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Blocchi a sud: la protesta degli autotrasportatori e il silenzio di stampa e politica

Redazione_Mim

Italia

«Manifestare è un diritto, bloccare le strade è un reato». Lollobrigida risponde così alla protesta degli agricoltori.

Però pare che neanche commettendo quello che viene definito reato si riesca a far sentire la propria voce come si dovrebbe.

Da diversi giorni il Sud Italia è attraversato da un’ondata di mobilitazioni che coinvolge autotrasportatori, pescatori e agricoltori. Dalla Sicilia alla Puglia, passando per Calabria, Basilicata e Campania, camion e trattori occupano strade, autostrade e caselli, paralizzando la circolazione e portando all’attenzione pubblica una situazione economica ormai insostenibile.

Al centro delle proteste c’è soprattutto l’impennata del prezzo del gasolio, passato da circa 1,75 euro al litro a gennaio agli attuali 2,30 euro. Un aumento che sta mettendo in ginocchio migliaia di lavoratori e lavoratrici impegnati nel trasporto delle merci, in particolare dei prodotti agricoli, lungo tutta la Penisola. Secondo quanto denunciano gli stessi operatori, i costi necessari per continuare a lavorare sono diventati talmente elevati da azzerare, in molti casi, qualsiasi possibilità di guadagno.

Le prime mobilitazioni spontanee sono partite dalla Calabria nei primi giorni di ottobre. Da allora sono trascorse oltre due settimane, segnate da blocchi stradali, presidi, manifestazioni e ripetute sollecitazioni delle associazioni di categoria. Soltanto dopo questa lunga fase di protesta il Ministero dei Trasporti ha fissato un incontro con i rappresentanti dei lavoratori, convocandoli per il prossimo 27 ottobre.

Una risposta che, tuttavia, non è stata sufficiente a fermare la mobilitazione. Dopo giorni di sostanziale silenzio da parte dell’esecutivo, la prospettiva di un confronto rinviato di diverse settimane non ha placato il malcontento. I blocchi proseguono e le conseguenze cominciano a farsi sentire anche sulla distribuzione alimentare: in diverse città i supermercati si ritrovano senza prodotti freschi e con interi scaffali svuotati.

Eppure, nonostante la portata delle proteste e le loro ripercussioni sulla vita quotidiana, la vicenda sembra trovare uno spazio sorprendentemente limitato nell’informazione nazionale. Il primo servizio nazionale è arrivato dopo 18 giorni.

Perché se ne parla così poco? Per quale ragione una mobilitazione tanto estesa, che coinvolge settori fondamentali dell’economia italiana, fatica a conquistare l’attenzione dei grandi mezzi di informazione, rimanendo prevalentemente confinata alle cronache locali?

Raccontare una protesta di agricoltori e autotrasportatori limitandosi alle strade interrotte e ai disagi per gli automobilisti significa fermarsi alla superficie della notizia. Dietro quei camion fermi e quei trattori schierati ci sono lavoratori che denunciano l’impossibilità di sostenere costi sempre più elevati senza compromettere la propria sopravvivenza economica. Ci sono attività produttive a rischio e conseguenze che potrebbero estendersi ben oltre le categorie direttamente coinvolte, fino a interessare l’intera comunità. Le immagini dei blocchi possono certamente colpire l’opinione pubblica, ma diventano poco più di una rappresentazione del disagio se non vengono accompagnate da un racconto capace di spiegare le cause profonde della mobilitazione.

Per comprendere queste ragioni basterebbe guardare alla realtà quotidiana di chi lavora. Chi coltiva la terra deve fare i conti con il prezzo del carburante, dei fertilizzanti, delle attrezzature e delle lavorazioni agricole, sostenendo spese che non sempre riesce a compensare con il ricavato della vendita dei propri prodotti. Chi trasporta merci deve invece affrontare gasolio, pedaggi, manutenzione dei veicoli e numerosi altri costi operativi, senza avere necessariamente la possibilità di adeguare le tariffe richieste ai clienti. Quando le entrate non riescono più a coprire le uscite, i dati macroeconomici positivi e le dichiarazioni rassicuranti della politica rischiano di perdere qualsiasi significato concreto.

