Chernobyl: una serie da vedere

Il 10 giugno uscirà in Italia la serie sul più grave disastro atomico della storia.

Sì…lo ammettiamo senza vergognarcene: anche nella Redazione di MilanoInMovimento in molti abbiamo ceduto alla dipendenza più terribile esplosa nell’ultimo decennio: quella da serie televisive!

Anche noi ci siamo scannati sull’esito dell’ottava serie di Game of Thrones, ci siamo appassionati per le imprese degli uomini del Nord e il loro entrare in contatto con la civiltà cristiana, siamo stati catapultati nelle vicende criminali di un continente lontano con Narcos Colombia e Narcos Messico, abbiamo parteggiato per la nostra ciurma di pirati preferita in Black Sails, ci siamo trovati immersi nella Germania di Weimar col suo clima libertino e decadente con Babylon Berlin e…abbiamo quasi imparato il napoletano con Gomorra.

Negli ultimi anni il mercato si è letteralmente saturato offrendo produzioni per tutti i palati: da serie lunghissime capaci di durare 10 anni a mini-serie estremamente interessanti e coinvolgenti.

Quella di cui parleremo, però, è una serie in qualche modo molto diversa dal solito format cui siamo abituati, ma che nondimeno offre al pubblico un prodotto di altissimo livello.

Stiamo parlando di Chernobyl, la mini-serie prodotta da HBO e Sky, uscita il 6 maggio negli Stati Uniti e che arriverà sugli schermi italiani il 10 giugno.

La vicenda è nota, ma forse giova riassumerla in breve.

All’1:23 del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale nucleare V.I. Lenin situata a 3 km dalla cittadina di Pryjat e a una ventina da quella di Chernobyl (all’epoca facenti parte della Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina a sua volta parte dell’URSS) esplose causando un vastissimo incendio e il più grave incidente nucleare della storia umana.

L’incidente avvenne durante un test di sicurezza durante il quale il personale della centrale violò sistematicamente tutte le norme, anche le più elementari, portando la temperatura del nocciolo del reattore a una temperatura ingestibile che provocò una serie di eventi a catena che causò infine l’esplosione, lo scoperchiamento del reattore e l’incendio. A discolpa dei lavoratori di Chernobyl va detto che questi non conoscevano tutta una serie di difetti di costruzione delle centrali chiamate RMBK, che avevano già dato problemi negli anni precedenti senza però causare incidenti così drammatici e che erano rimasti segreti a causa dell’opacità del sistema sovietico.

Ci sembra sensato riprendere la sinossi perché spiega efficacemente le conseguenze immediate del disastro:

Il dramma storico vuole essere un’indagine approfondita sul più grave incidente nucleare della storia, che avvenne il 26 aprile del 1986 con un rilascio di radiazioni quattrocento volte più potente della bomba atomica sganciata su Hiroshima durante la Seconda Guerra Mondiale. Raccontando senza filtri cosa accadde davvero quel tragico giorno, la miniserie mette in luce i tanti coraggiosi uomini e donne che hanno sacrificato le proprie vite tentando di arginare una catastrofe epocale, i cui effetti si stima abbiano causato un bilancio totale di circa 4.000 morti su 5 milioni di residenti nelle aree europee contaminate. Nei giorni successivi all’esplosione, 237 persone furono ricoverate per gli effetti delle radiazioni, delle quali 31 tra pompieri e operai morirono poco dopo. Negli anni seguenti, furono registrati centinaia di casi di sindrome acuta da radiazioni e cancro: tutto a causa di un errore umano che si sarebbe potuto evitare rispettando i protocolli di sicurezza.

La prima cosa da dire è che questa mini-serie si inserisce in una vulgata di rinnovato interesse per le vicende del Blocco Orientale negli anni ’80 che ha prodotto un ormai discreto filone di opere. Si parte con da film allegri come Sonnenallee e poetici Goodbye Lenin passando per pellicole tragiche come Le vite degli altri o ironiche come NVA  e si arriva a serie televisive come Deutschalnd 83 e 86 e un successo internazionale come The Americans, la storia della vita e delle avventure di una coppia di spie sovietiche nell’America di Reagan.

La seconda è che la particolarità di questo prodotto è la coralità del racconti. Da un lato, l’intera vicenda ruota attorno a tre figure principali (la prime due realmente esistite):  Boris Shcherbin, burocrate duro ma intelligente e pronto a cambiare le sue posizioni di fronte all’evidenza, Valerij Legasov, scienziato ben inserito negli alti gradi del mondo accademico ma profondamente onesto e Ulana Khomyuk un’accademica ribelle che si espone correndo mille rischi per scoprire la verità sull’incidente. Dall’altro, si può invece affermare che il vero protagonista della narrazione è il popolo, inteso come gente comune (narod in russo). Quella gente comune che è andata più o meno consapevolmente a rischiare la propria vita e spesso a morire per cercare di porre un argine all’immane disastro in corso.

