Da Gioia Tauro e dai Sud: un appello a fermare l’economia di guerra e a ripensare i Sud del paese
Il 29 maggio abbiamo risposto compatti all’appello dei sindacati di base e di GPI per la costruzione di uno sciopero generale per la Palestina e contro la guerra. Lo abbiamo fatto lanciando una mobilitazione via terra e via mare al porto di Gioia Tauro, uno scalo sempre più centrale nelle rotte commerciali verso Israele.

Bloccare la filiera bellica: i fatti di Gioia Tauro
Come segnalato da BDS, già a giugno dello scorso anno le autorità avevano fermato due carichi di armi diretti in Israele. Un sequestro avvenuto nel silenzio più totale, la cui notizia è stata resa pubblica solo ad agosto.
Sempre su segnalazione di BDS – e grazie alla mobilitazione dei lavoratori portuali, dei Coordinamenti Calabresi per la Palestina, del gruppo locale di BDS, del Global Sumud Calabria, di USB Reggio Calabria e Orsa Porti – siamo riusciti a fermare 16 container contenenti acciaio balistico destinato alla produzione di missili. Il materiale bellico, trasportato da MSC e diretto a Israele, era arrivato nel porto diviso con tre spedizioni (una a marzo e due ad aprile). Nonostante le ripetute sollecitazioni, siamo ancora in attesa della perizia da parte delle autorità competenti per il sequestro definitivo.
Porti come quello di Gioia Tauro sono ormai nodi cruciali nella filiera bellica. MSC ha scelto di abbassare la rotta nella parte meridionale del Tirreno proprio per evitare gli scali con una forte presenza e tradizione sindacale, convinta di non trovare opposizione ai suoi traffici e alla complicità nel genocidio. Si sbagliava, la Calabria sa perfettamente da che parte stare: quella del popolo palestinese e contro l’economia di guerra.
Il 29 maggio, dunque, con 5 imbarcazioni della Thousand Madleens, abbiamo presidiato l’ingresso del porto, in contemporanea al presidio davanti i cancelli, mentre al largo si trovava la MSC Masnavi, incaricata di caricare e trasportare verso Israele 8 di questi container. Mentre eravamo in mare a presidiare il porto ci è giunta la notizia che la MSC aveva ritirato l’incarico per la Masnavi.
Questa mobilitazione non vuole essere un caso isolato, ma il primo atto della call to action Global Intifada – Disarm genocide. Consapevoli dei limiti storici dell’esperienza delle Flotille, riteniamo necessario ripensare l’azione nei porti italiani ed europei. Dobbiamo farlo cercando una sponda costante con i lavoratori portuali e portando avanti azioni concrete per denunciare e arrestare la complicità dei nostri Paesi nella filiera bellica che alimenta il genocidio.

