Richiedenti asilo a Milano: dalle violenze di via Cagni alle prenotazioni su siti inefficienti

«Non ci sono date disponibili».

Il sito di Prenotafacile si blocca e non c’è niente da fare. Si colora di rosso lo schermo dei computer e dei telefoni usati da chi cerca di vedersi riconosciuto un proprio diritto.
Prenotafacile è il sito in cui è possibile prenotare per accedere ad alcuni uffici della pubblica amministrazione e dal 5 aprile – per due intere settimane addirittura – è stato possibile prendere appuntamento per formalizzare la domanda di asilo in via Cagni 15. Per gli altri? Non si sa. Nessuna risposta.

Due settimane fa la notizia era stata accolta come un piccolo ma significativo passo in avanti.
D’altra parte, dopo mesi di manganellate e ambulanze davanti alla ex caserma Annarumma, il livello di partenza era così basso che sarebbe stato difficile fare di peggio.

Una delle file di fronte agli uffici di Via Cagni, totalmente autorganizzata dalle persone richiedenti asilo

Per non dimenticare, riportiamo un racconto in presa diretta di una notte di ordinaria amministrazione fuori dalla quarta sezione dell’Ufficio immigrazione di Milano. Ecco cosa accadeva appena un mese fa in via Cagni 15.

h 3:00 del 21/03/2023 – «Sì sì, lo sappiamo. Fate solo il vostro lavoro». La soccorritrice accenna un sorriso e allarga le braccia davanti agli uomini in divisa. I cinque agenti si lanciano sguardi d’intesa, scuotono la testa e confabulano come prima della partita. Solo che è già finita: un uomo è steso su una barella dentro all’ambulanza. È stato rianimato ma la sue condizioni non sono buone. In via Cagni, a Milano, da più di due mesi, la polizia scende in tenuta antisommossa per respingere i richiedenti asilo, invece di identificarli per permettere loro di formalizzare la richiesta di protezione internazionale.

uno dei numerosi interventi del personale sanitario di fronte a Via Cagni

Da dicembre 2022 gli uffici aprono una volta a settimana il lunedì mattina e da marzo 2023 solo una volta ogni due settimane. Sembra essere diventato uno degli eventi esclusivi della nightlife milanese con cambi data repentini, una fila infinita e una selezione all’ingresso i cui criteri continuano a rimanere oscuri.

Il 20 marzo a mezzanotte il transennato appare simile a tante altre volte: sul lato destro c’è la coda autogestita delle persone sudamericane; sul lato sinistro c’è la massa delle persone arabe e al centro ci sono gruppetti sparuti di nazionalità diverse. Dopo aver dato precedenza alle donne e ai bambini, la selezione inizia come una partita a Risiko.

«C’è qualcuno dell’Azerbaigian?», chiedono i poliziotti.

«Qui Palestina».

«Aspettate».

Prendono due persone da un lato e poi da un altro.

«Hanno fatto passare avanti un gruppo di persone con la bandiera della Georgia». dice M. e tra il serio e il faceto suggerisce «la prossima volta ci portiamo la bandiera della Palestina».

«Io vorrei il permesso per poter tornare in Egitto» dice A. «Mi mancano i miei genitori e mia sorella. Guarda oggi si è laureata». Fa scorrere le foto di una ragazza sorridente con un tocco in testa. «Poi tornerei qui per lavorare per mettere da parte un po’ di soldi».

Non sembra così diverso da quello che fanno molti giovani italiani che lavorano in Svizzera o in Gran Bretagna per riuscire a permettersi una casa e avere una vita dignitosa.

A. sparisce tra la folla. In quel momento arrivano altri agenti in tenuta antisommossa e circondano un gruppo di arabi che ora è schiacciato tra le transenne e due cordoni di polizia. Tra questi, alcuni vengono scelti e lasciati entrare. Invece, chi prova a intrufolarsi viene preso con la forza per i vestiti o per i capelli – poco importa – e viene trascinato via. La tensione inizia a montare quando gli agenti rimuovono le transenne.

In un attimo, dal Risiko si è passati al calcio fiorentino: una squadra è in sovrannumero, ma l’altra ha caschi, scudi e manganelli. Se la seconda ha come mandato principale impedire l’accesso, la prima vuole solo entrare per richiedere asilo, quindi è disposta a inginocchiarsi per terra assecondando le richieste della polizia: sperano di poter essere considerati i buoni e per questo prescelti. Gli agenti non ricorrono immediatamente al manganello, ma non per questo la loro azione di contenimento risulta meno pericolosa.

Quando la furia si placa, è chiaro che non è questione di buoni o cattivi ma solo di distanza, destrezza o fortuna nell’evitare le botte: ci sono diverse persone a terra, altre stanno zoppicando vistosamente. H. si è tenuto in disparte e dice «Le persone rispettose non entreranno mai. Vedi, io sono qui, seguo le regole ma non riesco mai ad entrare». Alcune attiviste presenti hanno chiamato i soccorsi. Un’ambulanza è arrivata, ma è stata scortata dalla polizia al di là delle transenne vicino all’ingresso per poter soccorrere le persone ferite in un primo momento e lasciate poi entrare per “gentile” concessione.

