Hammamet. La caduta (di stile)

C’erano diversi strumenti narrativi con cui Gianni Amelio avrebbe potuto  raccontare l’ultimo periodo di Bettino Craxi, quello che ha scelto è forse uno dei peggiori.
Craxi si è rifugiato ad Hammamet per scappare dalla giustizia e dal fragoroso rumore della sua caduta. È malato, stanco ma tenace. Vive in una villa con la figlia, la moglie, il nipote e lì riceve la visita del figlio, dell’amante, e di un misterioso personaggio che ne diventerà il confidente.

Per stessa ammissione di Amelio, l’intenzione del film non era quella di raccontare la vita o la politica del leader socialista bensì gli ultimi giorni di un uomo confinato in un paese lontano. Se, però, l’idea di raccontare Craxi senza il craxismo poteva essere affascinate, per portare sullo schermo una visione intimista di un soggetto, come ci insegna Sorrentino con Il Divo o il Nixon di Oliver Stone, occorreva una drammaturgia che desse spessore ai personaggi in modo che potessero reggere la struttura del racconto. Non bastano le intenzioni dichiarate dal regista per dare un  senso ad un film in cui i protagonisti sono anonimi, poco più che abbozzati e il percorso stilistico scelto risulta obiettivamente poco chiaro; vira tra il surrealismo, il realismo, il metaforico e il biografico e finisce per essere confuso oltre che oggettivamente lacunoso nella sceneggiatura, che pare poco avvincente, per non dire noiosa, e che manca di spunti concreti.

In questa incertezza totale emerge ancora di più che centro di tutto questo percorso sia solo lui: Pierfrancesco Favino. Al di là dell’eccezionale trucco, monumentale è la sua interpretazione che riporta in vita Craxi per 120 minuti. La stessa voce, lo stesso modo di muoversi e gesticolare, lo stesso atteggiamento, carismatico ed arrogante, che lo ha reso famoso.

Neanche un’interpretazione perfetta riesce però, da sola, a reggere il peso di un film lento in cui troppo spazio viene dato a personaggi inconsistenti come Fausto, figlio di un vecchio compagno morto suicida, il cui senso risulta francamente incomprensibile.

Una buona fotografia, la bella colonna sonora firmata Nicola Piovani e il rimando felliniano del finale non salvano un film su cui, forse, avevamo riposto la speranza di conoscere un po’ meglio un pezzo di storia.

Nonostante i grandi riscontri di vendite dei libri usciti a vent’anni dalla morte del leader socialista, soprattutto a Milano dove, il PSI aveva il 20% dei voti, il dibattito su Craxi, come spesso capita in questo paese, non riesce a decollare e continua a concentrarsi più sulle tangenti che sulle sue scelte politiche. In una fase di grande instabilità mondiale molti popoli tendono a rifugiarsi nella nostalgia di un passato idealizzato. Gli inglesi rimpiangono i fasti imperiali, tanti russi ricordano con affetto l’Unione Sovietica e noi italiani… rimpiangiamo Craxi e Andreotti (per non parlare di Mussolini…).

Per concludere possiamo dire che, se uno degli intenti del film poteva essere quello di svincolare gli spettatori dall’idea che avevano di Craxi prima di entrare in sala offrendogli altri chiavi di lettura sulla complessità del personaggio, Favino fa di tutto per raggiungere lo scopo, ma il resto degli elementi che compongono la pellicola no.

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