Gli Indignados son enfadados

Lasciava sbalorditi vedere la moltitudine di persone che occupava l’anno scorso le principali piazze spagnole.

Raggruppamenti per lo più pacifici, “indignati”, migliaia di persone con cartelli alla mano e slogan urlati contro le preoccupanti condizioni in cui versava il paese.

Iniziava la rivoluzione spagnola, era il 15 maggio 2011.

Da lì, anche l’Italia e altri paesi europei hanno iniziato a bruciare. Non era più solo la Grecia il problema.

Ma gli indignados erano un “movimento diverso”, si diceva, un moto pacifico e rivoluzionario allo stesso tempo, che sperava che con l’occupazione ad oltranza delle piazze, sarebbe arrivato ad ottenere per lo meno un freno maggiore davanti alla finanza.

A più di un anno da quei giorni, la spagna non s’indigna più: s’incazza.

La sconcertante manovra da 65 miliardi toglie prima il respiro, poi la vita.

Misure gravissime di austerity che vanno a colpire i settori più vitali per il benessere sociale: si va dall’innalzamento dell’Iva di 3 punti percentuali (dal 18 al 21%,all’abolizione della tredicesima per parlamentari, funzionari pubblici e impiegati statali), sino alla riduzione dei giorni di ferie disponibili per gli appartenenti al pubblico settore, al taglio del 30% dei consiglieri negli enti locali e alla sforbiciata ai sussidi di disoccupazione per le nuove richieste.

Se si pensa alle prossime finanziarie, poi, si arriva a sforbiciate per 123 miliardi di euro.

Giornate di scontri han visto dapprima i minatori difendersi durante la Marcha Negra da proiettili di gomma e lacrimogeni e contrattaccare poi guidati dalla rabbia per questa manovra insostenibile che prevede di tagliare sussidi all’industria dai 301 milioni di euro dello scorso anno ai 111 attuali.

In seguito, migliaia di manifestanti riunitesi sia a Madrid che a Barcellona nel pomeriggio in sostegno dei minatori. 9 arresti, rappresaglie nei bar e per la strada, violenti cariche.

Sembra che all’Italia, ai suoi ed alle sue abitanti non interessi molto tutto ciò.

Sembra che passi inosservato, come una foto appesa ad un muro.

E’ lì, sai che c’è, ma non entri al suo interno, non ti riguarda.

Sembra di cadere nel solito errore del dimenticarsi errori e paure, e anche questa volta l’impressione è che il popolo nel senso più generale del termine, si sia assopito perché “tanto non c’è più il tiranno che andava con le escort” oppure “quel Monti sembra un uomo serio”…

E invece no, il tiranno si ripresenta alle elezioni e  il caro “brav’uomo” di Monti  e il suo governo hanno iniziato da tempo lo sporco lavoro che “si deve fare”.

Hanno abolito le garanzie per le quali esisteva l’articolo 18, han tagliato scuola e sanità, propongono di demolirla, la scuola, con bizzarre proposte sulla cancellazione del sistema delle graduatorie

.. e ancora …

Che dire dell’imbarazzante patto di stabilità? Che dire della legge sull’immigrazione che non muta, che dire dell’ulteriore precarizzazione del lavoro, dell’Imu sulla prima casa, del fatto che nonostante il referendum ci sono posti dove l’acqua è privata, del fatto che non c’è una patrimoniale?

Dalla Spagna cogliamo un segnale importante, il segno che volenti o nolenti queste manovre vengono e verranno fatte su di noi e che sul serio staremo peggio.

Questa non è una fotografia, è lo scenario attuale e sta già avvenendo e sarà una caduta libera.

No, i paracaduti non ci sono,

cerchiamo di guidare l’elicottero.

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Una replica a “Gli Indignados son enfadados”

  1. tonto ha detto:

    La rivoluzione degli indignados aveva la benedizione papale e l’obiettivo di tirare giu’ il governo Zapatero: forse i socialisti in questa fase avrebbero fatto cio’ che fa la destra, non lo sapremo mai, quello che sappiamo e’ che certi movimenti “cattodici” non portano rivoluzioni ma restaurazioni.
    Se in Italia non succede nulla e’ proprio perche’ siamo pieni di professionisti della protesta che spacciano le loro buffonate per azioni dirette ed i loro fumogeni per tensioni di piazza.
    Quello che c’e’ oggi in piazza non e’ piu’ lo scoutismo degli indignados ma la rabbia dei lavoratori.
    Questo fa la differenza…

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