Milano City Blues – intervista a Massimiliano Carocci

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“Milano City Blues” è uscito nella collona “I Dingo” per Eclissi Editrice lo scorso 25 aprile. È un noir nell’accezione più estesa possibile, un romanzo (pensato come una sceneggiatura: alla fine dei capitoli sono indicate le canzoni di un ipotetica colonna sonora) d’intersse sociale ambientato nella Milano di oggi.

 

Cosa hai voluto dire con questo romanzo?

Innanzitutto ho cercato di essere all’altezza delle storie che raccontavo, da un punto di vista letterario e da un punto di vista etico. La storia di una famiglia proletaria milanese: il nonno partigiano ex operaio, malato di tumore a causa dell’amianto, i nipoti opposti complementari – il più grande spacciatore, il Minore disoccupato e…confuso…E poi il padre assente.

Di queste condizioni di fatica e umiltà mi sono sempre sentito figlio e quindi “orgoglioso debitore”: ho cercato quindi di raccontare una storia che tenesse insieme questi Onori ambientandola nella Milano che vedo. E che mi piace sempre meno. Quella che si prepara all’Expo e che non sembra interessata alle infiltrazioni mafiose in politica e alla corruzione morale.

Portare in superficie, all’evidenza morale, ciò che si vorrebbe dimenticare. Il motivo principale del libro è quindi una profonda volontà di liberazione. Un’urgenza di verità.

 

E qual è la Milano che vedi? O meglio: cosa si nasconde sotto la patina di città della moda, del dinamismo economico etc. Nel romanzo parli soprattutto della Mafia.

A riguardo noto principalmente una grande differenza tra quello che ci è stato detto e quello che abbiamo capito. O scoperto. Un inganno, quindi, e molto doloroso. Se la “capitale morale” è naufragata con Tangentopoli, la nave dell’Expo sta salpando verso lidi sconosciuti in cui, come dico nel romanzo, “i pirati diventeranno baronetti”…oggi la mafia controlla le periferie ma si è insediata anche nel centro finanziario…è ormai quella che studia alla Bocconi, porta la cravatta e fa eleggere i suoi uomini nei consigli comunali o regionali. Si è evoluta ed è molto più pericolosa e preparata di una volta. Noto che nella nostra città – ed il Dottor Dalla Chiesa lo ha confermato nella nostra presentazione da Ostello Bello il 12 giugno scorso – scarso interesse all’argomento. Senza calcolare il fatto che le mafie in questo momento di crisi sono le uniche “società” a non avere problemi di liquidità. Le uniche quindi a poter investire senza problemi alcuni.

 

Nei sistemi familiari che affronti – quello mafioso e quello proletario – centrale è sempre stata la figura del padre. Nel romanzo lo è particolarmente. Anche e soprattutto come assenza.

Esatto. Alla famiglia mafiosa oppongo la dialettica di una famiglia proletaria, in uno strano connubio tra generazioni: da un lato chi ha praticato la Resistenza e sta per morire – e forse con lui tanti ricordi e tanti valori – , dall’altro chi vaga in cerca di un senso o di una bellezza nella propria vita – e magari vorrà essere di quel passato il prosecutore.

Mentre manca invece la parte centrale, la figura del Padre, il tratto d’unione. Il simbolo della protezione.

Per me la figura paterna è stata ed è tuttora molto importante, ma forse nella nostra società non lo è più. “Il complesso di Telemaco” viene chiamato dagli psicologi, una sorta di attesa malinconica nel ritorno del Padre, ovvero del principio della legge, dell’autorità (anche se io a riguardo preferisco il termine autorevolezza…). Oggi il Padre è diventato Papi e la legge un sistema vacuo in cui ai diritti/doveri si sono sostituiti i favori. E allora se manca nella società questo senso dobbiamo darlo noi, con la nostra vita. E in modo differente i due fratelli proveranno a darsi, con grande sforzo e sacrificio, questo coraggio. Un sentimento al di là di un calcolo o di una furbizia. Un sacrificio per la liberazione.

 

Oltre alla figura paterna cosa abbiamo perso in questi anni?

