Germania, l’assalto ecologista alla miniera di carbone

Nordreno-Vestfalia – Cinquemila attivisti invadono il più grande impianto a cielo aperto del Paese con la «più imponente azione di disobbedienza civile degli ultimi anni». Garzweiler, di proprietà del colosso Rwe, è il luogo che emette più CO2 in Europa.

L’invasione dall’alto della più grande miniera di carbone della Germania, ovvero il blocco «dal basso» dell’impianto a cielo aperto che da 47 anni rappresenta la maggiore fonte di inquinamento dell’Europa.

Accade a Garzweiler, in Nordreno-Vestfalia, nel recinto di 66 chilometri quadrati che delimita la gigantesca area di proprietà della Rheinisch-Westfälisches Elektrizitätswerk (Rwe): il colosso energetico di Essen che fin dai tempi del Kaiser qui “estrae” soprattutto profitti milionari.

Per questo motivo ieri pomeriggio 5mila attivisti riuniti nella rete di Ende Gelände hanno dato il via alla «più grande azione di disobbedienza civile degli ultimi anni» per dirla con le parole degli organizzatori, per una volta confermate dalla versione delle forze dell’ordine.

Vestiti con la consueta tuta bianca e mascherina, in 150 hanno sfondato il massiccio cordone di polizia schierato a difesa del luogo-simbolo della lotta al cambiamento climatico. Attraversando di corsa il vallo che separa le ciclopiche ruspe per l’estrazione della lignite da ciò che resta del circondario urbano «i cui ultimi borghi stanno per essere fagocitati dalla voracità produttiva della Rwe» come ben riassumono i manifestanti, arrampicatisi sull’orlo del buco marrone e beige visibile perfino dal satellite.

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Per fermarli non è bastata l’intimidazione preventiva della polizia locale pronta a minacciare di arresto «chiunque avesse intenzione di commettere reati», quanto a fermare (con mail dal contenuto falso e tendenzioso) gli studenti delle scuole superiori interessati a partecipare in massa alla protesta. Ancora meno sono risultate sufficienti a reprimere la disobbedienza le nubi di spray urticante sparate ad altezza-occhi da centinaia di agenti in assetto anti-sommossa.

Poco prima dell’invasione della miniera, circa 800 attivisti avevano bloccato il traffico della “ferrovia Nord-Sud” utilizzata per trasportare la lignite dall’impianto di Garzweiler alle centrali elettriche di tutto il Nordreno-Vestfalia. A partire dai binari nell’area naturale di Hambach, dove da settembre è in corso la battaglia per salvare la foresta dal disboscamento previsto nel piano di espansione della Rwe.

Risultato: vagoni fermi per ore, con il combustibile destinato alla vicina centrale di Neurath bloccato a un passo dalla meta.

Di fatto, l’impianto renano ieri ha potuto funzionare solamente a causa delle ingenti riserve di carbone stivate nei magazzini adiacenti al forno che dal 1972 coincide con la più grande “fucina” di CO2 del continente.

«Uscire dal carbone adesso, non nel 2038 come pretenderebbero il governo e gli industriali del settore» scandisce dal megafono uno dei portavoce di Ende Gelände. «La crisi climatica non è uno scenario futuro: sta accadendo qui e adesso. Ecco perché oggi siamo sul bordo della fossa di lignite e sulla ferrovia, dove si produce il riscaldamento globale» tiene a precisare uno tra le decine di attivisti provenienti da nove Paesi europei.

Messaggio chiaro, e strategia cristallina così riassumibile: «Entrare a spinta nelle miniere per uscire di forza dal carbone». Un ragionamento privo di grinze politiche, perfettamente allineato con quanto richiesto dalle migliaia di tedeschi che venerdì scorso hanno animato l’ennesimo Friday For Future tedesco.

«Salvare i borghi – espropriare Rwe» è l’imperativo categorico stampato sulle bandiere con i martelli incrociati, il simbolo storico di Ende Gelände. Un’idea spaventosa per la Rwe, ma anche per la Polizei renana che ieri ha cercato di impedire anche il racconto giornalistico della manifestazione.

Nel pomeriggio gli agenti hanno bloccato Fabian Hillebrand, cronista della Neues Deutschland, obbligandolo a salire sul bus bianco (con le scritte Rwe) trasformato nella centrale di polizia provvisoria. Controllo di documenti, tesserino-stampa e inibizione formale a partecipare alla manifestazione. Prima della sua liberazione: «Sono stato salvato da una parlamentare, ma sono in custodia e non posso seguire la demo» ha denunciato il giornalista via Twitter.

È la libertà di stampa nell’epoca della quarta Grande coalizione della cancelliera Angela Merkel, che sottoscrive le Cop sull’Ambiente promettendo la fine dell’estrazione del carbone «prima possibile», facendo tuttavia l’impossibile per rinviare sine die decisioni poco gradite alla lobby degli industriali metalliferi come ai Paesi di Visegrad, tra cui spicca la confinante Polonia.

Solamente nel 2018 la Rwe ha contabilizzato 335 milioni di euro alla voce guadagni netti (44,6 miliardi il fatturato nel bilancio 2017), grazie al carbone tedesco e alle attività che – alla faccia dell’embargo di Donald Trump – spaziano fino agli Usa dove Rwe controlla «American Water Works» e «California American Water».

di Sabastiano Canetta

dal Manifesto del 23 giugno 2019

 

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