È proprio su questo scarto tra la realtà vissuta dalle persone e quella rappresentata pubblicamente che emerge una delle contraddizioni più evidenti del sistema dell’informazione.

La stampa e i telegiornali, proprio per la loro natura di servizio pubblico, dovrebbero garantire un racconto ampio, approfondito e plurale delle questioni che attraversano il Paese. Il loro compito non può esaurirsi nel seguire le dichiarazioni dei rappresentanti istituzionali o nel riproporre le priorità dell’agenda politica, ma dovrebbe consistere nel fornire ai cittadini gli elementi necessari per interpretare ciò che accade nella società. Scegliere di non raccontare significa stabilire quali fenomeni debbano essere derubricati e trattati come episodi marginali, destinati a scomparire rapidamente dai notiziari.

In questo quadro, il Mezzogiorno non può continuare a essere rappresentato come una realtà distante dal centro del Paese, meritevole di attenzione soltanto quando diventa teatro di tensioni, proteste o disservizi, criminalità e assistenzialismo.

Proviamo allora a immaginare uno scenario diverso. Se gli stessi blocchi, con centinaia di trattori e camion, fossero avvenuti nelle regioni settentrionali, quale sarebbe stata la risposta dell’informazione nazionale? Le televisioni avrebbero dedicato alla vicenda lo stesso spazio? Avremmo assistito a una copertura limitata alla cronaca dei disagi oppure a servizi quotidiani, collegamenti dalle piazze, testimonianze dei manifestanti, analisi economiche e confronti politici sulle responsabilità del governo? La difficoltà di migliaia di lavoratori sarebbe stata raccontata come un problema circoscritto a determinati territori o come un’emergenza nazionale da affrontare con urgenza?

Non è una domanda che nasce casualmente. Il tema di un’Italia raccontata e governata secondo priorità territoriali differenti attraversa da anni il confronto pubblico. La percezione è che le istanze economiche e produttive del Nord riescano più facilmente a conquistare una posizione centrale nel dibattito nazionale, mentre le criticità del Sud vengano spesso ricondotte a una dimensione locale, da gestire attraverso misure eccezionali, programmi di rilancio e promesse di investimenti. Interventi che, troppo frequentemente, non si traducono in miglioramenti tangibili nella quotidianità di chi vive e lavora in questi territori. Anche le attuali mobilitazioni rischiano così di essere ridimensionate a una vertenza meridionale, quando in realtà mettono in discussione la sostenibilità di settori essenziali per l’economia di tutto il Paese.

Se esiste il rischio che la politica, al di là delle dichiarazioni ufficiali, finisca per riservare maggiore attenzione ad alcuni territori rispetto ad altri, il compito dell’informazione dovrebbe essere proprio quello di riequilibrare questa disparità. Un giornalismo capace di svolgere la propria funzione dovrebbe accendere i riflettori sulle realtà meno rappresentate, approfondire le difficoltà di chi non riesce a ottenere ascolto e portare al centro del dibattito pubblico anche le questioni che il potere politico preferirebbe lasciare ai margini.

Quando, invece, i grandi mezzi di informazione rinunciano a interrogare criticamente la realtà e si limitano a rilanciare gli annunci della politica, riproducendone narrazioni e propaganda, viene meno una delle funzioni fondamentali del giornalismo: vigilare sul potere, anziché accompagnarlo.

Ancora una volta pare quindi che il Sud debba raccontarsi da solo, trovare un modo per farsi sentire senza essere trattato come un’appendice esterna. Tutto questo almeno finchè i blocchi non inizieranno a interessare seriamente anche il nord Italia.

Allora lì, forse, ne potremo parlare.

di Amelia Imparato

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