La strana morte di Simone Mattarelli
Il 3 gennaio 2021, in pieno lockdown, Simone Mattarelli esce di casa per prendersi un panino e incrocia un posto di blocco di Carabinieri. Decide di non fermarsi all’alt e 6 volanti dei CC danno inizio a un inseguimento che durerà tre ore. La storia finisce con il corpo di Simone che viene rinvenuto il giorno dopo in una fabbrica in provincia di Varese. “Se mi prendono mi ammazzano, li ho fatti troppo incazzare”, aveva detto Mattarelli in telefonata con il padre mentre scappava dalle Forze dell’Ordine. Sarà lo zio a riconoscere il suo corpo, appoggiato a un macchinario dell’azienda con una cintura intorno al collo. Il 15 marzo 2021 il Tribunale di Busto Arsizio archivierà la morte di Simone come un suicidio.
A ripercorrere ciò che è accaduto quella notte di 5 anni fa ci ha pensato il giornalista Stefano Vergine con il suo podcast “Simone”. Le sei puntate, attraverso interviste esclusive e testimonianze chiave, riportano alla luce tutti i punti critici di una storia che ha ancora domande a cui dare risposta. L’ipotesi del suicidio non ha mai convinto i familiari, che parlano di Simone come un ragazzo felice, un padre di famiglia senza problemi economici grazie a un’eredità del nonno appena ricevuta. Sognava di aprire un’officina sua e ce la stava per fare, amava la compagna con cui si stava creando il futuro.
Oltre a ciò, ci sono anche le prove presentate dall’avvocata Roberta Minotti nel tentativo di riaprire il caso: in primo luogo, il referto parla di “un’impiccagione classica”, con un nodo semplice posto dietro la nuca. Le foto e le abrasioni sul collo mostrano, però, un’altra cosa: il nodo era davanti, all’altezza della gola. È quasi impossibile auto-impiccarsi nella maniera in cui è stato trovato Simone; arrivato a un certo punto dello strozzamento, avrebbe perso i sensi e non sarebbe riuscito a concludere il suicidio. Inoltre, Simone presentava tagli sulle mani, con cui ha macchiato di sangue il viso ma – stranamente – non ci sono tracce di sangue sulla cintura utilizzata per l’impiccagione.
L’azienda in cui è stato rinvenuto il corpo di Simone non ha consegnato tutte le registrazioni, e uno dei pochi video a disposizione è stato recuperato dall’unica bodycam accesa. E’ necessario precisare che erano presenti ben 14 carabinieri, di cui solo uno ha acceso – e poco dopo, ha spento – la cam sul petto. Si trovano in mezzo ai campi, urlano, qualcuno spara 8 colpi di pistola in aria, Simone sta scappando da loro in mezzo ai campi. A sentire le voci dei carabinieri, sicuramente agitati dopo tre ore di inseguimento, viene da pensare che solo un pazzo potrebbe fermarsi. In mezzo a un campo agricolo, nel cuore della notte, senza nessun testimone presente e con la sensazione di aver fatto incazzare quelli sbagliati, che in teoria dovrebbero essere coloro che proteggono e difendono i cittadini… Il video si conclude dopo un fischio, emesso da qualcuno dei presenti, quasi come ad avvisare di qualcosa.
A distanza di anni, la famiglia non può elaborare il lutto perché ancora non ha avuto le risposte che cercava. Il caso di Simone è rimasto troppo a lungo relegato nella provincia, silenziato da un clima di omertà che non colpisce solo la magistratura, ma anche la stampa locale. Per ottenere almeno la riapertura del caso è necessario che la storia di Simone esca dall’isolamento imposto, inserendola in un contesto più ampio che ci deve allarmare. Il 2021 è l’anno delle violenze, delle torture e degli assassinii commessi all’interno di diverse carceri italiane, il più conosciuto è quello di Maria Capua Vetere. Negli anni a venire, le storie di abusi di potere da parte delle Forze dell’Ordine, hanno riempito le nostre città, dal Beccaria alle strade di Corvetto. Alcune storie emergono, altre rimangono relegate nei paesini, come quella di Simone. Riaprire il caso è il minimo che si possa fare per non lasciare tutto il peso di questa morte sulle spalle di familiari che chiedono invano giustizia.
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