Bollettino dal Sisma – EDIZIONE SPECIALE – Sull’ordinanza di sgombero a Cavezzo

Sabato 15 Settembre 2012

 

In merito alle recenti polemiche scatenate sulla pagina facebook dell’intervento, pubblichiamo alcuni chiarimenti sulla “questione ordinanza di sgombero a Cavezzo”. Invitiamo tutti quelli che hanno voluto partecipare alla discussione a rileggere con attenzione il commento che abbiamo postato insieme alla foto dell’Ordinanza n. 1162/2012 del 6 Settembre.

 

Partendo dal presupposto che vivere in tenda per oltri tre mesi significa subire una condizione di precarietà e disagio che chiunque vorrebbe evitare, crediamo che tutti coloro che si trovano ancora attendati abbiano incontrato particolari difficoltà a trovare un alloggio differente, degno ed economicamente accessibile. Emettere un’ordinanza di sgombero prima che i contributi previsti per supportare l’autonoma sistemazione siano stati erogati significa non voler tenere in considerazione le necessità contingenti della cittadinanza, ma preoccuparsi soltanto di ristabilire una fantomatica normalià di tipo amministrativo che non necessariamente coincide per tutti con un reale ritorno alla normalità della vita quotidiana. Di nuovo si cerca di riportare la normalità attraverso l’intervento delle forze dell’ordine, cosa già accaduta in passato e che non ha certo prodotto risultati di cui andare fieri.  Come già scritto nel commento all’ordinanza, “uno sgombero non risolve il problema ma più semplicemente lo scarica sui nuclei familiari e sui singoli interessati”.

 

Al di là delle considerazioni generali, la polemica si è concentrata su alcuni casi specifici che conosciamo e seguiamo da Luglio. Nei Bollettini dal Sisma di Agosto avevamo raccontato alcune vicessitudini legate ad un gruppo di ospiti del Palaverde:

Un grosso padiglione con centinaia di brandine ospita la zona dormitorio, fuori una zona mensa e degli spazi comuni, il tutto gestito dalla Protezione Civile. (…) Le barriere linguistiche, le condizioni di precarietà legate al permesso di soggiorno, le differenze culturali che a volte assumono grande rilevanza, come durante il Ramadan, sono tutti elementi che si sommano alle dinamiche di “convivenza forzata” e riorganizzazione della comunità che l’emergenza comporta. Il dialogo con l’amministrazione su questo è stato proficuo: l’incontro tra l’utenza che si rivolgeva al nostro campo e i servizi messi a disposizione dal comune è stato garante di una buona gestione del centro rispetto alla tutela delle usanze culturali e alla fase di chiusura che lo interesserà a breve.

 

In questo contesto ci ha spiacevolmente colpito l’episodio di Giovedì sera, causato dall’intervento dei Carabinieri davanti al Campo Abruzzo. Nonostante gli accordi che intercorrevano tra l’assessorato alle politiche sociali, i volontari delle BSA e gli operatori di Emergency, le forze dell’ordine hanno ritenuto opportuno invitare alcuni ragazzi migranti a smontare le loro tende dal sito che era stato individuato come più opportuno per loro.

[Bollettino dal Sisma n°1 – 6 Agosto 2012]

Il 10 Agosto il Palaverde – centro di accoglienza quasi esclusivamente per stranieri – ha chiuso. Come al solito, la fase di transizione ad altra sistemazione, sia essa il Campo Abruzzo oppure autonoma, non è stata lineare per tutti. Chi non può dimostrare la residenza non riceve in automatico la famosa tessera come gli altri. E come spesso accade chi ha maggiori problemi con i documenti, di questo tipo soprattutto, sono proprio i migranti. Per ora alcune di queste persone sono accampate fuori dal Campo Abruzzo. Hanno una tessera che scadrà il 31 Agosto, poi si vedrà. Di nuovo.

[Bollettino dal Sisma n°2 – 13 Agosto 2012]

 

Una settimana fa l’Assessore Ferraguti ci contatta chiedendoci di comunicare a queste persone l’intenzione del Sindaco di emettere un’ordinanza di sgombero. Come già scritto ci siamo attivati per comprendere a fondo le singole situazioni e per ragionare insieme ai diretti interessati su come potessero evitare l’allontanamento forzato. Abbiamo provato insieme ad individuare reti di sostegno amicali o familiari anche fuori dal Comune di Cavezzo, disponibili a offrire ospitalità o sostenerli nella ricerca di un alloggio. Nel frattempo ritenevamo opportuno che almeno fino all’individuazione di una sistemazione autonoma alternativa fosse loro assicurato l’accesso ai pasti e ai servizi di base, diritto che crediamo innegabile per tutti i terremotati. L’Assessore ci ha improvvisamente negato qualsiasi confronto sia telefonico sia frontale, rifiutandosi di fatto di affrontare il problema attraverso il dialogo come eravamo abituati a fare. Dopo sei giorni di silenzio veniamo a conoscenza dell’effettiva esistenza dell’ordinanza, datata 6 Settembre, peraltro non ancora pubblicata sul sito del Comune. Decidiamo di diffondere il provvedimento denunciandone l’inadeguatezza e contestando la scelta politica dell’amministrazione.

