Intervista a Saverio Ferrari sul suo ultimo libro “Fascisti a Milano, da Ordine Nuovo e Cuore Nero”

Saverio Ferrari dell’Osservatorio Democratico sulle nuove destre ha appena pubblicato il libro “Fascisti a Milano, da Ordine Nuovo a Cuore Nero” (Edizioni BFS), l’abbiamo intervistato per la rubrica Antifascismo e dintorni di Milano in Movimento.

di Elia_MiM

qui una trascrizione dell’intervista:

MiM: All’inizio del libro parli di un particolare rapporto che c’è tra la città di Milano, il Fascismo storico e il Neofascismo, ti chiedo di spiegarlo meglio.

Saverio Ferrari: Milano è stata la vera capitale della Repubblica Sociale Italiana, qui, in questa città, era nato il Fascismo e qui finì in modo tragico nel modo che sappiamo. Questa storia ha segnato in modo profondo e indelebile tutte le organizzazioni e il movimento neofascista in generale che a Milano poi si è sviluppato.
In questo senso c’è una storia di continuità, che ho cercato di mettere in evidenza, ed è una storia di continuità che arriva fino ad oggi. Questa è una città che ha avuto una sua specificità.

MiM: Il tuo libro è un racconto in vari capitoli, molto interessante, anche di alcuni episodi partcolarmente ricchi di retroscena: casi di cronaca, anche recente, figure particolari che hanno attraversato soprattutto il momento di riorganizzazione di alcune organizzazioni neofasciste nel passaggio tra i vecchi gruppi terroristici o squadristi degli anni ’70 ad oggi.
In particolare nel libro ricordi il caso di Alvarez, quello che c’è intorno all’accoltellamento a morte di Vincenzo Spagnolo così come l’aggressione al consigliere Atomo Tinelli, evidenziando sempre un rapporto molto stretto tra fenomeni criminali e neofascismo milanese.

Saverio Ferrari: Questa è la storia di un intreccio e nel cercare di ricostruirlo, io ho anche, lo devo dire, modificato un po’ l’opinione che avevo in partenza. All’inizio ho sempre creduto che a metà degli anni ’70 dopo la sconfitta dei piani eversivi della destra, la sconfitta della Strategia della Tensione, ci fosse stato un riflusso da parte dei manovali, dei sanbabilini in modo particolare, verso la malavita. Cioè che si fossero riciclati nel crimine organizzato. In realtà, approfondendo, questo rapporto, questo intreccio tra neofascismo e malavita, ho visto che era già presistente. Vi era già in partenza un legame molto forte, costituitosi verso la seconda metà degli anni ’60, per cui negli archivi della Questura milanese vi è una quantità indescrivibile di note confidenziali, di rapporti, di esiti di appostamenti in cui si conclude che una quantità elevata di esponenti del neofascismo di allora avessero, come dire questo intreccio, questo rapporto.
Avessero, cioè, attività illegali in ordine al traffico di armi e stupefacenti e fossero assai ben inseriti nel mercato della prostituzione; quindi questa vicenda, che diventa importante, prosegue negli anni del terrorismo dei Nuclei Armati Rivoluzionari (che hanno una loro artiolazione a Milano con la banda Cavallini) e poi si dipana con un elemento, appunto, anche qui di continuità, che porta anche a queste vicende che cerco di ricostruire.
Che sono quelle dell’assassinio di Alessandro Alvarez, che sono quelle dell’accoltellamento di Davide Tinelli ma sono anche delle vicende che evidenziano come vi siano stati e vi siano gruppi neofascisti che si mettono addirittura al servizio della ‘Ndrangheta e della Mafia. Cioè, i fascisti, si prestano negli anni ’80 ad un lavoro che ha sempre meno di politico e sempre più di criminale: questo è un elemento che ha, non dico una sua specificità, perchè queste questioni ritornano anche in altre grandi città, ma che a Milano ha segnato in profondità la storia dell’estrema destra.

