“No nos han vencido”. Riflessioni ad una settimana dalla piazza più emozionante (e piena) della mia vita.

Il 24 marzo 2026 si è celebrato il cinquantesimo anniversario dal colpo di stato che portò alla dittatura più sanguinaria della storia argentina, quella di Jorge Rafael Videla, ampiamente  diretta e supportata dagli Stati Uniti nella cornice del Plan Condor, con il quale tornavano a mettere i propri artigli imperialisti sull’America Latina, annichilando i principali movimenti oppositori, rovesciando governi più o meno progressisti (in Argentina era già in atto una forte repressione anticomunista ed antiperonista, imposta dalla destra dello stesso movimento peronista, nella figura di Lopez Rega – iscritto alla P2 – e Maria Estela Martinez de Peron) ed inginocchiando economicamente la regione.

Oggi, come cinquant’anni fa, le domande dei familiari degli oltre 30mila desaparecidos rimangono le stesse: donde estan?

Se lo chiedono tutti i giorni Taty Almeida, la 95enne presidentessa della ONG Madres de Plaza de Mayo – Linea Fundadora ed Estela de Carlotto, altra 95enne presidentessa de Abuelas de Plaza de Mayo (https://www.abuelas.org.ar/), che da anni investiga e lotta per ricostruire l’identità di tutti quei neonati, ad oggi persone adulte spesso con figli, che furono sequestrati dalla dittatura alle compagne e che furono dati in affido a famiglie di militari. Ad oggi sono 140 i nipoti ritrovati, su un totale stimato di circa 400.

Martedì scorso, hanno potuto rivolgere questa domanda davanti alla piazza più piena che io abbia attraversato. Se il governo ha dichiarato la presenza di 100.000 persone solo a Buenos Aires, vuol dire che eravamo almeno 5 volte tanti, la densità in determinati tratti della colonna era quasi da compressione toracica, con un gran numero di famiglie e bambini. Oltre che nella capitale, tutte le piazze del paese si sono riempite di argentini ed argentine che rivendicano i tre pilastri intorno a cui si è costruita la lotta delle madri: Memoria, Verdad y Justicia.

Permettetemi di sottolineare l’emozione unica di ascoltare Taty ed Estela, stando a pochi metri da queste due donne esemplari, pilastri inamovibili di una delle lotte più famose della storia.

Il paese ad oggi è tutt’altro che pacificato nei confronti della propria storia. Il governo di Milei è fortemente negazionista, si permette di mettere in discussione i numeri delle vittime nonostante prove storiografiche incontrovertibili, promuove l’odiosa “teoria dei due demoni”, secondo cui negli anni ‘70 ci fu specie di guerra civile tra lo Stato ed il terrorismo, dove ambedue le fazioni si macchiarono di crimini perfettamente equiparabili, mentre con politiche di austerity ed industricidio ( https://www.eldestapeweb.com/economia/crisis-economica/cuantas-empresas-cerraron-desde-que-asumio-javier-milei-como-presidente-en-argentina-2026223104825) al guinzaglio di padron Trump e, ancora una volta, del Fondo Monetario Internazionale, sta portando questo paese all’orlo del fallimento.

Di fronte a questo scenario desolante, Taty, Estela e tutte le madri della Plaza sono un esempio più che mai necessario: il 30 aprile del 1977 scesero in piazza in 14, con un fazzoletto bianco in testa, davanti alla Casa Rosada, la sede del governo. Non erano militanti, non avevano alcun tipo di formazione politica, ma avevano due cose fondamentali: avevano ragione ed avevano coraggio.

Ed il coraggio si contagia. Da quel giovedì, non hanno mai smesso di scendere in piazza chiedendo dove fossero i propri figli, le proprie figlie ed i propri nipoti.

Sono state infiltrate da uno dei personaggi più infami della storia argentina, Alfredo Astiz, alcune di loro furono sequestrate ed uccise in uno dei cosiddetti “voli della morte”, durante i quali i carcerieri gettavano i prigionieri vivi da aerei militari nel Rio de la Plata, non hanno mai ricevuto risposte e nonostante tutto ciò, hanno continuato. Sono riuscite a vedere Videla in carcere.

“Non ci hanno sconfitto”, ci ha detto Taty martedì in piazza e sembrava ci stesse passando il testimone.

La loro generazione, qui in Argentina, è sopravvissuta a varie dittature, al bombardamento di Plaza de Mayo del 1955, alla prescrizione del peronismo, alla Tripla A, al genocidio di 30mila compagni e compagne. La nostra sfida, almeno in questo paese, è contro Milei, metastasi locale di un cancro che si è esteso in tutto il pianeta: l’avanzata di un’estrema destra fascista e sionista che ha in Trump il nuovo Nixon.

La piazza di martedì 26 marzo a Buenos Aires, così come i cortei No Kings che hanno sfilato nel mondo, è la prova che più palpabile che ci siamo, che “no nos han vencido” e che oltre che resistere, è arrivata l’ora di contrattaccare.

di Riccardo Tafuro

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