La tecnologia governa, governiamo la tecnologia!
Ci sono indirizzi di posta elettronica che durano meno di un telefono e altri che finiscono per durare più delle case in cui abbiamo abitato. Entrano nei curriculum, nelle rubriche degli altri, nelle iscrizioni a servizi dimenticati, nelle mailing list che continuano ostinatamente a mandarci messaggi. Diventano una specie di domicilio. Per anni diciamo «scrivimi qui» senza pensare che quel «qui» sia un luogo costruito da qualcuno, mantenuto acceso da qualche parte, collegato a una certa idea di come debba funzionare la rete. Poi un giorno il server si spegne. Autistici/Inventati non esiste più e migliaia di indirizzi mail finiscono con lui.
Bisogna quindi cambiarli. Avvertire le persone, modificare account, recuperare password. È un fastidio considerevole e, proprio per questo, aiuta a capire una cosa che normalmente dimentichiamo: Internet ha un corpo. Ha server, cavi, domini, conti correnti, società che gestiscono pagamenti, persone che fanno manutenzione. Qualcuno possiede tutto questo, oppure decide di non possederlo individualmente e di costruirlo insieme ad altri. Anche una casella di posta elettronica ha una politica.
Autistici/Inventati apparteneva a questa seconda storia. Per oltre venticinque anni ha costruito infrastrutture digitali indipendenti per movimenti, collettivi, associazioni, giornali, progetti politici e singole persone. Non era soltanto un posto dove avere una mail o un blog senza pagare. Era il tentativo di rispondere a una domanda semplice: se una parte sempre più grande della nostra vita passa attraverso una macchina, di chi è quella macchina?
Negli anni Novanta e nei primi Duemila una parte dei movimenti aveva intuito che produrre informazione e possedere gli strumenti con cui farla circolare erano problemi difficili da separare. Indymedia fu probabilmente l’esperimento più impressionante di quella stagione. Durante le grandi mobilitazioni diventava contemporaneamente redazione, archivio, agenzia di stampa, televisione, radio, deposito di fotografie e luogo di discussione. A Ginevra, nel 2003, quando la polizia entrò nel media center durante le proteste contro il G8, furono proprio le immagini girate da Indymedia a documentare l’irruzione.
Sembra preistoria perché, digitalmente, lo è. Si entrava in una pagina brutta, lenta, piena di cose. Chiunque poteva pubblicare. Bisognava capire cosa fosse vero, cosa importante, cosa inutile. Non c’era un algoritmo incaricato di stabilire quale contenuto dovesse apparire davanti ai nostri occhi. Era caotico, litigioso, spesso insopportabile. Somigliava abbastanza ai movimenti che lo avevano costruito.
Quando Indymedia scomparve non smettemmo naturalmente di comunicare. Accadde il contrario. Cominciammo a farlo molto di più. Solo che nel frattempo avevamo traslocato. Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, WhatsApp, Telegram, TikTok. Le piazze digitali diventavano enormi proprio mentre smettevano di appartenerci. Abbiamo guadagnato una capacità di diffusione che venticinque anni fa sarebbe sembrata fantascienza e perso quasi senza accorgercene una parte della possibilità di decidere dove, come e secondo quali regole quella comunicazione dovesse esistere. Non fu una resa firmata in qualche assemblea, fu molto più semplice: quelle piattaforme erano più funzionali, ma non democratiche e aperte come si é pensato.
Il problema arriva dopo, quando lo strumento smette di essere percepito come tale e diventa l’ambiente. Oggi una parte consistente della discussione politica mondiale avviene dentro infrastrutture possedute da aziende private. Lì si organizzano campagne elettorali e manifestazioni, si raccolgono soldi, si costruiscono reputazioni, si distribuiscono notizie, si producono paure. Il potere non usa semplicemente il digitale: una parte del potere contemporaneo viene costruita attraverso il digitale.
La cosa curiosa è che proprio mentre questo accadeva una parte della sinistra e dei movimenti smetteva progressivamente di considerare la tecnologia una questione politica centrale. Abbiamo discusso dei contenuti da mettere sulle piattaforme molto più di quanto discutessimo delle piattaforme sulle quali mettevamo quei contenuti. Abbiamo imparato a inseguire visualizzazioni, engagement e follower mentre parole come server, protocollo, hosting, interoperabilità o software libero finivano relegate agli specialisti. La tecnica tornava a essere una faccenda per tecnici proprio quando stava diventando una delle forme del governo.
