Oltre la febbre spagnola

vogliamo tutte le coseDonna, mamma, filosofa, occupante di case, attivista dei diritti umani. Vive in una caserma occupata, partecipa ai picchetti contro gli sfratti e contro le banche e alla costruzione di leggi di iniziativa popolare contro la legge sull’insolvenza dei mutui, instaura trattative con le banche per salvare le case e si fa denunciare per iniziative che sembrano percorrere quel limite fra legalità e legittimità dell’azione politica che sposta avanti la lotta per la difesa dei diritti. Sindaco di Barcellona.

ada colau 2 (2)Sembra perfino troppo romantica la descrizione che leggendo qua e là in rete si trova di Ada Colau. Guardate il suo primo tweet dopo le elezioni: Volete vedere POLITICA a lettere maiuscole? Foto del backstage dalla notte delle elezioni. Senza cura non c’è nessuna vittoria possibile.

Non abbiamo abbastanza strumenti per proporre un’analisi del voto spagnolo o per prefigurarci come andrà. Non conosciamo abbastanza bene la situazione, né la condizione dei movimenti sociali in Spagna e del loro rapporto con le dinamiche elettorali, tuttavia vogliamo provare a proporre degli spunti di riflessione che spostino un po’ l’asse della discussione e delle strategie a cui siamo abituati, partendo da noi, da una soggettività che naviga in un mondo un po’ refrattario a questo genere di dibattiti. Perchè crediamo che un movimento che voglia cambiare le cose debba dotarsi di tutti gli strumenti utili, anche del coraggio di lanciare delle provocazioni senza offrire ricette.

Partendo da un presupposto: costruire coalizioni elettorali non è l’obiettivo e il fine ultimo del lavoro che si fa sui territori, ma una possibilità come tante altre, che in alcuni casi si dà e in altri no, mentre al centro c’è per noi la costruzione di percorsi di messa in rete dei conflitti agiti per cambiare le cose, territorio per territorio, battaglia per battaglia, dentro una cornice di valori e immaginari che senza rinunciare alla radicalità dei temi e delle pratiche sappiano comunicare, essere intelligenti e passionali, includere e offrire prospettive gioiose e possibili per la vita vera delle persone in carne e ossa.

La figura di Ada Colau ci sembra un simbolo. Potente. Da lontano e da una parzialità che in quanto tale ha il valore di uno stimolo più che di un’analisi conclusa, ci sembra di intravedere una possibilità che in alcune parti d’Europa forse si sta almeno provando a percorrere e che dalle nostre parti ci sembra che non stiamo riuscendo a vedere, leggere, capire.

Certo, anche dopo la vittoria di Pisapia alle elezioni comunali a Milano serpeggiava un entusiasmo che si è presto trasformato in sconforto e delusione. Da una parte ci viene da dire che il neosindaco di Barcellona le case le occupava, mentre la nostra amministrazione arancione si rivendica gli sgomberi e la legalità a tutti i costi, mancando di fare i conti col fatto che in una società dove le ricchezze sono concentrate nelle mani di pochissimi e si allargano le sacche di povertà, dove i diritti, anche quelli più basilari che pensavamo di aver conquistato una volta per tutte, sono quotidianamente negati, dove ogni giorno scompare una fetta di welfare… beh, in questa situazione la legalità è un concetto davvero labile, e ci sembra che la via per la riconquista dei diritti e di spazi di agibilità politica e sociale sia proprio percorrere quel limite cui accennavamo all’inizio, che valica il confine della legalità e rivendica la legittimità di azioni volte a riempire di senso il concetto stesso di democrazia, che in un contesto di ingiustizia sociale perde ogni valore che non sia formale e burocratico. Se da una parte, quindi, vediamo delle differenze e forse un’eccezionalità simbolica difficilmente riproducibile, dall’altra ci rimane un pessimismo meno legato alla contingenza delle singole persone e figure e più contestualizzato storicamente: Podemos e Syriza ci sembrano espressioni potenti di rifiuto delle politiche di austerity e della dittatura neoliberista, ma restano obbligate a muoversi negli strettissimi margini di movimento lasciati dai diktat neoliberali (chiamatela Troika, BCE, FMI, banche, grande finanza o come volete, ci siamo capiti).

Forse l’Italia era in anticipo su alcune teorizzazioni che stanno alla base dei movimenti ora in corso in Grecia e in Spagna: il “movimento dei movimenti” questo era, ma la fine la conosciamo ed è stata drammatica.

Oppure, e anche questo ci sembra vero, in Italia ha sempre prevalso la tendenza a fare operazioni di ceto politico da cui, sarà un caso, emerge quasi sempre la figura di un maschio, bianco, eterosessuale e nei fatti conservatore. Siamo invece più in difficoltà nei progetti e nella costruzione di relazioni a rete fra realtà territoriali che pure esistono e producono livelli di partecipazione e conflittualità interessanti.