Gioia Tauro e la memoria cancellata di Eranova
Il porto di Gioia Tauro non è importante solo perché è centrale nella filiera bellica, ma anche perché uno dei tanti esempi di come lo sviluppo capitalista sia stato imposto al Sud. Quest’opera non è sempre esistita: fu costruita negli anni ’70 con la falsa promessa che avrebbe portato benessere e sviluppo in una regione etichettata come povera e arretrata; una regione dove, come in tutti i Sud d’Italia, non si è voluto procedere con la redistribuzione della terra e politiche attive per il lavoro. L’idea originaria dei governi e del capitale italiano era quella di insediare qui il quinto polo siderurgico nazionale, per poi ripiegare sul porto.
La scelta del luogo cadde su un piccolo villaggio nel comune di San Ferdinando: Eranova. Un luogo profondamente simbolico. Se oggi la Provincia di Reggio Calabria e la Piana di Gioia Tauro sono territori dove la destra spadroneggia e la ‘ndrangheta impone il suo controllo, un tempo questa terra era un “covo” di anarchici e socialisti. Eranova non era un semplice villaggio di contadini: fondato nel 1896 da braccianti che decisero di liberarsi dal gioco del barone di San Ferdinando, era il simbolo di una comunità che voleva vivere libera, in pace e del proprio lavoro, tra agrumeti, oliveti, una pineta vastissima e la pesca.
Eranova era un simbolo pericoloso, e per questo doveva essere cancellato insieme a tutto ciò che lo circondava. Al suo posto è nato un mega-porto che, a cinquant’anni dalla costruzione, non ha alcun legame con il territorio. Non porta lavoro né sviluppo, se si escludono circa mille posti tra operai e indotto, in un contesto dove la sicurezza non è affatto garantita (come dimostra l’ennesimo operaio rimasto ferito in un incidente sul lavoro proprio il giorno prima dello sciopero).
Poiché il porto non ha mai avuto uno sbocco interno, nei primi anni 2000 è stato concesso in gestione a MSC, che ne ha fatto uno dei principali hub di trasbordo merci nel Mediterraneo. Ecco perché oggi Gioia Tauro è così centrale nella filiera della guerra.
Contro l’estrattivismo, la crisi climatica e la guerra: i Sud si organizzano
Mentre in quegli anni centinaia di migliaia di meridionali emigravano in cerca di futuro, la risposta delle classi dominanti non è stata quella di ascoltare i bisogni dei territori, ma di imporre ai Sud un modello basato su delocalizzazione, sfruttamento e inquinamento. Una volta esauriti i finanziamenti pubblici e individuati nuovi luoghi da spremere, la maggior parte delle fabbriche sono state trasferite, lasciando dietro di sé miseria, disoccupazione e disastri ecologici devastanti e mai sanati, come dimostrano i casi di Taranto, Bagnoli e Crotone.
Oggi il capitale impone nuove forme di sfruttamento economico. Di fronte a una crisi climatica estrema e irreversibile che flagella i nostri territori, la classe politica locale e nazionale non investe nella messa in sicurezza delle comunità e dei territori. La loro risposta è la gestione emergenziale, l’unica che permette speculazioni parassitarie. I cicloni di questo inverno hanno distrutto infrastrutture, isolato paesi, ucciso persone e devastato l’economia locale; ora, alle porte dell’estate, intere aree fanno già i conti con una siccità estrema che rischia di accelerare la desertificazione e far crollare la produttività della terra. La crisi climatica non può essere negata e tantomeno affrontata in maniera emergenziale.
Le uniche politiche reali che le classi dominanti vogliono portare avanti nei nostri territori sono quelle dell’estrattivismo energetico e del turismo predatorio. I Sud vengono trattati come un gigantesco parco eolico dove produrre energia da vendere sul mercato azionario per speculare in borsa – senza che sul territorio rimanga nulla – o come un enorme parco giochi dove svuotare di significato e dignità le nostre tradizioni popolari, trasformate in attrazioni turistiche.
Con l’aumento vertiginoso delle spese militari, sappiamo bene che diritti fondamentali già sotto attacco – come lavoro, istruzione, sanità e trasporti – ci verranno ulteriormente negati. In nome del profitto, intere comunità vengono condannate a morte.
Non accetteremo il sacrificio dei nostri territori in nome del profitto e della speculazione. Non accetteremo opere inutili e dannose come il Ponte sullo Stretto. Non accetteremo che si sostenga il genocidio del popolo palestinese e l’economia di guerra attraverso i nostri porti (non solo Gioia Tauro: le inchieste di Report e Legambiente hanno svelato la vendita ad aziende israeliane del petrolio lucano tramite il porto di Taranto e di carburante dalle raffinerie siciliane). Non accetteremo una transizione ecologica calata dall’alto che distrugge i territori e impoverisce le comunità.
Per questo, a fine gennaio, abbiamo promosso un primo momento assembleare a Messina, ospiti del Movimento No Ponte, rilanciato poi l’11 e 12 aprile a Cosenza con l’assemblea “I Sud si organizzano”. La terza assemblea si terrà a Taranto a metà giugno. L’obiettivo è chiaro: rilanciare la connessione e il confronto tra i movimenti e i collettivi dei Sud d’Italia, per iniziare a costruire collettivamente un’alternativa radicale e antitetica a un modello di sviluppo imposto dall’alto nell’interesse di pochi.
Antonio Viteritti
La Base – Cosenza

Tag:
armi gioia tauro global sumud flotilla israele sciopero generale