Per questo la fine di Autistici/Inventati riguarda molto più di Autistici/Inventati. La sua scomparsa lascia un vuoto concreto: servizi, siti, archivi, indirizzi mail. Ma lascia soprattutto una domanda alla quale non basta rispondere aprendo una nuova casella altrove. Gmail esiste, Outlook esiste, i social esistono. Bastano pochi minuti, qualche clic, una password nuova. Ed è precisamente questa facilità a rendere politico il problema: non ci viene chiesto di rinunciare alla comunicazione, soltanto di rinunciare a decidere qualcosa dell’infrastruttura attraverso cui comunichiamo.
Indymedia è scomparsa e quel vuoto non è stato davvero affrontato. Non perché dopo Indymedia non sia esistita informazione indipendente: ne è esistita moltissima, spesso ottima. È scomparsa piuttosto l’ambizione collettiva di costruire anche il luogo attraverso cui quell’informazione potesse passare. È come se avessimo conservato la redazione vendendo la tipografia, l’edicola e perfino la strada che porta all’edicola, convincendoci che l’importante fosse continuare a scrivere.
Quando il server, come nel caso di A/I, si spegne quella materialità ricompare tutta insieme. Tornano fuori le macchine, i soldi necessari a mantenerle, i domini, le società che gestiscono i pagamenti, le leggi degli Stati in cui operano, le aziende proprietarie delle infrastrutture e le decisioni politiche capaci di attraversare un oceano e produrre conseguenze dall’altra parte. Il digitale che abbiamo raccontato per anni come uno spazio senza confini ne possiede moltissimi, solo che non sempre siamo noi a tracciarli.
Mentre diventavamo bravissimi a usare gli strumenti costruiti da altri, abbiamo perso una parte dell’abitudine a costruire i nostri. È successo un account alla volta, una piattaforma alla volta, ogni volta che la soluzione più semplice era anche quella che ci chiedeva di occuparci meno della macchina che avevamo davanti.
Abbiamo costruito una società enormemente più digitale accettando che le sue infrastrutture fossero enormemente meno nostre. È difficile immaginare un movimento per la casa che consideri irrilevante chi possiede gli edifici; nel digitale abbiamo finito spesso per comportarci esattamente così.
Qualcosa, però, sembra essersi mosso proprio quando il server si è spento. Il 16 settembre quasi duecento persone si sono ritrovate al Forte Prenestino di Roma per discutere non soltanto della solidarietà ad Autistici/Inventati, ma di sanzioni, infrastrutture, banche e possibilità di organizzare una risposta. Pochi giorni dopo un’altra assemblea è stata convocata a Milano, a Piano Terra. Sarebbe paradossale, ma neppure troppo, se fosse stata proprio la scomparsa di un’infrastruttura a rendere finalmente visibile l’infrastruttura.
È un segnale importante, ma è soltanto l’inizio della domanda. I movimenti cominciano a parlarne; resta da capire quanto ne parleranno tutti gli altri. Quante realtà che considerano essenziale la propria autonomia politica continuano a considerare secondario che la propria posta, i propri documenti, le proprie relazioni e una parte crescente della propria memoria dipendano da infrastrutture sulle quali non hanno alcun controllo? Quante organizzazioni discutono per ore il testo di un comunicato e impiegano pochi secondi per decidere di consegnarlo a una piattaforma privata perché lo faccia arrivare alle persone?
Non basta difendere gli spazi fisici nei quali ci incontriamo se rinunciamo a interrogarci sugli spazi digitali nei quali trascorriamo una parte crescente della nostra vita. Non basta rivendicare autonomia politica se accettiamo una dipendenza tecnologica quasi totale. Soprattutto non basta criticare il capitalismo delle piattaforme continuando a comportarci come se le sue infrastrutture fossero neutrali.
Ora migliaia di persone cambieranno indirizzo mail. Troveranno un altro servizio, avviseranno i contatti, cambieranno l’indirizzo sui siti, recupereranno password dimenticate. È la parte facile.
Quella difficile comincia nelle assemblee di Roma e Milano, nelle discussioni che stanno nascendo altrove e, soprattutto, fuori da quei luoghi. Comincia quando un sindacato, un giornale, un’associazione, un’università, una cooperativa, un partito o un collettivo si domanda non soltanto cosa vuole comunicare, ma attraverso quale infrastruttura lo sta facendo e chi possiede quella infrastruttura. Perché la questione che lascia aperta Autistici/Inventati non riguarda soltanto Internet e neppure soltanto i movimenti. Riguarda una società che ha trasferito nel digitale una parte enorme delle proprie relazioni senza trasferirvi altrettanta capacità collettiva di controllo.
Una mail può essere sostituita. Un server può essere riacceso altrove. Molto più difficile è ricostruire l’idea che l’infrastruttura stessa sia un terreno politico.
Eppure è da lì che bisogna ricominciare. Perché il potere non sta soltanto in ciò che possiamo dire. Sta anche nelle mani di chi possiede il posto in cui possiamo dirlo.
di Andrea Cegna

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