Il giorno dopo l’anomalia elettorale spagnola nel nostro Paese abbiamo osservato i media “democratici” mainstream, gli opinionisti da tastiera e i rappresentanti di partitucoli a sinistra del pd con percentuali elettorali imbarazzanti fare a gara ad annunciare la vittoria di Podemos, e i pezzi più antagonisti del movimento fare spallucce disinteressate, dolorosamente calati nel dibattito sulla legittimità o meno di bruciare macchine e rompere vetrine.

E’ una valutazione eccessivamente tranchant e decisamente ingenerosa, lo sappiamo bene, di una discussione cui pure partecipiamo e dentro un mondo che riconosciamo come il nostro, ma ha il valore di una provocazione e lo scopo di produrre uno scarto, non di esprimere un giudizio.

Crediamo che sia necessario guardare a quello che succede in Spagna, e a Barcellona in particolare, con un po’ più di onestà da una parte e molta più immaginazione dall’altra. Indugiare meno nella celebrazione fine a se stessa o nel disinteresse e soffermarsi invece sulla necessità di spingere un po’ più avanti l’intenzione dell’iniziativa politica.

E’ possibile leggere nelle elezioni di Barcellona, almeno in parte e con tanto ottimismo della volontà, una vittoria della partecipazione, dell’impegno, dell’attivismo? Possiamo trovare, in questa esperienza i semi della capacità di coniugare il conflitto e la radicalità di pratiche e contenuti con la costruzione di consenso largo e democrazia dal basso; di contestare duramente le politiche dell’austerity e il sistema capitalistico e contemporaneamente costruire alternative autogestite e reti di solidarietà e supporto, e – anche – un immaginario di cura e rispetto per le persone, le relazioni e i beni comuni?

Una cosa ci sembra certa, e vogliamo esplicitarla perchè – pur non conoscendo a fondo la situazione – sappiamo leggere nei commentatori nostrani la malafede e la solita tendenza a mistificare una realtà che rischia di evidenziare l’inadeguatezza e la mancanza di coraggio politico tipica del nostro Bel Paese: no, non ha vinto Podemos. O meglio, Podemos ha vinto perchè ha saputo sparire, cedere sovranità e visibilità: l’hanno detto in pochi, ma la scelta elettorale di Podemos a Barcellona è stata di sostenere una lista civica appoggiata da movimenti e partiti che hanno fatto sparire i propri simboli e le proprie candidature supposte eccellenti, una lista che proponeva come sindaco una figura di una radicalità impensabile dalle nostre parti.

Ci piace pensare che, oltre al programma radicale costruito dal basso con assemblee nei quartieri cittadini e piattaforme online, oltre alla campagna elettorale trasparente e partecipata, e finanziata col crowdfunding, nella scelta di tante persone di andare a votare abbiano inciso anche relazioni coltivate nelle battaglie quotidiane per i diritti, nelle campagne, nelle occupazioni, nei luoghi dell’autogestione e della costruzione di conflitto. Che la reputazione collettiva e pubblica di Barcelona in Comu si sia costruita anche nella disponibilità a spendersi e rischiare insieme per immaginare nuove possibilità e tracciarne la concretezza, a mettere il proprio corpo e la propria faccia oltre il limite delle compatibilità della democrazia legalitaria e del coro benpensante, rassicurante e decoroso ma anche oltre l’immaginario truce della rivolta individualistica di un’avanguardia minoritaria e presuntamente illuminata.

Certo questa lettura potrebbe essere eccessivamente fantasiosa e ottimista, e se anche così non fosse nella realtà, vogliamo dire che così dovrebbe essere, per avere qualche speranza di successo.

E che se qualcosa si volesse muovere, anche nel nostro Paese così abituato al mugugno, alla rassegnazione e alla delega, dovrebbe essere in questo senso. Nel senso della ricerca di quella “connessione sentimentale” con il Paese reale e la sua attualità senza la quale fare politica è un fatto di pochi e gli obiettivi sono irrilevanti.

Non siamo così naif da non vedere quale sia la fragilità dei movimenti sociali nel nostro Paese e nella nostra città in particolare, e sappiamo bene che gli spazi per alternative elettorali sono pressochè inesistenti in questo momento storico, dato che il perimetro è circoscritto dalla governance capitalista. Vediamo in questo esercizio di pensiero solo uno strumento in più per provare ad immaginare un allargamento degli spazi di agibilità politica: quando i movimenti sono forti esercitano pressioni per conquistare terreno e destabilizzare lo status quo. Per questo è interessante seguire quello che succede in Spagna e in Grecia: perchè emergono delle contraddizioni nel modello della democrazia liberale, si incrinano delle certezze, si immaginano delle alternative.

Se facessimo politica solo a partire dal dato presente forse non usciremmo di casa.
Facciamo politica per il mondo che vorremmo, non per quello che c’è.

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