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Il successo della lista studentesca in Serbia: una testimonianza

Redazione_Mim

Mondo

Intervista all’attivista Filip Ivancic a cura di Giulio Torello.

Filip Ivancic è un ex imprenditore digitale nell’ambito della salute. Negli ultimi anni ha coltivato due progetti principali: la costruzione di un hub innovativo relativo alla salute e l’acquisto di un terreno dove potersi dedicare alla permacultura. Dal 2024 però questi due progetti sono passati temporaneamente in secondo piano per dedicarsi all’attivismo con il movimento degli studenti serbo e alle blokadas, di cui è stato delegato per il suo quartiere a Belgrado. Oggi Filip è nuovamente tornato a coltivare i suoi progetti, affievolendo la sua militanza nel movimento, di cui però è rimasto un testimone chiave, fino al successo elettorale di domenica 25 ottobre 2026.

G: Quali sono state le tue attività con il movimento dall’ultima volta che ci siamo parlati?

F: In realtà ho deciso di ritirarmi un po’ dalla militanza attiva. Avevo la sensazione che il movimento stesse rallentando e che dalle azioni si fosse passati direttamente alla campagna elettorale. Ho scelto di non partecipare alle elezioni perché non credevo di possedere un “linguaggio politico” e avevo dei dubbi rispetto al posizionamento centrista della lista. Molti altri compagni si sono attivati e hanno organizzato workshop su come fare gli scrutatori e gli osservatori elettorali. Io, a dire il vero, non pensavo che Vučić avrebbe indetto le elezioni quest’anno, ma piuttosto il prossimo. È una personalità narcisistica, e mi sembrava strano che decidesse di mettersi a rischio.

G: E come hai vissuto il giorno delle elezioni?

F: In tutta la Serbia ci sono 8.400 seggi. Quando abbiamo scoperto che c’erano 30.000 tra osservatori e scrutatori in tutto il paese, abbiamo capito che poteva succedere qualcosa, perché Vučić non avrebbe potuto interferire con il voto. Potevamo vincere davvero, la partecipazione attiva era altissima. L’unica alternativa, a quel punto, sarebbe stata la guerra civile, uno scenario che personalmente non escludevo.

Ho fatto parte dell’organizzazione e ho svolto la funzione di osservatore durante il voto. Con la mia assemblea perlustravo la zona durante la giornata di domenica, presidiando l’ingresso della scuola in cui si votava. Eravamo in cento intorno al seggio. Gli scagnozzi di Vučić hanno cercato di intromettersi e di entrare per aprire le urne. Quando la notizia si è diffusa, molte altre persone hanno cominciato a unirsi a noi e abbiamo formato una catena umana.

G: Come è proseguita la giornata? Ci sono stati colpi di scena o momenti di tensione?

F: La situazione era tranquilla. Stavamo pattugliando la zona quando, verso le 18, il nostro coordinatore ci ha avvertiti che Vučić poteva mandare i suoi uomini a compiere qualche azione e che dovevamo proteggere la scuola a ogni costo. Inoltre non avevano acceso i lampioni: era buio e lo scenario era terrificante.

Alle 7 ho visto online caciland, l’accampamento dei suoi picchiatori, criminali rilasciati per l’occasione, sistemato sotto l’edificio presidenziale. Erano tutti tornati lì, poi improvvisamente hanno cominciato a sparpagliarsi per la città. I negozi avevano messo le staccionate protettive per evitare pratiche di looting. Noi ci siamo allargati per difendere l’ingresso della scuola, nascondendoci negli angoli: li affrontavamo, ci parlavamo e poi tornavamo indietro. Eravamo preoccupati perché, durante la giornata, in un’altra città vicino a Belgrado erano stati mandati questi teppisti ad aggredire fisicamente le persone per scoraggiarle dal votare.

Alle 9:30, all’improvviso, abbiamo sentito un urlo che annunciava la sconfitta di Vučić. Pensavamo fosse una strategia manipolatoria, visto che il conteggio sarebbe terminato all’1:30. Alle 10:00, invece, erano tutti in strada a festeggiare, e all’1:30 mi sono unito anch’io, sapendo che i voti erano al sicuro. Volevo svegliarmi la mattina dopo e scoprire che non era un sogno: ero ancora troppo sospettoso!

G: Ora per me è difficile tornare alle altre domande che avevo preparato. Ci siamo sentiti rapidamente per messaggio durante quest’anno, e tu esprimevi dubbi sui messaggi politici prioritari e sull’organizzazione dell’ultimo periodo. La lista ha vinto con il 52%. Dopo questo successo e questa esperienza, hai ritrovato l’ottimismo?

F: Alterno sentimenti positivi a scetticismo. La piattaforma emersa dall’organizzazione plenaria ha istanze centriste, e questo ha avuto chiaramente il suo peso: ha ripreso anche il discorso sull’identità nazionale, che credo vada messo da parte e che si trascina dagli anni Novanta. Il discorso non era nazionalista, ma sicuramente patriottico: l’idea è che nessuno debba essere costretto a lasciare la Serbia. Ciò che ha unito il paese è stata la “pulizia” della Serbia. La politica estera è chiaramente centrista, di mantenimento dello status quo. L’idea è di non affrontare altre questioni prima di aver “ripulito” il paese dalla corruzione. Il chè è scaltro e intelligente.

G: Nel senso di pragmatico?

F: Esatto. Anche sulla questione del Kosovo la destra del movimento ha moderato le proprie posizioni, e la lista adotta una linea di rispetto della costituzione e di ricerca di un linguaggio comune con gli albanesi e i kosovari. È un fatto positivo, ma non mi spinge a gettarmi anima e corpo nella lotta per loro.

