Vai al contenuto

Já virou: come il Brasile ha ribaltato un’elezione

Redazione_Mim

Mondo

Quello che è successo in Brasile è la realizzazione di ciò che abbiamo sempre sostenuto e sperato: che una sollevazione popolare può davvero, in tempi molto brevi, cambiare la storia di un’elezione e di un paese. Per tre settimane il Brasile ha vissuto sull’orlo di un baratro, chiedendosi se fosse poi vero che le mobilitazioni funzionano, se non fosse solo ingenuità.

Questa in Brasile è già nota come l’elezione dei record. È la prima volta che un presidente viene eletto democraticamente per un quarto mandato; è la votazione con la minore astensione della storia e, soprattutto, dalla ridemocratizzazione del 1989, è la prima volta che il candidato uscito perdente dal primo turno riesce a ribaltare il risultato e vincere nel secondo.

Lunedì 5 ottobre Flavio Bolsonaro si reputava già eletto, stava nominando ministri e proponendo modifiche alla costituzione. I primi sondaggi dopo il primo turno davano un ampio vantaggio all’estrema destra, che è andato assottigliandosi a mano a mano che il tempo passava, ma alla vigilia delle elezioni gli exit poll gli riconoscevano ancora un’altissima probabilità di vittoria.

Come è avvenuta questa storica Virada? Prima di rispondere a questa domanda bisogna capire contro cosa sia avvenuta.

Bolsonaro rappresenta gli interessi dell’élite agraria del paese; di quella finanziaria e di quella industriale, oltre che della famigerata milizia di Rio de Janeiro, di cui lui stesso è esponente. Il candidato dell’estrema destra ha potuto contare su un finanziamento esponenzialmente maggiore per la campagna elettorale rispetto all’avversario e sull’appoggio di quasi tutti i principali media del paese; ma l’aiuto più determinante è arrivato da fuori dai confini nazionali. È noto che per scalfire la popolarità di Lula, Trump stava imponendo dazi severi all’esportazione brasiliana negli ultimi mesi; ma un evento ben più importante stava passando inosservato. META, impersonificata da Mark Zuckerberg, stava dando un enorme impulso ai contenuti di destra coi suoi algoritmi, favorendo la circolazione di fake news e contenuti ultraconservatori. Nikolas Ferreira, giovanissimo deputato del partito di Bolsonaro e principale influencer della destra brasiliana ha, da diverse settimane, più visualizzazioni di Messi, Cristiano Ronaldo o Kylie Jenner. Nelle tre settimane trascorse fra il primo e il secondo turno l’imparzialità ha perso ogni vergogna. Su META AI era impossibile creare contenuti pro Lula, le pagine Instragram di sinistra venivano chiuse e i content creator che si esponevano venivano sistematicamente ostacolati dall’algoritmo; mentre quelli di destra volavano in alto alle classifiche globali di engagement. META ha ammesso di aver favorito Flavio e aver ostacolato Lula, “per problemi tecnici” e in questo momento in Brasile sta iniziando un’indagine giuridica per rilevare l’influenza dell’azienda e degli USA nello svolgimento delle elezioni democratiche. Al di là delle affinità politiche è ovvio che al centro della questione ci siano le terre rare di cui il Brasile è il secondo fornitore globale dopo la Cina e che Flavio avrebbe svenduto Trump.

Di fronte a questa mastodontica rete di alleati, diventa ancora più impellente la domanda su come sia stato possibile per il Brasile rimanere uno degli ultimi baluardi dell’America Latina contro l’imperialismo americano e recuperare uno scarto di 2,2 milioni di voti tra il primo e il secondo turno: tenendo conto anche che le difficoltà della rimonta erano inasprite dal fatto che i tre candidati sconfitti al primo turno fossero tutti di destra, e che quindi i loro elettori sarebbero dovuti naturalmente confluire tra quelli di Flavio.

