La nuova “Società della casa” del Comune di Milano rischia di togliere case a chi ne ha più bisogno

La Giunta comunale di Milano, con la Deliberazione n. 1225 del 28 settembre 2026, ha avviato il percorso per la costituzione di una “Società della Casa” insieme a MM S.p.A., prevedendo anche la possibilità di conferire alla nuova società immobili di proprietà comunale. Una volta inseriti nella nuova società gli appartamenti verranno poi dati in affitto calmierato al ceto medio, ovvero a quella fascia di popolazione che guadagna tra i 1.500 e i 2.500 euro al mese.

È qui che si apre una questione politica decisiva: che fine farà il patrimonio pubblico destinato alla casa?

Il rischio è che una parte degli immobili oggi destinati ai Servizi Abitativi Pubblici (SAP) venga progressivamente sottratta alla funzione dell’edilizia popolare per essere trasformata in offerta a canone calmierato rivolta a una fascia di reddito più alta.

Se così fosse, non saremmo di fronte semplicemente a una nuova politica abitativa, ma a una redistribuzione del patrimonio pubblico verso una domanda diversa da quella che oggi non trova risposta nelle case popolari.

Tra gli immobili potenzialmente coinvolti potrebbe esserci anche il complesso di viale Lombardia 65. Un’ipotesi che riporterebbe dalla finestra quel progetto di “valorizzazione” che lo scorso autunno era stato scongiurato con il ritiro della delibera di vendita.

Il problema è semplice: a Milano le case popolari non sono troppe. Sono troppo poche.

Nel 2026 il Comune stesso prevede 2.047 alloggi SAP assegnabili tra patrimonio comunale e Aler. Nel 2025 erano stati messi in programma 1.870 alloggi SAP ma ne sono stati assegnati circa 900.

E mentre la domanda continua a crescere, il patrimonio pubblico rischia di essere sottoposto a una logica di “valorizzazione” che lo allontana dalla sua funzione originaria: garantire il diritto all’abitare a chi non può permettersi di stare sul mercato privato.

La “Società della Casa” viene presentata come risposta alla domanda abitativa dei lavoratori e delle famiglie a reddito medio. Ma questa esigenza non può essere affrontata mettendo in competizione chi è in difficoltà con chi è semplicemente escluso dal mercato privato.

Servono nuove case a canone accessibile, certo. Ma devono essere costruite e recuperate nuove risorse, non sottratte quelle già destinate all’edilizia popolare.

Il patrimonio pubblico non è un patrimonio da mettere a valore: è una responsabilità collettiva e uno strumento di politica sociale.

A Milano il punto politico è quindi un altro: mentre migliaia di famiglie aspettano una casa popolare, ogni alloggio SAP che cambia destinazione significa ridurre ulteriormente la capacità pubblica di rispondere all’emergenza abitativa.

Per questo la discussione sulla “Società della Casa” non può limitarsi alla sua struttura societaria o agli strumenti finanziari. Bisogna discutere della funzione sociale del patrimonio pubblico e di chi debba avere la priorità nell’accesso alla casa.

Non si può essere contrari a nuove case a canone accessibile ma non si può ampliare l’offerta per una fascia riducendo quella di chi vive un’emergenza. La città non ha bisogno di trasformare le case popolari in un nuovo segmento del mercato dell’affitto, ha bisogno di più case popolari, più patrimonio pubblico e più diritti per chi oggi non riesce ad accedere a una casa.

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