Trump non è un liberatore, è un affarista. E l’Iran non è un affare da chiudere.
Chi invoca l’intervento americano confonde autodeterminazione con delega coloniale.
Negli ultimi giorni a Ginevra si stanno tenendo nuovi e concitati colloqui tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare e molto altro. Si parla di uranio, controlli, limitazioni all’arricchimento, con garanzie sul carattere “pacifico” del programma. Sembra un linguaggio tecnico, distante dalle piazze di questi giorni e dalle rivoluzioni, ma la realtà è che questi negoziati raccontano molto più di protocolli e clausole. Parlano, come sempre, di interessi strategici, di petrolio, di investimenti, di potere. Parlano di controllo di un’area. Parlano di un riassetto quasi utopistico. Di certo, ciò di cui non si parla è del popolo iraniano.
Chi per settimane ha sventolato la bandiera americana in piazza, sperando che un intervento esterno, guidato dal grande benefattore Trump, potesse liberare l’Iran, dovrebbe farsi oggi un grande bagno di realtà. E la realtà è che Trump non è né un liberatore né un eroe in grado di cambiare le sorti del popolo iraniano. Trump sta facendo il suo lavoro di affarista e imprenditore. Sta negoziando sulla pelle delle persone per i propri interessi e per la gestione di un’area che fa gola non solo per la ricchezza delle sue risorse, ma anche per le potenze ad essa collegate.
La propaganda di destra internazionale, i nostalgici della monarchia, insieme a gran parte della narrativa mainstream, ha costruito per settimane i pattern perfetti per soffocare nuovamente – in un pantano di confusione e geopolitica – le voci dissidenti. “Trump ci libererà”, “Si. L’intervento americano è la vostra unica speranza”, “solo un presidente USA può fermare il regime”. Il problema di questa narrazione non è certamente la sua ingenua cecità, quanto la sua funzionalità a un’agenda politica ben precisa. Al centro ci sono il potere e i soldi.
ll popolo iraniano resta uno spettatore. L’economia qui rischia di oscurare ancora una volta le lotte interne, marginalizza chi rischia davvero la propria vita ogni giorno per libertà e autodeterminazione, e amplifica le voci più utili alla propaganda internazionale.
Ed ecco il paradosso. Mentre in piazza si sventolavano bandiere americane, dentro l’Iran ci sono studenti, attivisti e collettivi che denunciano sia la Repubblica Islamica sia ogni forma di ingerenza straniera. Le loro voci sono state pubblicate in comunicati, interviste e dichiarazioni, ma restano sistematicamente oscurate dai media internazionali, perché disturbano la narrazione semplice e rassicurante dell’ormai imminente salvezza. L’unica via possibile.
Oggi a Ginevra, gli Stati Uniti non discutono di libertà. Discutono di interessi strategici. La prospettiva di un accordo sul nucleare ha già fatto calare i prezzi del petrolio: per il mercato l’importante non è la pace o i diritti, ma l’accesso a risorse e stabilità per il profitto. Ogni passo diplomatico viene letto attraverso il prisma del guadagno e della sicurezza nazionale, non attraverso il rispetto della volontà del popolo iraniano. Quando la narrazione dominante inquadra ogni azione iraniana come “pro o contro Trump”, “a favore o contro l’Occidente”, diventa chiaro che la libertà e l’autodeterminazione rimangono ostacolate, soffocate da un gioco di potere che li trascende.
E in Italia? Purtroppo non siamo immuni dalla stessa tentazione: ci sono politici e media che trasformano la lotta del popolo iraniano in propaganda interna, parlando di diritti solo quando serve per attaccare avversari o per alzare la propria visibilità. Chi fa questo ignora, o preferisce ignorare, le voci plurali che esistono dentro il paese. Il risultato è la stessa illusione che ha costruito la destra: credere che qualcuno dall’esterno possa “risolvere” tutto.
La libertà non arriva in valigia diplomatica. Non arriva con bandiere sventolate nelle piazze europee. Arriva dall’autodeterminazione di chi rischia ogni giorno, dall’impegno interno che nessun accordo tra grandi potenze potrà sostituire. E finché continueremo a raccontare l’Iran come se avesse bisogno di Trump, continueremo a vedere il popolo iraniano trattato come variabile negoziale, non come protagonista della propria storia.
Quando parliamo di autodeterminazione di un popolo, non stiamo usando una parola vuota o un concetto astratto. Non è un esercizio retorico da comunicato stampa. L’autodeterminazione è il principio secondo cui un popolo deve avere il diritto e la capacità di decidere come vivere, quali leggi seguire, quali forme di organizzazione sociale, politica ed economica adottare, senza che qualcun altro imponga la propria agenda, i propri interessi o il proprio potere.
Mantenere la barra dritta su questo principio significa prendere decisioni sulla base dei bisogni reali della società e delle persone, non sulla base di ciò che potenze straniere, media internazionali o movimenti politici esterni considerano conveniente o strategico. Significa soprattutto riconoscere che la libertà non è solo la rimozione di un regime, ma la costruzione di un tessuto sociale, culturale e politico che risponda alle necessità concrete delle persone che lo vivono.
Autodeterminazione significa avere voce in capitolo su tutto ciò che riguarda la propria vita collettiva: dall’educazione alle politiche economiche, dalla gestione delle risorse naturali alla sicurezza, dalla libertà di espressione alla giustizia sociale. Significa anche avere la possibilità di decidere come reagire a ingerenze esterne, quali alleanze stringere, quali accordi accettare. E oggi in Iran è tutto in costruzione.
È un principio concreto perché ha conseguenze pratiche. Un popolo autodeterminato può scegliere la propria strategia di resistenza, riforma o rivoluzione, può proteggere le proprie infrastrutture e risorse, può difendere le proprie culture e le proprie lingue, può creare istituzioni che riflettano la propria storia e le proprie aspirazioni. Si tratta di una bussola politica forte e dilagante che indica chi decide realmente della propria vita e chi no.
Quando parliamo di negoziati dove a sedere al tavolo sono solo i potenti del mondo, dobbiamo ricordare che ogni narrazione che schiaccia la pluralità di voci è complicità con chi teme e reprime la diversità interna, perché la pluralità è vista come rischiosa per il proprio potere.
Di questi colloqui si parlerà poco, e non è escluso che si arrivi a una escalation, come Trump minaccia ormai da giorni. Quella escalation sarà la vera cartina di tornasole della presunta “liberazione” e mostrerà a quale prezzo il popolo iraniano dovrà ricostruirsi dopo che qualcuno ha pensato di trasformare il paese in una propria sfera di controllo, come ha fatto con Gaza: un avamposto strategico e personale, non di certo un progetto che metta al centro l’unica cosa che conta.
Le persone e le loro istanze.
di Marina Misaghinejad
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