La risposta alla domanda sta in tre fattori che hanno agito organicamente: i social; le manifestazioni e la pratica del vira-voto. Oltre che da due aspetti paralleli: le riforme politiche attuate all’ultimo momento da Lula e gli errori della destra in queste tre settimane. Cominciamo dagli ultimi due. Le misure prese dal presidente in carica in questi venti giorni ci ricordano come per la maggior parte delle persone la politica sia una questione estremamente materiale, e come nessun governo possa resistere senza dare al proprio popolo. Tra il primo e il secondo turno il Partito dei Lavoratori è finalmente riuscito a far votare una legge storica, sul tavolo da oltre un anno. La fine della scala lavorativa 6×1 stabilisce due giorni di riposo obbligatori per i lavoratori dei servizi e del commercio (circa il 30% della forza lavoro totale del paese). Vale la pena ricordare che il disegno di legge è opera di Erika Hilton, una donna trans nera, con buona pace di chi strilla che chi lotta per i diritti civili finisce per dimenticare quelli sociali. Oltre alla fine della scala 6×1, Lula ha cancellato il debito privato di 3,6 milioni di micro-imprenditori, ha aumentato il valore della Bolsa Familia e ha anticipato la sua erogazione perché avvenisse prima del secondo turno. Queste misure hanno certamente risvegliato l’interesse di molti astenuti, mobilitandoli a votare nel secondo turno. Nelle stesse tre settimane, l’estrema destra, certa della vittoria, ha commesso diversi errori capitali; il primo la stessa sera della pubblicazione del primo risultato quando Flavio Bolsonaro ha dichiarato di voler cambiare la costituzione. L’ansia di una possibile virata autoritaria è aumentata quando, nei giorni successivi, la sua responsabile dell’area economica durante un’intervista ad un podcast si è lasciata sfuggire che il governo sarebbe durato otto anni anziché quattro. Nei venti giorni tra i due turni è emerso un volto del candidato diverso da quello evangelico e securitario e Flavio è apparso arrogante e autoritario. Nei dibattiti televisivi occorsi prima del secondo turno il figlio di Jair è sembrato un moleque, un ragazzino e un playboy, un fighetto, per esempio quando ha preso in giro l’avversario per avere nove dita, visto che Lula ha perso il mignolo a 17 anni quando era metalmeccanico, mentre lui non ha mai lavorato. Oltre agli scivoloni di Flavio, un video di Nikolas Ferreira è ora accusato dagli stessi responsabili della campagna di aver cambiato centinaia di migliaia di voti nella regione del Nordest, ritorcendo la logica dell’algoritmo contro la destra stessa. Il Nordest è la regione più povera del Brasile, simbolo delle politiche di sviluppo di Lula e sua terra natale. Il deputato ha lanciato un video su Instagram con l’intento di mostrare la sua arretratezza nonostante le promesse di Lula, e la generosità dell’algoritmo l’ha fatto arrivare a 165 milioni di views. La fake news però si è scontrata con la realtà dei nordestini che non hanno riconosciuto la miseria rappresentata nel video, che è stata contrastata proprio dalle politiche del PT e anzi l’hanno trovata offensiva. Negli stessi giorni circolavano sui social innumerevoli video di elettori e politici bolsonaristi che insultavano in ogni modo i nordestini per essere da sempre la sacca di elettori più fedeli a Lula, mentre poco dopo si è scoperto che le persone intervistate nel video di Nikolas Ferreira erano attori pagati. Dei 10 milioni di voti presi in più da Lula nel secondo turno, 3 provenivano dal Nordest.

Ma veniamo ora al gigantesco sforzo collettivo che ha portato alla vittoria di Lula e alla sconfitta del bolsonarismo (sconfitta quanto mai definitiva visto che mentre scrivo Flavio sta abbandonando il Brasile per evitare la galera e fuggendo dal fratello in esilio volontario Florida, mentre il padre di entrambi resta in prigione).

