Tre giorni di Festival sul Consenso

A fine ottobre abbiamo partecipato alla tre giorni di Festiva sul Consenso organizzato dalle compagne di DeGenerAzione.

Il comunicato della tre giorni:

Il festival del 26/27/28 ottobre nasce dalla volontà di immettere un contributo condiviso ed esperienziale all’interno del dibattito sul consenso, come elemento giuridico ma soprattutto educativo, per combattere la violenza di genere e nello specifico la violenza maschile sulle donne.

Cosa significa consenso? Qual è lo spazio che sta tra me e l’altra/o? Come faccio a mettermi nei panni di chi mi sta di fronte? Come faccio a capire quali sono i limiti tra il mio desiderio e la volontà dell’altra/o? Il consenso devo garantirmelo da sola o è un processo di condivisione e responsabilità?

Queste sono alcune delle domande che ci hanno guidato durante questo tragitto di messa in discussione e di presa di coscienza, dove abbiamo voluto unire più pratiche per permettere a ognuna/o di partecipare attivamente secondo la propria sensibilità.
Marcia pubblica, laboratori, teatro, performance burlesque queer e musica hanno caratterizzato queste giornate di condivisione e confronto, permettendoci di utilizzare più canali di comunicazione per sensibilizzare e far riflettere chi ha voluto mettersi in gioco insieme a noi.

Il primo giorno abbiamo scelto la modalità della marcia antisessista perché riesce a racchiudere insieme la determinazione nel segnare il suolo che calpestiamo e la volontà di denunciare la realtà di violenza che siamo costrette a vivere, soprattutto in casa ma anche per strada. Abbiamo scelto un luogo centrale della movida da attraversare, alternando le vie affollate di gente a viette buie e semi deserte, per dire ad alta voce tutte insieme che non sono i militari in centro a fare le strade sicure ma siamo noi con i nostri corpi e le nostre storie a renderle tali. In contrapposizione netta con la narrazione salviniana e securitaria che attribuisce l’insicurezza dei nostri luoghi di vita a nemici esterni, che assedierebbero la nostra quotidianità: gli immigrati.
Riprendersi la strada, per chi riceve violenza a causa del modo in cui la mentalità patriarcale considera il sesso/genere di una persona, è oggi un elemento di autodeterminazione personale e collettiva che deve necessariamente passare per un atto pubblico e visibile.

Il secondo giorno sono stati proposti tre laboratori sul consenso coronati da un ulteriore laboratorio finale di condivisione e restituzione della giornata: la Sveltina. Un metodo di comunicazione e confronto non giudicante e veloce che permette a chi partecipa di raccontarsi anche a sconosciuti e ascoltare storie diverse dalla propria. Questo esercizio di comunicazione aiuta chi partecipa a sentirsi parte di un insieme di esperienze che alimentano l’empatia e la vicinanza verso l’altra/o.