G: Il movimento è nato come orizzontale e collettivo. Sta mantenendo questa struttura?

F: Ci sono segnali che indicano che il Movimento Studentesco, di natura orizzontale, stia prendendo piede molto lentamente. Il Movimento deve ancora proporre l’organo esecutivo, quindi la separazione tra la Lista e il Movimento richiederà ancora molto tempo.

Prendere le distanze dal partito politico della Lista Studentesca, a mio avviso, è l’approccio giusto. Sono loro ad averlo fondato, ma non sono in parlamento. Fungeranno da punto di contatto al di fuori del quadro istituzionale.

G: L’ultima volta mi avevi parlato di un movimento senza padroni stranieri. Ora che è al governo, credi che ci sarà un cambio di passo?

F: Parto da un punto apparentemente slegato: non pensavo che Vučić avrebbe ammesso la propria sconfitta. Come ti ho detto, è un narcisista, e mi aspettavo un’uscita alla Bolsonaro. La sua TV, come nella serie Succession, aveva già annunciato la sua vittoria, invertendo le percentuali della lista degli studenti e dell’SNS. È stato lui stesso ad annunciare la sconfitta. Per questo ritengo possibile che qualcuno, dall’estero, gli abbia chiesto di farsi da parte, poiché la Lista degli Studenti era in vantaggio di oltre il 10% nelle votazioni. Allo stesso tempo, qualcuno potrebbe aver già preso contatto con la lista degli studenti.

Inoltre, tornando alle relazioni internazionali, noi non esportiamo alcun tipo di materiale e dipendiamo dagli investimenti esteri. Non abbiamo un’industria nostra e, finché non la sviluppiamo, non potremo liberarci dei “padroni stranieri”.

G: Vorrei soffermarmi su un altro punto fondamentale: cosa succederà ora con la miniera di Rio Tinto a Jadar?

F: La lista non ha sviluppato un vero discorso ecologista, ma sulla miniera i segnali sono positivi: la lista in parlamento include diversi attivisti provenienti dalle lotte contro le estrazioni.

L’obiettivo ora è fermare o cancellare il progetto. Il programma è molto dettagliato e, tra i punti fondamentali, c’è lo stop alle nuove estrazioni. Inoltre, i cittadini dovranno essere consultati prima di avviare nuove operazioni.

G: Tornando al programma e alle posizioni della lista: come si è posizionata rispetto al genocidio palestinese? E riguardo alle politiche femministe?

F: Qui il discorso cambia leggermente: nel programma è scritto chiaramente che la lista degli studenti non sosterrà il piano genocida contro il popolo palestinese. SNS ha inviato armi e aperto fabbriche di droni per Israele qui in Serbia, quindi ci aspettiamo che chiudano e che le esportazioni cessino. Lo stesso vale per l’Ucraina, dato che anche a loro sono state esportate armi.

Sul tema femminista, le donne rappresentavano la metà delle candidature. Inoltre la lista si batte per la parità salariale di genere e ha una sezione dedicata al femminicidio.

G: Infine, come si pone il movimento rispetto ai movimenti europei contro il carovita?

F: Questo è il problema della lista centrista: non c’è solidarietà, perché la questione suona come qualcosa di straniero. In questo momento la priorità è la pulizia della Serbia, poi vengono i temi dell’integrazione europea. Eppure il carovita è un tema scottante anche qui, considerando la questione della corruzione. Tra due o tre anni, però, diventerà dominante anche in Serbia.

G: Le elezioni serbe si sono svolte in contemporanea con quelle brasiliane. Uno scrittore italiano ha tracciato un paragone tra i due successi elettorali: le reti di attivisti si è mobilitata nelle strade, bussando alle porte e telefonando a chi era più scettico, cercando di raccogliere istanze e bisogni. Ti riconosci in questa descrizione?

F: Ho letto e approfondito come si sono organizzati. Vedo delle affinità, ma soprattutto delle divergenze. La principale è che loro si sono attivati e hanno ottenuto dei risultati in un lasso di tempo brevissimo, dopo che Lula aveva perso al primo turno. Hanno “bucato” il sistema: si sono concentrati sulla comunicazione digitale per superare i limiti e impedire la vittoria di Bolsonaro.

Noi, in due anni, abbiamo lavorato senza fermarci: blokade, proteste, work actions; anche loro. Ma loro non avevano un movimento strutturato come quello degli studenti, e hanno ottenuto comunque una vittoria grandiosa. Ora toccherà a loro costruire le strutture e l’organizzazione che ancora mancano, anche in vista della successione di Lula. Gli altri non dormono: torneranno.

G: Ora ti chiedo un bilancio finale: come hai vissuto la transizione dalle blokade alla vittoria?

F: Per me è meraviglioso. Sento che abbiamo raggiunto qualcosa in termini di comunità e solidarietà: c’era un senso di solidarietà tra tutti coloro che hanno preso parte a questo cambiamento. Domenica scorsa ho organizzato e riunito la nostra assemblea cittadina locale per dimostrare che non abbiamo finito e che non ci fermeremo qui. Abbiamo vinto una battaglia, ma la guerra è ancora da combattere, e credo che questa sia un’opinione ampiamente condivisa. Voglio fungere da punto di riferimento per le persone, in modo da poter continuare a lottare per ciò che vogliamo, indipendentemente da chi sia al potere, attraverso modalità anarchico-democratiche dirette. Intendo portare avanti questa assemblea cittadina, per rappresentare il nostro quartiere e il futuro che immaginiamo.

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