Dieci cose sul 22 settembre a Milano, un anno dopo

  1. La rivolta sociale del 22 settembre 2025 a Milano ha mostrato, attraverso la pratica dello sciopero e del blocco, fino a che punto il rifiuto del genocidio del popolo palestinese fosse generalizzato: sia quantitativamente, per il suo carattere di massa, sia qualitativamente, quale rifiuto dell’ordine sociale tutto. La saturazione si è realizzata per l’intuizione profonda, corporea e quotidiana, delle dinamiche del sistema politico-economico capitalista che favorisce la violenza dovunque e in senso speculativo, ovvero la giustifica moralmente. In altre parole, la saturazione ha portato la singola persona ad avere uno sguardo totale sull’ingiustizia. Fino a quel punto, la propria o altrui sofferenza non veniva vista come strutturale.
  1. Il punto di non ritorno individuale e collettivo – ciò che ci ha spinto inequivocabilmente ad agire, secondo uno spettro che va dalla presa di posizione simbolica alle pratiche di piazza radicali – è stato raggiunto perché la missione della Global Sumud Flotilla ha offerto un orizzonte di significato nuovo e soprattutto materiale. Ha, in altre parole, posto di nuovo al centro la prassi: rompere l’assedio attraverso un’azione via mare sabotava prima di tutto il senso di impotenza, poi offriva un nuovo termine di identificazione. Non più complici di genocidio – insieme al governo e alle entità aziendali italiane – ma complici della sua denuncia e della sua interruzione, dunque antagonisti. Questa è anche una riscrittura antibellica dell’epica.
  1. La missione della Global Sumud Flotilla ha anche ridefinito il campo del conflitto politico: pur rimanendo reattiva e negativa sui temi, ha definito un nuovo territorio di scontro (il mare) e una nuova agenda (le tappe della missione). Lo sdoppiamento della missione (con la creazione di equipaggi di terra), del territorio di scontro (le città) e dell’agenda (il countdown che si attivava al sequestro delle barche da parte di Israele) ha dettato dei tempi autonomi alla protesta, costringendo le istituzioni e le Forze di Polizia alla rincorsa. In altre parole: la guerra non si gioca sul piano culturale, ma sul piano ritmico. Per determinare una vittoria, è importante rifiutare il ritmo imposto da chi, in questo momento storico, non può che vincere sul terreno dei rapporti di forza assoluti. Se si vuole, è un ridimensionamento.
  1. La massa ha superato di gran lunga la radicalità di ogni forma tradizionale della politica di massa: sindacati, partiti, associazioni, spazi sociali, collettivi. In parole più semplici, ogni volta la domanda politica non è stata soddisfatta dall’offerta politica. Sia il 22 settembre sia il 3 ottobre (due giornate di sciopero generale) il programma aveva previsto delle forme di blocco, per dare seguito alle parole d’ordine lanciate tre settimane prima dal CALP: blocchiamo tutto. I sindacati in particolare però ragionano secondo una logica apparentemente inversa a quella delle masse disorganizzate: quando ottengono risultati sensibili in termini di partecipazione, devono mostrarsi come soggetti politici credibili all’interlocutore. In altre parole rifuggono la scarica, cioè la volontà collettiva di distruzione che colpisce più spesso i simboli del potere, preferendo invece una cattura della massa verso la propria istituzione. Al momento del conflitto allora le realtà organizzate si sono fermate prima, talvolta defilate, spesso hanno agito in autotutela. Questo atteggiamento “centripeto” rispetto al dominio potrebbe essere già fuori tempo.
  1. Il 22 settembre, la vera novità è stata dunque la composizione della moltitudine che ha occupato la Galleria della Carrozze, poi tentato di raggiungere i binari attraverso la porta a vetri, dunque protratto la guerriglia urbana in via Vittor Pisani fino a notte, producendo un blocco di quasi dieci ore. Vale lo stesso per il 3 ottobre, durante l’occupazione della Tangenziale Est e la successiva moltiplicazione dei cortei allo snodo di piazzale Loreto, l’ultimo dei quali conclusosi con uno scontro frontale in Palestro con le Forze di Polizia, senza che fosse presente in piazza alcun interlocutore. La composizione è generazionale: studenti e studentesse, giovani lavoratori e lavoratrici, seconde generazioni e persone giovani con background migratorio. Un’alleanza ancora non strategica tra i soggetti sociali precari (tra buzzurri e barbari), a cui vengono giorno per giorno sottratti il presente e il futuro. I confini dell’agire nel realismo capitalista sono ottimisticamente crudeli, ovvero precludono le possibilità di una buona vita pur promettendole. Al centro allora il rifiuto anche di questi limiti. È anche un’avanguardia nel senso quasi “militare”, dal momento che trascina l’intera piazza, dalla composizione invece estremamente più larga.
