Quante violenze bisogna affrontare dopo uno stupro?

Come le cose brutte non vengono mai sole, nemmeno una violenza è un momento isolato da altri fatti altrettanto violenti che ci si trova ad affrontare di conseguenza.

Unǝ survivor si trova spesso a fare i conti con molteplici violenze, legate allǝ primǝ e all’incapacità o non seria volontà delle persone che lǝ circondano di lavorare sull’empatia, a mettersi realmente nei suoi panni, a sviluppare una sensibilità che permetta di mantenere al centro del loro agire, lǝi , lǝ survivor.

Per fare capire quanto si sta asserendo, partiamo prendendo ad esempio quello che accade solitamente dopo una violenza sessuale.

La prima violenza è il non essere credutǝ, il dover fornire particolari in modo che le persone che ti circondano si convincano che sei realmente sopravvissutǝ a una violenza, il sentirsi in obbligo di narrare la vicenda diverse volte.

Il ritrovarsi a dover confermare diverse volte quanto avvenuto non finisce mai e si interseca spesso al dover argomentare perché si vuole denunciare o meno una violenza.
Come se essere unǝ survivor ti trasformasse nella condizione di non essere soggettǝ autonomǝ in grado di autodeterminarsi da solǝ.
La vittimizzazione è un ennesimo atto prevaricatore e violento. Non solo devi dimostrare di essere statǝ violentatǝ , ma anche di essere in grado di decidere.

Proseguiamo con il ragionamento.

Prendiamo come esempio l’ipotesi che tuttǝ auspichiamo, ossia che lǝ survivor abbia delle persone che lǝ supportino nel percorso di fuoriuscita dalla violenza con un CAV (centro antiviolenza), che riesca a reagire con energia e che sia nella condizione di lavorare su di sé e il suo dolore.
Il suo cammino sarà sempre e comunque una corsa ad ostacoli.
Dovrà continuare a ripetere alle persone che lǝ circondano che quella parola, quella battuta, quel luogo, il ricordare lǝ stupratorǝ , che l’una o l’altra cosa lǝ fanno soffrire, anche quando l’aveva già chiarito; dovrà continuare a ricordare cosa è in grado di rivivere cosa non lo è, che sta ancora male anche se sorride e vive.(si, vive).

Potremmo andare avanti a lungo.
Questo è solo “un assaggio” che può aiutare a far riflettere tutt_ noi.

Quante violenza bisogna vivere?
Quante violenza conseguenti a una specifica bisogna affrontare?
Quante volte bisogna essere tirate a terra e rialzarsi con forza?
Quanta forza possiamo avere?

Questo non vuole essere un ragionamento esaustivo, né un elevarsi rispetto a quale sia la policy più corretta.
È un invito a comprendere che se siamo persone che circondando unǝ survivor, essere davvero di supporto significa una costante messa in discussione di quello che agiamo, di cosa significa violenza, del fatto che non è mai un atto isolato.

Significa essere umili, avere la capacità di essere in postura di ascolto costante, di non arrogarsi il diritto di sapere come o come non è che dovrebbe andare, di affidarsi a chi percepisce quello che diciamo o agiamo come ulteriori violenze e non pensare di poter decidere noi cosa lo è o non lo è.

P.S. questa riflessione non è onnicomprensiva, non rispecchia ciò che si muove in qualsiasi tipo di violenza a livello di situazione, vissuto, reazioni ecc. ecc.

Parte da un fatto preciso e ha l’obiettivo di condividere pensieri ed esperienze perché nessun_ si senta sol_, perché nessun_ ha risposte fatte e finite, e perché l’unica arma che abbiamo è interrogarsi, sempre.

Se sei in una situazione di violenza o la stai affrontando chiama la Casa delle Donne maltrattate 0255015 519 o il 1522.

DeGenerAzione

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