MiM: Nel tuo libro c’è anche un chiaro riferimento al fatto che i confini fra quello che, molto spesso, a livello giornalistico viene considerti la destra in doppiopetto che ha governato questa città, in particolare Allenza Nazionale (AN) e negli ultimi la Lega Nord, e l’etrema destra, siano saltati. Che insomma ci siano dei rapporti fraterni, amicali e solidali anche dal punto di vista politico con formazioni di destra estrema.
Tu ricordi la figura di Roberto Jonghi Lavarini, anche come quella di Lino Giaglianone, le cui attività commerciali spesso sono servite da retroterra o da supporto/aiuto per l’attività di gruppi della destra radicale o per il mercato elettorale milanese di AN.
Questa sinergia della destra plurale a Milano è più forte che in altri contesti; noi sappiamo che tu sei anche un valido osservatore e analista di quello che succede, per quanto riguarda la destra, in Italia, ma insomma a Milano c’è un connubio felice fra tutte le anime della destra. Che si ritrovano in momenti unificanti come può essere il corteo in memoria di Ramelli o semplicemente la commemorazione al campo X; insomma si mantiene in città una famiglia comune, una fotografia comune che manifestamente e sfacciatamente nessuno vuole rompere.

Saverio Ferrari: Bisogna fare una premessa per capire questa situazione: cioè che a Milano il Movimento Sociale Italiano (MSI) non si è mai trasformato in un altro partito, neanche quando ha assunto la denominazione di AN. Cioè qui c’è stato una sorta di rifiuto, fatto in modo non palese, non esplicito, rispetto alla traiettoria che aveva impresso al MSI Gianfranco Fini. Il tentativo, cioè, suo, secondo me fallito di trasformare questo partito in un moderno partito conservatore di stampo europeo.
Questo ha significato che non sono mai venuti meno I rapporti con tutto il pulviscolo della estrema destra, e questi rapporti non sono stati informali, tramite figure di secondo piano, ma sono stati guidati dai vertici dello stesso MSI, in primo luogo dal clan La Russa, Ignazio e Romano.
I vertici del MSI hanno candiato, in diverse tornate elettorali, esponenti della realtà neofascista.
Oggi sta succedendo una altra cosa: esponenti della estrema destra milanese si sono messi sotto l’ombrello del PDL, in quasi tutti I suoi comparti. Una parte è addirittura confluita nell’interno del PDL, per cui non vi è neanche più un confine da tracciare e vi è ultimamente un ulteriore, secondo me, elemento di novità e cioè che non necessariamente la destra radicale in città individua i propri riferimenti nel PDL negli ex-AN.
Vi sono già più segnali che dicono che ormai la cosa travalica e questo fenomeno, secondo me, è legato all’esistenza, aldilà delle storie passate, di alcuni denominatori comuni, quindi di contenuti..
Non è più tracciabile una palizzata a dividere destra ed estrema destra a Milano.
I denominatori comuni sono le stesse cose che questi soggetti dicono nel rifiuto della società multietnica, una idea di fondo di una società in cui si rifiuta l’uguaglianza, il problema di come si considera il rapporto familiare (la famiglia naturale), il respingimento dell’omosessualità, l’idea di una covergenza/identità tra cristianesimo ed occidente ( da difendere di fronte alla società multietnica), la necessità di modificare la Costituzione, riscrivere la Resistenza, gli anni ’70 e via dicendo…
Cioè vi è una realtà che corre più veloce anche dele nostre analisi.
L’ultimo elemento, che sta venendo fuori con una certa inquietudine, è che i rapporti col PDL non sono necessariamente rapporti che passano attraverso vecchie storie con gli esponenti di AN.
A rimanere fuori da questo rapporto sono rimasti in pochissimi: c’è Forza Nuova, mentre non rimarrà forse la Fiamma Tricolore perchè sta cercando attrverso la Destra di Storace un rapporto che significherà che anch’essa entrerà nello schieramento elettorale (del PDL). Neanche gli Hammer Skin sono all’esterno di questa realtà, perchè in cambio di alcuni favori si sono messi sotto l’ala protettrice del PDL e nell’ultima campagna elettorale (comunale) hanno sostenuto addirittura un candidato. Cioè gli Hammer Skin hanno fatto campagna elettorale non solo per la Moratti ma in modo preciso per un candidato nella lista del PDL per il Comune.
Quindi rimangono fuori in pochi e c’è una destra che in tutte le sue realtà si presenta sì articolata ma sulla stessa linea di schieramento.

MiM: Secondo te, cambierà o è cambiata la strategia dell’estrema destra a Milano, oltre quello che tu dici di provare a rivolgersi oltre i recinti familiari di AN, con l’arrivo di Pisapia e quindi col fatto che determinati finanziamenti, luoghi di potere, facilitazioni che venivano da Palazzo Marino si siano ridotte o chiuse definitivamente?