  • Il primo laboratorio “Le nuove forme della violenza maschile. Tra arcaicità e post modernità” a cura di Iaia Caputo ha affrontato la discussione partendo da alcuni quesiti: Cos’è cambiato nel tempo? Perché non si può più parlare di patriarcato?                                                
    La donna non è più ritenuta proprietà del padre o del marito ed è proprio la paura di questa libertà e la mancanza di controllo sul corpo femminile a portare l’uomo a opprimere ed uccidere. L’autodeterminazione della donna viene vista quindi come affronto al proprio potere indiscusso nelle relazioni e nella politica. Considerare, però, l’aggressività e la violenza come caratteristiche innate agli uomini è una retorica che va ad alimentare la loro incapacità di evolversi e il loro disinteresse alla questione. Da secoli la nostra identità di genere determina la percezione che abbiamo di noi stessi e soprattutto la percezione che gli altri hanno di noi. Tutto ciò condiziona la nostra educazione e determina i nostri limiti e le nostre possibilità di essere e fare, determina che persone diventeremo. Di conseguenza una società che educa alla stereotipia di genere educa donne sottomesse e uomini violenti.                                                                                 
    La violenza sulle donne nella nostra società non viene considerata come un problema da risolvere ma viene relegata alla sfera privata come fatto isolato. I movimenti femministi sono stati così importanti proprio perché hanno rotto la scissione tra le dimensioni private e pubbliche costruendo un ponte, dando luce a tutto quel mondo riguardante relazioni di cura, emozioni e sentimenti.         Questa condizione di oppressione può essere ribaltata solo attraverso la condivisione di saperi e narrazioni appartenenti ad entrambe le dimensioni (maschile e femminile) e la loro reciproca contaminazione per permettere di moltiplicare le potenzialità di essere di un individuo, regalandoci la possibilità reale di autodeterminarci.
  • Il secondo laboratorio “informazione chiara, aggiornata e inclusiva riguardo il benessere fisico, mentale, sessuale e sociale” a cura di Virgin&Martyr si è concentrato invece sull’importanza fondamentale di informarci e informare correttamente sulla prevenzione sessuale e sulla consapevolezza di sé e di come spesso la scuola, a ogni grado, sia molto carente sotto questo punto di vista, alimentando di conseguenza la disinformazione o l’informazione scorretta. Infatti la presenza costante di educazione sessuale e “sentimentale” fatta da esperti, in maniera inclusiva e non giudicante, in ambienti scolastici (e non solo), è la strada giusta per permettere a tanti ragazzi e tante ragazze di acquisire le informazioni complete rispetto alla propria sessualità, ai propri desideri e alla propria salute fisica/mentale. Questo tipo di educazione può dare l’avvio ad un circolo virtuoso di rispetto e di responsabilità verso se stessi e verso l’altra/l’altro. Viviamo, infatti, in un epoca estremamente individualista e slegata dall’empatia verso l’altro, tanto da sottovalutare spesso la volontà e il consenso di chi ci sta davanti.
    Per questo motivo abbiamo concluso la nostra discussione condividendo l’importanza di alcune caratteristiche che deve avere il consenso e di conseguenza l’accesso al corpo altrui (all’interno di un rapporto intimo o occasionale, per strada, a lavoro, a scuola).                               
    Su questi spunti abbiamo condiviso anche l’importanza dei social network per divulgare questi temi anche attraverso poche righe, immagini e video. Ogni mezzo di comunicazione se usato correttamente può aiutare a educarci al consenso e a divulgare informazioni preziose al nostro benessere individuale e collettivo verso la costruzione di un mondo migliore.
  • In fine il terzo laboratorio “Dissenso, desideri e altri margini She-bari: laboratorio di corde con-senso” a cura di Rachele Alchimia Costa e con la collaborazione del collettivo transfemminista Ambrosia è stato invece un laboratorio che ha unito corpo, desiderio e mente.   Una esperienza che ha lentamente guidato con cura e fermezza nel mondo del bondage, ponendo grande attenzione a come avvicinarsi in modo sano e corretto a questa pratica. Il bondage è spesso considerato in modo superficiale e semplicistico come una pratica estrema e puramente performante ma questo incontro ha permesso di fare un po’ di chiarezza.
    La pratica di legarsi, il bondage, è un’esperienza di vicinanza, cura e relazione, in cui il consenso assume un’importanza fondamentale.                                               
    E’ stata una preziosa opportunità di imparare ad ascoltarci e ad esprimere quello che siamo, quello che vogliamo e che non vogliamo, a non aver paura dei nostri desideri. Esercizio necessario per volersi bene e per costruire relazioni sane.
    Il bondage ci ha aiutati a capire che dare tempo e attenzione all’ascolto di noi stesse e dell’altro è il primo passo per dare spazio al consenso.

Il teatro come arte di denuncia e di liberazione ha fatto da filo conduttore durante tutte queste giornate regalandoci infinite emozioni e nuovi punti di vista. Ci hanno raccontato storie e svelato mondi spesso considerati tabù come “I monologhi della vagina” di Eve Esler a cura delle attrici del DopoLavoro Stadera e lo spettacolo per grandi e piccini “Nei panni di Zaff” di ZerocommaZeroUno.

In un ambiente accogliente, protetto, non giudicante e aperto al confronto, come volevamo che fosse questo festival, abbiamo fatto un viaggio alla scoperta di noi stesse, facendo vibrare con naturalezza le parti più profonde e leggere di cui siamo fatte. Abbiamo compreso che innanzitutto il consenso parte da sé, quindi prima di darlo o negarlo ad altri dobbiamo concederci di dare a noi stesse il consenso di comunicare un si o un no. Ma anche che il consenso è un processo di apprendimento dell’altro e delle sue necessità, perché esercizio di condivisione.                                             Il consenso deve essere libero perché dare il proprio consenso deve essere una decisione presa senza costrizioni e manipolazioni di nessun genere (neanche per senso di colpa/senso del dovere). Deve essere entusiasta perché riguarda il voler intenzionalmente fare qualcosa (esiste una differenza netta tra dare il proprio consenso in maniera decisa e darlo con titubanza).
Il consenso deve essere informato quindi non si può basare su omissioni o bugie (malattie sessualmente trasmissibili, contraccezione, preferenze). Deve essere specifico perché dire si a una cosa non significa dire si ad altre (se dico si a un bacio con la lingua questo non significa automaticamente che hai accesso libero ad ogni parte del mio corpo, ogni atto deve essere condiviso e voluto da entrambi/e).
Ma soprattutto il consenso deve essere considerato come variabile perché chiunque ha il diritto di cambiare idea anche nel momento in cui la sta facendo (il mio si non è infinito e immutabile).

Siamo convinte che esperienze come queste accrescano la consapevolezza personale, illuminando i punti di forza di ciascuno. Aiutano e ampliano la comunicazione con se stessi e con l’altra, stimolano l’empatia, creano immaginari diversi sulle relazioni, facendoci mettere in discussione con delicatezza e rispetto. Riappropriamoci della libertà di esprimerci, di desiderare, di dire no, di osare, di amare, concedendo tutto lo spazio necessario al consenso per migliorare le nostre vite e deostruire relazioni sessiste e patriarcali. 

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