  1. La porta a vetri della Galleria delle Carrozze, sotto la vecchia scritta “Biglietteria”, era allora un simbolo o una soglia. Come parte più fragile dell’intera architettura, è stata “attaccata” per stravolgere tutti i confini, ben oltre la finalità dell’occupazione dei binari. Allo stesso modo, l’interruzione a oltranza del traffico su ruota sulla Tangenziale Est ha significato l’interruzione di un vettore, di una direzione prestabilita. Il tema è che dopo queste scariche la massa tende a disgregarsi. La sospensione dell’individualità così entusiasmante da farci rimanere in piazza si esaurisce, le persone che hanno composto la moltitudine tornano alla propria casa, alle proprie relazioni e al proprio lavoro spesso, con grande delusione, come se nulla fosse accaduto. La loro coscienza è però la coscienza del gesto collettivo compiuto, del rifiuto radicale e dunque di tutto ciò che presuppone; dunque dell’incapacità generale di dare seguito alla promessa di cambiamento. Una coscienza di classe intesa come generazione precaria.
  1. Il distacco tra avanguardia, composizione di piazza e realtà organizzate è ciò che ha preso alla sprovvista le Forze di Polizia, abituate a leggere il movimento secondo una grammatica precisa. La funzione di referenti è del tutto saltata, forse addirittura divenuta obsoleta: i sindacati, che il 22 e il 3 avevano indetto sciopero generale (di cui il secondo unitario), non hanno potuto dare garanzie, poiché oltrepassati dalla massa e non rappresentativi. Il 22 settembre ha individuato una nuova morfologia del conflitto: le pratiche introdotte quel giorno sono diventate uno standard, anche di immaginario. Significa, in altre parole, che sono diventate cultura. Sono pratiche ed esperienze distribuite che rischiano, se non colte, di creare comunità negative e di estetizzarsi, dunque di perdere la propria carica rivoluzionaria. Allo stesso modo, la violenza di polizia si è dotata da quel momento di un nuovo standard, che può essere identificato con lo sdoganamento definitivo dell’uso massiccio dei gas lacrimogeni e con la presenza deterrente dell’idrante, nonché a posteriori dell’abuso dei provvedimenti. L’incapacità di ammettere lo “spavento”, che nasconde la mancata comprensione del fenomeno, è alla base della risposta repressiva sia in termini muscolari sia in termini legali. Una lettura delle segnalazioni della Questura di Milano e dei procedimenti avviati dalla Procura (più di cinquanta) sottolinea questa crisi interpretativa. Così, si è tradotta in un attacco frontale alle persone razzializzate – ben più che alle persone militanti – ritenute le principali responsabili, in uno strano cortocircuito di razzismo culturale e materiale, della carica di imprevedibilità. La razzializzazione del dissenso ne è una conseguenza: considerare ogni persona straniera potenzialmente una minaccia e ogni minaccia all’ordine costituito una persona straniera.
  1. Ogni volta che le mobilitazioni di massa non vengono colte in una direzione organizzativa, il dominio materiale e formale si dà a una controrivoluzione durissima. In troppi casi, l’incapacità di offrire un compromesso organizzativo alla composizione della massa è stata determinata da una visione competitiva e proprietaria della lotta (nonché da un fraintendimento del concetto di egemonia gramsciano, che era piuttosto una critica). Non è detto che sia però opportuno dare una forma organizzativa tradizionale alla massa in un periodo iperpolitico: un altro fenomeno leggibile a partire dal 22 settembre a Milano è il meccanismo di internazionalizzazione della protesta. Le proteste si innescano, incendiano, si spengono e poi divampano altrove. Il principio sembra quello quasi di una riproduzione sporadica. Il calo di partecipazione allora può essere anche letto nell’ottica di una naturale oscillazione delle energie conflittuali: bisogna rimettere al centro un’analisi strategica delle condizioni materiali e sociali per agire in senso rivoluzionario, ovvero per accelerare la propagazione senza prestare il fianco al riscatto del nemico.