Saverio Ferrari: Si registra una difficoltà. C’è stato uno sbandamento di fronte alla sconfitta elettorale e l’inizio appunto di un rapporto polemico e conflittuale all’interno, rispetto ai vecchi esponenti del MSI e di AN.
Come dicevo prima: qualcuno ha già deciso di andare a bussare oltre e ad altre porte.
In modo particolare verso l’area di Comunione e Liberazione (CL) dove comunque già si sono collocate alcune formazioni di estrema destra di impianto integralista cattolico.
C’è uno sbandamento, una difficoltà e vi è anche una difficoltà degli altri nel PDL di continuare alla luce del sole ad intrattenere non semplicemente delle relazioni, ma anche una politica d’insieme, rispetto agli obiettivi contenutistici che dicevo prima.
Infatti alcuni pensano di aver fatto delle scelte che hanno portato ad un esito disastroso sul piano del consenso; però va tenuto conto che l’estrema destra a Milano ha altri riferimenti istituzionali politici che risiedono in alcuni assessorati sia della Provincia che della Regione.
La Regione Lombardia, per esempio, ha dato il logo e il patrocino ad alcune iniziative di Casa Pound Milano e chi è che gestisce queste operazioni è, appunto, di area CL.
Nella Giunta Provinciale vi è un assessore, che peraltro è il vice-presidente della Provincia Umberto Maerna (Assessore alla cultura) che svolge una propria azione, attraverso iniziative di revisionismo esplicito, per cui non vi è stata, con la vittoria di Pisapia, una battuta di arresto mortale, ma un blocco, rispetto anche ad una situazione politica nazionale che si decifrerà nei prossimi mesi.
Vi è insomma un lavorio continuo, bisogna vedere come si ridislocheranno le cose, non è che non esista più l’estrema destra a Milano dopo la sconfitta elettorale alle comunali.
Anche perchè vi sono padrini potenti e si pensa a delle rivincite, si pensa di riprendere il campo anche delle iniziative di piazza e di strada. Questo è un elemento che dovremmo tenere tutti presente, qui si è voltata una pagine e basta.

MiM: E’ di queste settimane la scelta di R. Jonghi-Lavarini, un’altra delle figure che tu analizzi nel tuo libro e che è sempre ben presente nelle trame nere di questa città, di sciogliere il Comitato Destra per Milano che era stato una sorta di spazio politico in cui, in particolare nella manifestazione annuale per ricordare Sergio Ramelli, si era aggregato, un po’ anche visivamente, il mondo della destra radicale milanese che hai descritto. Come giudichi questa iniziativa?

Saverio Ferrari: Jonghi Lavarini è un personaggio sempre sopra le righe, non è poi così folkloristico come lui stesso vuole apparire perchè è stato una figura significativa, di certo di raccordo tra tutte quante le diverse anime della destra.
Già in passato si era dimesso, aveva annunciato di voler abbandonare gli organismi da lui stesso fondati; sono cose che vengono, forse, lanciate per cercare in realtà di riprendere le fila di un discorso e in questo caso dopo la battaglia feroce, che è stata fatta al’interno del PDL, riguardo al tesseramento di cui quasi nessuno sa niente.
In Lombardia il PDL dichiara di aver raggiunto 100.000 tessere, quando nello scorso tesseramento erano solo 25.000. C’è stata una guerra interna, di cui non si conoscono bene I risultati aldilà dei numeri che vengono propagandati. Credo, a naso, che dentro a questa battaglia, qualcuno abbia, come dire, perso delle posizioni e probabilmente sono quelli legati alla destra più nostalgica. Quindi l’annuncio di Jonghi Lavarini di volersi fermare a riflettere sia dovuto ad una situazione che è cambiata.
Però c’è un altro piano del lavoro che riguarda il Comitato Destra per Milano e altri:la costruzione, su cui spendono più energie, di una sorta di corrente aristocratica, sollecitata, stando a quelo che si dice in certi ambienti, dal Principe Vittorio Emanuele di Savoia che ha incaricato una serie di figure che hanno titoli nobiliari o che li hanno recentemente riscoperti, come Jonghi Lavarini, di costituire in modo organico una corrente di nobili che pesi in politica e ovviamente anche nel PDL.
Per cui questo è forse il terreno, più suggestivo, che interessa a figure come il Barone Nero ( il soprannome di Jonghi Lavarini appunto), per dare a tutto questo uno spazio politico.
Sabato 12 Novembre 2011 c’è stata addirittura una iniziativa surreale (in cui c’è dentro Jonghi Lavarini) che è avvenuta nel centro di Milano, la Guardia d’Onore al Pantheon, che sono quelli che hanno fatto sempre il picchetto a Roma nel luogo dove sono sepolti i Re d’Italia, ha fatto una piccola manifestazione, da piazza San Babila fino davanti a Palazzo Marino, per rivendicare il fatto che gli ultimi re, che sono morti in esilio, vengano riportati in Italia e sepolti con tutti gli onori.
Quando fecero questa cosa, quasi analoga, mesi fa c’era il Sindaco Moratti, adesso c’è Pisapia e vi è un po’ più di difficoltà a proseguire su questa campagna, ma su questa strada qualcuno continua.
Jonghi Lavarini è molto più interessato a questo tipo di lavorio rispetto a questa realtà di nobili neri che non è così minuta come sembrerebbe, magari non a Milano, ma in Italia ci sono figure che hanno ricchezze e presenza in alcuni salotti che si stanno riorganizzando tramite, ad esempio, questa nuova idea della corrente aristocratica nel PDL.