«Potete far avvicinare l’ambulanza anche qui?»

Due persone sostengono M. dopo che è stato rianimato: era svenuto dopo una manganellata in testa ed era caduto a terra.

«Sta arrivando un’altra ambulanza – risponde un agente – dovete aspettare».

«Ma come aspettare? Sono passati già 40 minuti».

Chi chiama per sollecitare si sente rispondere: «Perché chiamate l’ambulanza a quest’ora? Non c’è la polizia lì?». Difficile commentare. Dopo 40 minuti o più arriva la seconda ambulanza su cui viene caricato M. Il mezzo di soccorso resterà fermo a lungo davanti alla questura per poi partire con un codice giallo in direzione dell’ospedale Niguarda.
Mentre l’ambulanza parte, il pensiero va a chi è entrato e passerà la notte nel cortile interno della ex caserma: donne e bambini in un tendone, gli uomini all’aperto. Sono circa 200 persone.

All’apertura effettiva degli uffici, tutti verranno identificati e potranno finalmente ottenere un appuntamento per registrare la richiesta di protezione internazionale ed iniziare una nuova lunga coda in attesa del permesso di soggiorno.
Una sorte ben diversa tocca a chi non riesce ad entrare che non solo non accede ad alcun diritto, ma corre anche il rischio di essere detenuto in un Centro di Permanenza per il rimpatrio (CPR) ed espulso. Sembra paradossale, ma potrebbe essere riportato nel Paese da cui fugge e consegnato nelle mani delle autorità che lo perseguitano.

Il CPR di Milano in via corelli

I fatti descritti mostrano come un sistema razzista ponga l’umiliazione come rito di passaggio per bruciare la frontiera. Gli agenti obbediscono agli ordini di un governo che affronta la questione migratoria come un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale, non diversamente da altri governi precedenti peraltro, ma sono il cinismo e la brutalità a spiazzare. Sulle rotte mediterranea e balcanica le persone in movimento sono soggette a stupri, pestaggi, torture, ma l’arrivo in Europa non significa salvezza. Sono frontiera anche la transenna e la fila di scudi davanti al muro della ex caserma. La ex caserma Annarumma (ora questura di via Cagni) è il luogo in cui ogni persona uscita da un paese extra-UE che si trova sul territorio del comune di Milano ha il diritto di poter entrare e formalizzare la richiesta di protezione internazionale.

In un comunicato dell’8/03/2023 firmato da Associazione ARCI Todo Cambia APS, Associazione NAGA ODV, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Cambio Passo APS Onlus, Comunità di Sant’Egidio Milano, Mediterranea Saving Humans APS, Mutuo Soccorso Milano APS e Rete Milano ODV «La manifestazione di volontà di richiedere la protezione internazionale va registrata immediatamente, il relativo procedimento va formalmente avviato entro un massimo di 13 giorni, e sin dalla manifestazione di volontà le persone richiedenti asilo sono titolari di specifici diritti, tra cui quello a soggiornare sul territorio nazionale e quello alle misure di accoglienza: non lo dicono le associazioni, ma la legge italiana in accordo con le norme europee e i trattati internazionali
In pratica, la formalizzazione della domanda permette di essere riconosciuti come “esistenti” in Italia. Solo che per mesi non è bastato presentarsi e neppure accamparsi nei pressi della questura e ora neanche accedere alla prenotazione online.
Lo Schermo
rosso di Prenotafacile è un’altra barriera, forse meno evidente ma più subdola.

Per far fronte a ciò, resistono le attività di monitoraggio e le dimostrazioni di solidarietà di chi non si riconosce nella gestione securitaria e nella necropolitica dei confini. Da tempo, alcune realtà come Naga, Asgi, Mutuo Soccorso cercano di dare supporto ai richiedenti asilo in via Cagni attraverso la compilazione di moduli in cui le persone possono attestare la loro volontà di richiedere la protezione internazionale e testimoniare la loro presenza davanti agli uffici. La raccolta di questi documenti ha permesso a mettere in campo azioni legali e interrogazioni parlamentari per chiedere il riconoscimento di quello che dovrebbe essere un diritto garantito dalla Costituzione Italiana e da numerose norme internazionali. Ci sono stati esiti positivi come riportato nella conferenza stampa del Naga di mercoledì 5 aprile.

Tutto questo, però, non basta.

C’è bisogno di ripensare a come chi rischia di meno possa stare accanto a chi rischia la vita senza mettersi al centro.

C’è bisogno di sviluppare nuove forme di resistenza e di protesta per evitare che la disumanizzazione diventi la normalità.

C’è bisogno di costruire comunità e di camminare insieme.

In ogni porto, in ogni stazione, in ogni centro di detenzione, in ogni questura si riproducono relazioni di potere che ridefiniscono nella nostra società rapporti di dominazione e sopraffazione. Non possiamo restare fermi a guardare.

MalaCynar

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