri di Libera Scelta) sempre più abbandonate dai presidi ospedalieri (passano alle ATS) e senza nessuna integrazione nei percorsi assistenziali sia per acuti che per cronici.

Nasce una Agenzia di Controllo, doveroso dopo gli scandali dei mancati controlli durante l’era formigoniana, ma senza la necessaria indipendenza (il Direttore viene nominato dalla Giunta Regionale) e con meri compiti di indirizzo: non può effettuare direttamente i controlli.

Viene completamente ignorato un ambito di eccellenza regionale, riconosciuto in tutta Europa, ovvero l’ambito della ricerca sanitaria pubblica (anche nelle malattie rare mai considerate dalla ricerca privata!) dimenticando che il progressivo diminuire delle risorse nazionali in questo campo dovrebbe essere compensato da stanziamenti regionali.

Ma completamente disattese sono anche le richieste delle associazioni di pazienti relative a campi ormai allo sbando nella nostra regione: l’assistenza agli anziani cronici e non autosufficienti, la tutela della salute mentale, le (nuove) dipendenze.

Sin troppo facile sintetizzare il percorso della riforma: grandi annunci (e numerose richieste di cambiamento) ma totale resa per non intaccare il debole equilibrio politico di questa legislatura regionale che certo non sarà ricordata per il coraggio istituzionale!

Ale K

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