The Crown ovvero: alla ricerca della grandezza perduta

Negli ultimi anni, già prima del fatidico referendum sulla Brexit dell’estate 2016, il mondo inglese ha iniziato a produrre serie televisive e film a metà strada tra il rimpianto per l’antica grandezza perduta e la convinzione che gli inglesi, consapevoli della loro storia gloriosa, ce la possono fare sempre e comunque.

Parliamo di serie come “Downton Abbey”, ma anche di film come “Dunkirk”, “L’ora più buia”, “The King” e, buon ultimo “1917” la cui uscita nelle sale è prevista per il 2020.

“The Crown”, la serie Netflix ideata da Peter Morgan e dedicata ai decenni di regno di Elisabetta II Windsor si inserisce perfettamente nel solco di questa nuova ondata di produzioni a sfondo storico.

La serie, giunta alla terza stagione (ma sembra che altrettante ne siano state previste per i prossimi anni) narra la storia di Elisabetta II  il cui regno, nel 2015, è diventato il più lungo della secolare monarchia britannica.

La giovane Windsor diventa regina senza volerlo realmente e suo malgrado, a causa della prematura scomparsa del padre Giorgio VI nel 1952. Giorgio VI, a sua volta diventato sovrano per “obbligo” dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII. Quest’ultimo decise, nel 1936, di rinunciare alla corona per poter sposare – ovviamente contro il parere della corte, del governo e della chiesa anglicana – Wallis Simpson, donna americana divorziata, gettando la monarchia nella più drammatica crisi dai tempi della Rivoluzione e della Guerra Civile del Seicento.

L’abdicazione e la figura ambigua di Edoardo VIII (simpatizzante del Nazismo, tra l’altro) ricorrono spesso nella serie così come il ricordo della Seconda Guerra Mondiale. Perché se è vero che Giorgio VI, il re balbuziente, affrontò il compito della corona come una vera e propria croce è altrettanto vero che fu un re molto amato e che guidò il paese attraverso la durissima prova della guerra, insieme a un’altra figura carica di fascino come Winston Churchill.

Elisabetta eredita dal padre un grande impero vittorioso, ma in crisi e in rapido disfacimento.

Nel giro di pochissimi anni la Gran Bretagna passa dal rango di grande potenza a quello di un paese importante, ma tutto sommato simile a tanti altri, soppiantata nel quadro geopolitico da Stati Uniti e Unione Sovietica.

In fondo, “The Crown” è il racconto di un declino, anzi di due. Il declino dell’Impero britannico e, parallelamente, il declino della sua monarchia il cui ruolo diventa sempre più difficile e problematico nella società di massa e della comunicazione novecentesca.

In questo quadro Elisabetta II viene raccontata come una quercia, una roccia, una certezza in mezzo a un mondo in rapida trasformazione e a una successione turbinosa di leader politici, non sempre descritti in modo edificante, alla guida del paese (Churchill, Eden, Macmillan, Douglas-Home, Wilson e Heath fino alla terza stagione).

La regina, con il suo senso del dovere e la sua serietà (ma anche con la sua prevedibilità, banalità e quel pizzico di ottusità) è una figura rassicurante, ma anche colei che, in qualche modo, in un globo in rapidissima trasformazione è riuscita a garantire l’ordinato declino di un impero (per quanto ordinato possa essere).

La serie è indubbiamente costruita bene e ben recitata. Se nelle prime due stagioni si prova empatia per i due giovani sposi, Elisabetta (all’inizio sotto l’ala protettiva di Churchill) e Filippo, nella terza, quando i due sono arrivati alla maturità, si inizia a faticare un po’.

Nella parte iniziale della serie è proprio il rapporto tra la regina e suo marito (la cui peculiare storia personale emerge suscitando grande interesse) il centro della narrazione. Filippo, con la sua espressione perennemente contrariata, dovrà accettare di rimanere sempre in secondo piano domando la sua continua irrequietezza. Elisabetta dovrà invece giungere ad alcuni compromessi con il marito per riuscire a salvaguardare il suo matrimonio. Non da ultimo, prenderà l’abitudine di aprire tutti i suoi discorsi pubblici con un altisonante “Mio marito e io…”.

Nel racconto emerge il continuo contrasto tra i doveri del ruolo e i desideri personali. Questo, in primo luogo, quando si tratta di storie d’amore. “The Crown” è anche il racconto di tante storie d’amore contrastate e dolorose. Prima tra tutte quella di cui abbiamo già accennato tra Edoardo VIII e Wallis Simpson, che però in definitiva risulteranno vittoriosi e vivranno il loro amore fino all’ultimo giorno di vita dell’ex monarca, seppur in esilio dal loro paese. Decisamente più tristi le vicende amorose tra la sorella minore della regina Margaret e il capitano Peter Townsend o tra il Principe Carlo e Camilla Shand. La costante delle tre stagioni è che il tentativo di impedire il realizzarsi formale di relazioni “sconvenienti”, produrrà sempre dei danni maggiori rispetto ai benefici sperati. È in questo contesto che viene efficacemente raccontato il ruolo sempre più importante e spesso dirompente della stampa nelle vicende inglesi.

Se si possono muovere due critiche alla produzione sono la pressoché totale assenza del popolo inglese e la poca attenzione nel raccontare i mutamenti impetuosi della società britannica nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

La gente comune manca dalla narrazione se non in piccole parentesi, come quella della nube di smog che colpì Londra nel 1952 e quella sul disastro di Aberfan nel 1966, quando gli scarti di una miniera di carbone travolsero un villaggio gallese provocando 144 morti di cui 116 bambini. Un altro piccolo rimando è relativo allo sciopero dei minatori del 1972.

Se la Gran Bretagna è raccontata come un impero in declino, il paese è comunque stato capace di imporre al mondo la sua moda e la sua cultura (o piuttosto controcultura), soprattutto in campo musicale. Questo aspetto importantissimo viene totalmente dimenticato. Nessuna traccia della Swinging London. Nessuna traccia della rivoluzione musicale di quei decenni guidata proprio dai gruppi inglesi. Silenzio su Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Pink Floyd, The Who e tutta la ricchezza musicale di quei tempi. Basti pensare che la terza stagione termina nel 1977 con il Giubileo per i 25 anni di regno di Elisabetta e non viene neppure colto quello che sarebbe stato un assist a porta vuota: citare il movimento punk!

L’ultimo grande (e colpevole) assente, ed è un’assenza che pesa come un macigno, è la questione irlandese cui non viene dedicato neanche un secondo. Il più sanguinoso conflitto civile dell’Europa occidentale di quegli anni, dove l’esercito inglese ha perso più uomini che nella guerra delle Falkland, viene dimenticato. Nessuna parola sui Troubles, sul Bloody Sunday, sugli attentati dell’IRA.

Se si può concludere in modo ironico (ma non troppo), ci viene da osservare che in un mondo instabile dove molti si rifugiano in un presunto passato grandioso, gli inglesi hanno certamente il diritto di rifugiarsi nei loro antichi fasti imperiali e, osservando la situazione da questo punto di vista, il risultato della Brexit così come delle elezioni di pochi giorni fa non sembra poi così sconvolgente. Come dice qualcuno molto saggiamente: “Gli inglesi non potranno mai stare in un’Europa comandata dai tedeschi!”.

E con questo chiudiamo.

Restiamo in attesa della quarta stagione e dell’avvento di Lady Thatcher.

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