Ripartire dall’antifascismo, approdare alla rivolta generazionale
Lunedì sera Milano ha risposto. Dal liceo Einstein alla Statale, passando per corso Lodi, corso di Porta Romana e il Berchet, abbiamo bloccato la città. Una piazza enorme e larghissima: student* di licei e università, collettivi, spazi sociali, partiti, realtà di quartiere, tantissim* singol*. Eravamo lì, con solidarietà e rabbia, per il ragazzo pestato nella notte tra il 28 e il 29 settembre da una dozzina di militanti di Blocco Studentesco, perché aveva strappato i loro manifesti dal muro di una scuola.
Quella violenza squadrista ci riguarda tutt*. È l’ennesimo segnale di un attacco contro l’antifascismo e il movimento, e attraverso di loro contro chiunque non si allinei, a volte solo esistendo: cittadin* migranti e persone razzializzate, seconde generazioni, donne, persone queer e trans, chi è pover* o senza casa. Chi cerca un’alternativa alla “buona vita” neoliberale viene criminalizzat*. È lo stesso ordine che ha ucciso Moussa Diarra, Ramy Elgaml, Abderrahim Mansouri e Abderrahim Fakir; che perseguita Maja, Gabri e Gino, che ha costretto Autistici/Inventati a chiudere e attacca chi denuncia e combatte il genocidio in Palestina.
A Milano la convergenza delle forze reazionarie si vede a occhio nudo. Blocco Studentesco si sente libero di presidiare le scuole perché è legittimato due volte: da un discorso pubblico che ha reso normali le parole della sicurezza e del decoro, e da un’amministrazione che tratta la città come una merce. Il controllo è militare: zone rosse e Polizia a ogni angolo. Ed è economico: affitti che cacciano chi lavora e chi studia, prezzi di beni essenziali ed energia che arricchiscono chi specula. Chi vive qui viene spint* verso margini sempre più lontani, più è profonda la precarietà più questa espulsione è violenta. Lo stesso disegno porta i data center, che divorano suolo, acqua ed energia per fare profitto su tutto, vite comprese. Milano è un vuoto a rendita.
Ogni luogo che potrebbe produrre conflitto viene spento. In Francia centinaia di licei sono stati bloccati per gli insegnanti che mancano, gli edifici che cadono a pezzi, le classi sovraffollate. Qui sono la normalità: soffitti che crollano, supplenti che cambiano ogni anno, classi pollaio. Intanto le scuole si governano con merito, disciplina e Indicazioni nazionali che riscrivono la storia, e fuori dai cancelli i fascisti fanno propaganda indisturbati. Le università firmano accordi con l’industria della difesa. Nei quartieri non c’è posto per chi costruisce comunità dal basso: nell’agosto 2025 hanno sgomberato il Leoncavallo, a dicembre Askatasuna, all’inizio dell’estate Spintime.

Davanti alla crisi chi governa ha scelto di restringere lo spazio democratico. Lo strumento è la razzializzazione, cioè il razzismo fatto sistema: i CPR come quello di via Corelli, i controlli in strada decisi dal colore della pelle, la cittadinanza negata per anni a chi è nato o cresciuto qui. La crisi è economica ed ecologica, ce la raccontano come un problema di sicurezza, e così la rabbia si sposta dall’oppressore all’oppresso. Se una dozzina di fascisti si sente libera di pestare un ragazzo davanti a una scuola, le ronde antimigranti sono da tempo già sdoganate. Le fanno la Polizia a colpi di provvedimenti, i gruppi neofascisti, cittadin* che confondono la sicurezza poliziesca con quella della comunità.
Da diversi giorni la Francia è in piazza. A chi la invidia vogliamo ricordare cosa è successo qui un anno fa. Tra settembre e ottobre 2025, mentre la Flotilla navigava verso Gaza, abbiamo bloccato tutto: scioperi generali, porti fermi, stazioni e autostrade occupate, scuole e università mobilitate per settimane. Il «blocchiamo tutto» si è presto trasformato nel rifiuto del sistema che rende possibile il genocidio, scuole e università comprese: un’intuizione già resa movimento con le acampade, che prima ancora erano le tende in piazza per il caro affitti. Una genealogia che conferma che l’incendio della protesta non si spegne, divampa altrove.
Vogliamo ricreare le condizioni della rivolta sociale. Serve una generazione che si riconosce: è quella che lunedì ha riempito le strade, ed è la nostra. Scuole e università saranno luoghi di conflitto, i quartieri comunità dissidenti, gli spazi sociali e ogni organizzazione politica dovranno offrire l’infrastruttura. Teniamo insieme Gaza e il caro affitti, l’antifascismo e la crisi climatica, la guerra e lo sfruttamento delle nostre vite. Teniamo insieme tutto, perché nulla di quello che è ci basta.
Ripartiamo da qui, dunque: dove un ragazzo ha strappato un manifesto fascista e dodici persone hanno pensato di poterlo fermare. Si sbagliavano, perché quel ragazzo non è mai stato solo.
Deriva
Csa Lambretta

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