MiM: Una ultima questione. Nel tuo libro ci sono tre capitoli che riguardano principalemente lo Stadio, sia la curva interista che la curva milanista, che vanno ad analizzare le geografie interne ai gruppi ultras, la penetrazione storica o recente nel tifo milanese della destra radicale.
Attualmente anche per effetto di alcune sentenze giudiziarie ed episodi repressivi che hanno colpito il mondo ultras, anche nello stadio ci sono stati dei rimescolamenti. Come vedi la situazione in questo momento?

Saverio Ferrari: Io ho cercato di dedicare un po’ di attenzione all’evoluzione delle curve a Milano. C’è un capitolo in cui cerco di descrivere i primi spostamenti decisivi a destra della crva milanista, attorno alla vicenda dell’uccisione del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo. Il fatto odierno è di una entrata, ormai da qualche anno in modo massiccio, della criminalità organizzata nelle curve delle grandi città.
Succede per esempio a Torino nella curva della Juventus.
Le curve sono fonte di affari, si calcola, nelle perizie di tribunale e nelle vicende processuali di cui parlo nel libro, di due milioni di euro all’anno per ciascuna curva milanese cioè il volume degli affari e degli interessi ha fatto sì che arrivassero gruppi di malavitosi e che ridisegnassero, in particolare nella curva del Milan, le gerarchie interne.
La destra arriva a supporto di questo fenomeno, non lo guida, ma di questa operazione fa parte proprio per quell’intreccio che dicevo prima con la criminalità organizzata.
I fascisti cercano uno spazio in curva anche stando al gioco di quanto sta accadendo, con però dei limiti: chi fa affari non vuole tanto l’attenzione politica sulla propria curva!
Nel Milan vi è stato questo ingresso massiccio, che per alcuni è anche finito male perchè sono finiti a processo e sono stati pesantemente condannati, ma non è una manovra chiusa, attraverso altri gruppi e altre figure è ancora in corso.
La stessa cosa riguarda, anche se in termini diversi, la curva nerazzurra dove vi è però un consolidato precedente che ha anche anticipato quello che poi è accaduto nella curva del Milan, c’è quindi meno rumore da quelle parti perchè alcuni processi si sono già consumati alcuni anni fa.
Addirittura gruppi di estrema destra si mettono al servizio di operazioni di ridisegno delle gerarchie interne però segnate, ancora una volta, dagli interessi del guadagno e non tanto dalla politica, ma potrei dire anche dallo scarso interesse per lo sport.
Nelle vicende giudiziarie che ho cercato di riprendere e ricostruire si sono verificate cose grottesche da questo punto di vista: alcuni dei capi delle curve non vanno neanche allo stadio, perchè a loro non interessa andare a sostenere la squadra di cui dicono di essere tifosi, ma semplicemente hanno il problema di tirare le fila.
La curva non sono solo biglietti omaggio e gadget, ma è anche un mercato per gli stupefacenti, per cui allo stadio la destra è al rimorchio di operazioni di altro tipo, della malavita organizzata.

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2 risposte a “Intervista a Saverio Ferrari sul suo ultimo libro “Fascisti a Milano, da Ordine Nuovo e Cuore Nero””

  1. Luca Mad ha detto:

    Vai Saverio… Sei tutti noi!

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