Gente comune ben descritta, facendo raccontare alla cinepresa le vicissitudini tragiche ed eroiche degli addetti alla centrale impegnati a prendere le prime misure per contenere l’esplosione, dei pompieri chiamati a spegnere l’incendio e inconsapevolmente mandati a morte certa trovandosi ad assorbire quantità di radiazioni inimmaginabili, dei tre sommozzatori mandati a svuotare la cisterna della centrale, ai minatori spediti a costruire un tunnel sotto al reattore per impedirgli di sprofondare e dei “liquidatori”, ovvero le migliaia di volontari mandati a decontaminare l’intera regione, ma soprattutto a rimuovere le macerie dal tetto del reattore per consentire la costruzione del sarcofago di cemento.

Attraverso questo sguardo assolutamente empatico con la gente comune vengono messi in risalto tutti i vizi e le virtù che sono, più che sovietici, tipicamente russi (ma anche ucraini). I vizi come l’ottusità, il pressapochismo, la rassegnazione, il fatalismo, l’autoritarismo, la pigrizia e l’opacità. E le virtù come il coraggio, lo spirito di sacrificio (“Lo farete perché va fatto!” dice il burocrate ai sommozzatori pronti ad andare incontro a morte certa), il senso del dovere, l’abnegazione, la pazienza e la fedeltà alle decisioni prese.

Altra trovata narrativa interessante (ma, assai poco russa) è la figura della contadina ottantenne che rifiuta di essere evacuata e in un monologo asciutto e straziante narra al soldato 80 anni di storia e tragedie di un popolo, tutte vissute in prima persona: dalla Rivoluzione alla Guerra Civile, dalla grande carestia dell’Holomodor all’invasione nazista. “E dopo tutto questo, adesso dovrei avere paura di una cosa che neanche vedo?” chiude l’anziana con la tipica ottusità e pervicacia del mondo rurale russo riferendosi alle radiazioni.

Se invece possiamo muovere una critica, si tratta di una critica minore. Parliamo dell’onnipresenza di una fotografia cupissima e plumbea neanche si trattasse dell’ormai popolarissimo “Winter is coming” di GOT in tutto e per tutto simile a quella di alcuni film russi tra cui Taxi Blues (Taksi-Blyuz), Brother (Brat) e il disturbante Cargo 200 (Gruz 200) di Balabanov che racconta il degrado morale ed etico della Leningrado di metà anni ’80. Una fotografia claustrofobica capace di trasmettere un senso imminente di catastrofe e collasso totale (e perfetto per l’immaginario che abbiamo dell’URSS di quegli anni impelagata in crisi economica, disastri ecologici, catastrofi naturali come il terremoto in Armenia del 1988, tensioni etniche crescenti e il prolungarsi senza sbocchi della guerra in Afghanistan iniziata nel 1979), ma che poi, in qualche modo, non corrisponde del tutto alla vita reale di tutti i giorni se guardando gli stessi filmati originali fatti a Chernobyl ci rendiamo conto che c’era un sole accecante e che le persone, nonostante tutto, erano ancora in grado di scherzare e sorridere. Un grigiore insomma, che è più nelle teste di noi occidentali che nei ricordi di chi ha vissuto quell’epoca nel concreto e che sembra essere ormai diventato un cliché utilizzato per ritrarre le società dell’Est di quel periodo.

Innegabile che per alcuni di noi, vedere Chernobyl sia stato un vero e proprio salto nel passato e a un’infanzia lontana ma ancora vivida, fatta di resoconti dei telegiornali e divieto provvisorio di mangiare insalata e bere latte.

Innegabile poi che quest’opera vada a inserirsi perfettamente in questo 2019 caratterizzato dal successo degli scioperi per il clima e da quella che sembra una nuova consapevolezza ecologica, specie tra i più giovani e che sta ottenendo i primi successi anche in Russia.

Alla fine della serie, sorge spontaneo un interrogativo. E’ facile mostrare i limiti e le carenze di un sistema che da lì a pochissimi anni sarebbe collassato su se stesso.

Ci chiediamo se l’Occidente, nel gestire una catastrofe del genere, si sarebbe comportato meglio, con maggiore limpidezza e consapevolezza. Non cercando, come prima cosa, di nascondere la polvere sotto il tappeto (i sovietici furono informati della tragedia con un primo servizio di 18 secondi trasmesso dal telegiornale della sera Vremya). Alcune tragiche vicende come il disastro dell’Icmesa a Seveso nel ’76 o quello di Fukushima in Giappone nel 2011 ci fanno dubitare molto di questa possibilità.

In fondo, il potere è potere, da qualsiasi latitudine lo si osservi.

I filmati originale dell’intera vicenda di Chernobyl

I pompieri intervenuti per primi sul luogo del disastro (foto di scena)

I “liquidatori” (foto di scena)

I minatori che scavarono il tunnel sotto il reattore (foto di scena)

 

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