Fin dal giorno dopo il primo turno è apparso chiaro che la sinistra non aveva alcun terreno sui social. Su Instagram, Facebook, Whatsapp, Tik Tok e Kwai hanno iniziato a circolare brevi tutorial su come stimolare l’algoritmo, aumentando le interazioni coi contenuti e di conseguenza la diffusione. Mettere “mi piace” a un contenuto non ha quasi alcun valore in questo senso, mentre invece ne ha tantissimo inviarlo in una chat privata o ricondividerlo. Commentare può essere un’arma a doppio taglio visto che in determinati momenti META riusciva a bloccare i contenuti di sinistra riconoscendoli dai commenti. Guardare un contenuto fino alla fine lo promuove e così tutti hanno imparato a non guardare nemmeno un secondo dei contenuti di destra, impedendo che bucassero la loro bolla. Tantissimi content creator hanno manifestato le loro intenzioni di voto, spesso a sorpresa, all’interno di contenuti non politici e hanno iniziato a produrne di propaganda. La battaglia sui social combattuta in Brasile ha un generale unanimemente riconosciuto, Janones. Deputato del PT, evangelico, proveniente da una classe molto popolare, Janones si è proposto come “esperto dell’algoritmo” e ha aperto un canale Whatsapp che ha raggiunto oltre 10 milioni di iscritti: L’esercito di Lula. Tutti i giorni il generale mandava audio con diverse missioni, con l’intento di bucare la bolla social di sinistra, ingannare l’algoritmo sfavorevole e raggiungere potenziali elettori indecisi. Ha funzionato. Lula, che fino a pochi giorni dal secondo turno non aveva un cellulare, ha superato Flavio nelle interazioni sui social e i contenuti di sinistra sono esplosi mentre quelli di destra rimanevano sempre più chiusi in una bolla in cui ci si dava ragione a vicenda. Janones ha vinto una battaglia di narrazioni e rappresentazioni. Sabato 17 ottobre tutti i soldati dell’esercito, tra cui ormai figuravano personaggi di assoluta notorietà in Brasile come per esempio Anitta, hanno postato una foto con la maglietta del Brasile, simbolo dei bolsonaristi, facendo la L di Lula con la mano. Il fatto che l’abbiano fatto tutti nello stesso istante ha stimolato una spinta fortissima da parte dell’algoritmo. Da quel momento alle manifestazioni e in strada è diventato normale vedere sostenitori di Lula indossare una maglietta che era diventata il simbolo della destra. Janones ha creato hashtag da promuovere nello stesso momento e contenuti ad hoc da mandare in diversi tipi di gruppo Whatsapp, mentre su un sito era possibile richiedere a personaggi famosi video di propaganda personalizzati da mandare ad amici e parenti. Durante l’intervista televisiva più importante fatta a Flavio tra il primo  e il secondo turno, Janones ha lanciato il più grande panelaço della storia del Brasile, in cui in tutte le città i sostenitori di Lula hanno sbattuto le pentole fuori dalle finestre in segno di protesta, ricevendo una grandissima eco mediatica. Quattro giorni prima delle elezioni Janones è stato ricoverato per aritmia cardiaca, ma una volta uscito dall’ospedale ha passato le ultime 24 ore prima del voto in una live continuativa da cui continuava a mandare missioni sul canale Whatsapp.

Gli alleati di Flavio hanno cercato in ogni modo di chiudere il canale, con richieste formali al Supremo Tribunale Elettorale (che essendo anch’esso alleato dell’estrema destra ha esaudito la richiesta durante le cruciali 48 ore in cui veniva approvata la fine della scala 6×1) e rimettendosi a META per rimuovere il canale. La potenza mediatica dell’esercito di Lula ha impedito che questo avvenisse in modo definitivo.

La battaglia sui social ha fatto arrivare notizie a persone a cui prima non arrivavano, mostrando i crimini commessi da Flavio, la sua relazione con la milizia e i pericoli corsi dalle politiche sociali nel caso di una sua elezione. Tutto questo mentre le piazze si riempivano.