 

Troviamo scandaloso che in uno dei suoi commenti l’Assessore si sia riferita ad una distinzione tra “veri” e di conseguenza “non veri” terremotati sulla base dell’impossibilità da parte di alcuni di dimostrare la residenza nel Comune di Cavezzo. Crediamo fermamente che l’accesso ai diritti non possa essere condizionato dal poter o meno dimostrare a livello burocratico di aver lavorato e vissuto per anni sul territorio, specie se si tratta di migranti (per lo più integrati nel tessuto sociale), perché tutti conosciamo bene le difficoltà che la condizione di straniero comporta in tal senso.

 

L’accusa che ci viene mossa di aver montato “nottetempo” delle tende in una “zona destinata agli sfollati del Comune di Cavezzo” è del tutto infondata in quanto le uniche tende da noi installate fuori dal Campo Abruzzo erano quelle concordate i primi di Agosto (v. Bollettino n°1). Avevamo rilevato un aumento delle presenze in altre tende fuori dal Campo, ma l’unica fornita da noi era a disposizione di un solo caso, una madre con 5 figli minorenni, di cui l’Assessore era pienamente a conoscenza essendosi anch’essa prodigata insieme a noi e ai Servizi Sociali per farsene carico. Dopo l’ordinanza la famiglia se n’è andata, non sappiamo dove.

 

Proprio perché riconosciamo la notevole mole di lavoro dell’amministrazione e dei Servizi Sociali, con cui non sentiamo certo l’esigenza di porci in contrasto, ci eravamo proposti di fungere da tramite nel tentativo di facilitarne il lavoro senza dover ricorrere ad ordinanze e sgomberi. Chi ci accusa di “creare conflitto ad hoc” sicuramente non conosce tutto il percorso che ci ha visti impegnati negli ultimi mesi in questo senso. Fino a qualche giorno fa questo ruolo era riconosciuto e apprezzato dall’amministrazione stessa e lo dimostra la telefonata ricevuta dall’Assessore per chiederci ancora una volta di intercedere con le persone attendate, in virtù del rapporto di fiducia che abbiamo instaurato nei mesi con loro. Non comprendiamo l’improvviso cambio di rotta, che avviene guarda caso poco dopo il nostro trasferimento dal Comune di Cavezzo ad altro sito.

 

A chi ci accusa di aver attaccato l’Assessore rinnoviamo l’invito a rileggere il nostro commento: non si tratta di una questione personale né di un attacco mirato, ma di un problema di mancata comunicazione e collaborazione con il piano istituzionale locale, che non dipende dalla nostra volontà.

 

A chi nelle polemiche ha ricordato il ruolo di Rifondazione Comunista rivolgiamo le nostre perplessità sulla pertinenza della precisazione, convinti che la scelta dell’amministrazione di provvedere ad uno sgombero sia una scelta politica e non partitica.

 

Pensiamo di essere stati sufficientemente esaustivi e precisi nella ricostruzione cronologica dei fatti. Pertanto lasceremo il piacere di continuare queste inutili polemiche a chi ha tempo per farlo. Per noi il “botta e risposta” si chiude qui, continuando oltre tutto a pensare che una buona collaborazione non possa fondarsi sulle discussioni di Facebook ma debba passare per il confronto diretto vis-à-vis, al quale non ci siamo mai tirati indietro.

 

I confronti che ci interessano sono quelli che riguardano l’urgenza dei provvedimenti necessari per sostenere la popolazione in modo concreto, a partire dai finanziamenti per gli alloggi e la ricostruzione.Gli interclocutori al riguardo non sono certo le amministrazioni locali, ma tutti i livelli istituzionali dai quali esse dipendono. Se l’intento di collaborazione e disponibilità espresso è sincero, i Comuni dovrebbero unirsi alla popolazione e ai comitati per fare pressione su Regione e Governo affinchè si diano risposte immediate e reali.

 

C’è tanto da fare, prima di parlare. Andiamo avanti perchè l’Emilia è ancora scossa.

 

Brigate di Solidarietà Attiva

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