  1. Il governo ha giocato una partita perfetta sul campo del consenso a partire dal 22 settembre, grazie anche alla natura servile di troppi media mainstream, strumentalizzando la falsa dicotomia violenza-nonviolenza. L’incapacità della sinistra contemporanea di riconoscere il valore di una rivolta sociale o di una alternativa reale e dettare i termini dello scontro partitico ha avuto il suo ruolo, ha liberato il campo dagli ostacoli. La destra ha allora potuto nascondere la propria e indicibile violenza (la complicità con uno stato genocida è soltanto una delle tante) dietro una superiorità retorica che si è presto configurata come presunta superiorità morale, coincidente con i vecchi valori della democrazia liberale, i buoni sentimenti che mascherano le cattive pratiche: è il meccanismo, se si vuole, dell’alibi, cioè della costruzione di altrove “mitici” più reali del reale stesso, dove è impossibile essere ritenuti colpevoli. Un luogo dove spaccare una porta a vetri è una risposta sproporzionata alla vendita di armi che devastano la Palestina, o alla stipulazione di contratti per sottrarre risorse alle persone palestinesi, o all’instaurazione di un regime pseudo-autoritario con leggi che limitano fortemente l’espressione del dissenso. Questa “superficializzazione” dello scontro, cioè la traduzione in termini culturali dello scontro reale, è possibile perché anche l’antagonismo si è accontentato per troppo a lungo di una politica della dopamina. Per politica della dopamina intendo una politica che al posto di porsi come scopo il cambiamento sociale, difficile e di lungo periodo, si pone come scopo la ricompensa in termini di popolarità, facile e di brevissimo periodo. Ha un ruolo, in questa rivoluzione antropologica (che scambia mezzo e fine), ovviamente la nascita di uno spazio pubblico digitale già mercificato in ogni suo meccanismo.
  1. Capiremo davvero l’incredibile significato del 22 settembre soltanto quando si tornerà a pensare i processi rivoluzionari in quanto tali, lontano da una lettura episodica. Il 22 settembre è stata la vetta di una protesta sociale estremamente partecipata che, almeno su Milano, è cominciata con il corteo del 6 settembre contro lo sgombero del Leoncavallo, rendendosi davvero consapevole della forza del blocco il 16 settembre (quando un corteo spontaneo da piazza alla Scala ha conquistato impatto dopo impatto piazzale Loreto), ed è entrata in dissolvenza, dopo il secondo apice tra l’occupazione di Cadorna l’1 ottobre e il blocco in tangenziale il 3 ottobre, con il corteo nazionale di oltre un milione di persone a Roma il 4 ottobre. È stata, in altre parole, l’episodio interruttivo di una continuità (e complicità) ideologica. Secondo diverse analisi, il colpo di grazia al movimento sarebbe stato dato sul piano globale dalla firma della tregua sotto l’egida di Donald Trump e la successiva creazione del Board of Peace, grazie anche a una sostanziale incomprensione della natura di questa tregua. Ma la coscienza generazionale intuiva perfettamente questa tregua come ogni tregua in tempo di guerra: come ratificazione dei rapporti di forza ottenuti militarmente, nel caso specifico come accettazione delle “conquiste” genocidarie. E infatti la verità è che non c’è stato momento, nell’anno trascorso, in cui abbiamo smesso di scendere in piazza e, talvolta, persino di determinare una vittoria: le giornate contro le Olimpiadi invernali, la ridicolizzazione della presenza dei Patrioti d’Europa a Milano il 18 aprile 2026; o la nuova missione della Global Sumud Flotilla, che ha avuto immediatamente un interlocutore più istituzionale. L’impressione diffusa del calo di partecipazione viene da una lettura superficiale e infantile delle mobilitazioni, anche per certi versi consolatoria: a un anno di distanza, è chiaro che c’è stato un cambio di fase all’interno del processo. Non è sempre possibile distruggere, bisogna costruire. La vera sfida lanciata dal 22 settembre è allora quella di offrire alle domande poste dalle comunità negative e all’espressione del rifiuto un luogo di (dis)organizzazione, cioè una comunità positiva e una pratica quotidiana di alternativa reale, fondata sul mutualismo e il conflitto. Un ridimensionamento provvisorio della scala che riscriva i rapporti di forza. Al prossimo 22 settembre, il movimento potrebbe essere così ancora più dirompente. È evidente che in un terreno arido non può esserci vita, come non può divampare alcun incendio. Una foresta invece ha una enorme capacità di rigenerazione: noi siamo questi due simboli di massa assieme, l’incendio e la foresta.

di Demetrio Marra

* foto di Gianfranco Candida

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