Il primo sabato dopo il primo turno, quasi un milione di persone si sono radunate a Rio de Janeiro sulla spiaggia di Capocabana e oltre un milione a San Paolo sulla Avenida Paulista, mentre altre manifestazioni altrettanto impressionanti hanno riguardato quasi tutte le città brasiliane, grandi e piccole. La destra ha provato a promuovere una demonizzazione di questi cortei, producendo con l’IA immagini di devastazione o di manifestanti che si drogavano, e sostenendo d’altro canto che le foto delle folle oceaniche fossero  esse stesse prodotte com l’IA. L’azione sui social non ha permesso che queste fake news circolassero più di tanto.

I cortei non si sono mai fermati, sono stati organizzati dalla campagna ufficiale di Lula o sono nati spontaneamente e  hanno interessato centri urbani anche modesti e isolati. Nelle città principali sono stati promossi non solo nelle zone centrali, ma anche nelle periferie. A São Paulo nel weekend in mezzo ai due turni ne sono occorsi sei allo stesso tempo, in diversi territori periferici e con enormi partecipazioni. Il giorno prima del secondo turno, sulla Avenida Paulista, c’erano oltre due milioni di manifestanti. Per chi era presente a quella manifestazione, era ovvio che “já virou” la vittoria era nell’aria, stampata sulla faccia di tutti. Nessun sondaggio l’ha vista arrivare, nessun analista, eppure era evidente. Tra il primo e il secondo turno, nel solo municipio di San Paolo, 800mila persone in più sono andate a votare per Lula.

A fianco all’azione collettiva nelle strade, ce ne è stata un’altra, agita individualmente da ciascuno e ciascuna. La pratica del vira-voto. Dopo il primo turno si è calcolato che se ogni dieci elettori del PT uno solo fosse riuscito a convincerne uno di Bolsonaro o qualcuno che si era astenuto a votare per Lula quest’ultimo avrebbe certamente vinto le elezioni. La pratica deve aver avuto successo visto il margine di vittoria nel secondo turno.

I dati dimostrano che non basta il numero degli astenuti nel primo turno a spiegare la virada, ma che molti che hanno votato Bolsonaro nel primo hanno votato devono aver votato Lula nel secondo. Anche in questo caso sono circolati diversi tutorial su come dialogare con le persone e convincerle delle proprie posizioni, scegliendo il vestiario con cura, evitando atteggiamenti troppo polemici, riconoscendo le ragioni dell’altro e modulando il discorso a seconda dell’interlocutore. Bisogna dire che anche in questo caso la natura dell’avversario ha dato un aiuto considerevole, fornendo un repertorio praticamente inesauribile di argomenti e adatto ai gusti più disparati degli indecisi.

L’elettore indeciso, o malleabile, ha iniziato a ricevere contenuti su Instagram che prima non riceveva, stimolando la sua curiosità, il suo interesse e la sua preoccupazione. Quando accendeva la televisione scopriva che nella sua città un milione di persone erano appena scese in piazza per difendere la democrazia e le politiche sociali e il giorno dopo in fila al negozio entrava in una discussione con un tizio deciso a convincerlo a votare per Lula.

Nel primo turno molte persone avevano dato un voto superficiale all’estrema destra, molte altre avevano votato nullo o non erano andate alle urne. Comunità lontanissime dai centri in cui è possibile votare si sono mobilizzate, viaggiando anche per giorni; persone anziane e malate hanno fatto uno sforzo enorme assistite dalle famiglie e dagli amici. Rispetto al 4 ottobre 10 milioni in più di persone sono andate a votare per Lula, contro il bolsonarismo, per la continuità della democrazia, per le politiche sociali e per la sovranità nazionale.

Per gli animi più focosi, a cui questa commozione per un elezione democratica e per la vittoria del capo di um partito neanche così di sinistra può sembrare eccessiva, ci riserviamo di scrivere un articolo approfondendo che cosa rappresentino Lula e Bolsonaro per il Brasile.

di Guglielmo Guatteri

Lascia un commento

L'indirizzo email non viene pubblicato. Il primo commento di ogni persona viene letto dalla redazione prima di essere pubblicato.