Direi che oggi si è persa soprattutto la funzione orientativa dei grandi ideali. Questo vuoto non ha prodotto libertà, ma sopruso, perché è stato occupato dagli istinti più feroci dell’economia e della competizione. Dall’inganno portato a regola dalla classe politica e imprenditoriale. La mutazione antropologica italiana, e milanese soprattutto, degli ultimi venti anni fa apparire razionale e necessario ciò che semplicemente è ingiusto. Ciò che prima era originato da una volontà, oggi sembra discendere da un “sistema” di calcolo economico, inevitabile e quindi non giudicabile. Ma quest’onda si riversa sulle vite delle persone, non sui numeri di una contabilità. E questo non va bene. Bisogna opporsi. E resistere.

 

Che rapporto senti di avere con Milano, la tua città? Dal romanzo traspare una certa malinconia…

L’ambientazione urbana, tipica del noir, mi ha permesso di vivere e “studiare” Milano in profondità ripercorrendo i luoghi che ho vissuto da ragazzo e scovando nella memoria delle persone ciò che non esiste più – da un punto di vista fisico, come le fabbriche, e da un punto di vista sentimentale, come una certa accoglienza, una socialità più sincera. È quindi un misto di nostalgia per qualcosa che non ho mai provato e di volontà di ribellarci attraversando questo dolore. Una redenzione nel sacrificio. Cercando di tenere lontane le speranze non per nichilismo ma per sensibilità (quelle sconfitte o tradite appaiono poi bugie, no?), mentre volevo educare i nostri talenti, affinare la nostra intelligenza.

 

I personaggi del romanzo sembrano riflettere le nostre contraddizioni: il fratello grande spaccia ma protegge la propria famiglia, il minore scrive poesie ma si indebita al gioco e fa parte della Fossa dei Leoni…

Le nostre contraddizioni…Coi soldi della cocaina Jimmy, il fratello spacciatore, prova a far curare il nonno. All’assemblea sindacale dice quello che nessun’altro ha neanche il coraggio di pensare: che abbiamo perso, che la difesa dei lavoratori si è tramutata in un servizio di reclutamento per le aziende. Non credo ci siano colpe per gli uomini giusti. Quindi combattiamo. A riguardo, il senso del book trailer (youtube: “Milano city blues”) che ho realizzato insieme alla Videozone di Milano è proprio questo. Se poi dobbiamo perdere, almeno abbiamo lottato.

Nelle scena all’assemblea sindacale ho usato forse una provocazione, ma in modo sincero, non studiato. Nella mia vita ho trovato più onore e valore nei border line delle periferie che nei borghesi della città. E oggi questo mi sembra sempre più vero. Proprio dove la contraddizione e la fatica di vivere sono più profonde, più limpida è la possibilità di liberarsi e la volontà di restare puri. Di non farsi sporcare dalla vita. È certo una lotta più difficile e proprio per questo più affascinante.

 

Il tema economico-sociale più forte del libro è sicuramente la cocaina. Milano ne è invasa.

Proprio così. La cocaina. Ovvero Milano. Una delle capitali europea per spaccio e consumo. Come in una strano sortilegio, in un incanto al contrario, la polvere maligna dell’amianto si è oggi trasformata nella “polvere di stelle” (cadenti…) della coca. O della bamba, della barella, della raglia…come viene chiamata qua. Di tutti i simboli dei nostri tempi è forse quello più forte e sintetizza tutti gli inganni cui siamo sottoposti.

Come per accedere a un soggetto collettivo, fasullo e alienante, sempre più persone vedono nella blanca mujer il biglietto tossico per accedere e partecipare ad un mondo di successo (e quindi competizione e tradimenti) che vedono in televisione e sognano dalle loro case, magari proprio di periferia. È evidente infatti che la coca non è più, da molti anni ormai, la droga di un’aristocrazia viziata e annoiata, ma la droga dei poveracci – di spirito, che la usano per sentirsi migliori; e di denaro, gli operai che la usano per lavorare di più e magari fare qualche straordinario.

Vedo nella cocaina quindi lo strumento, tanto banale quanto sporco, per accedere ad un principio di prestazione. Lavora, produci, compra, consuma. E poi di nuovo da capo e sempre di più.

L’assenza di un rituale e la freddezza degli oggetti collegati al suo consumo, gli effetti così aggressivi e decadenti prodotti dalla cocaina nelle persone mi sembrano veramente l’istantanea più turpe e veritiera del nostro tempo.

E come se ne esce, secondo te? O meglio: cosa è necessario opporre a tutto ciò?

A quel principio di prestazione credo di dover opporre, nei limiti del possibile, s’intende, un “Grande Rifiuto”. La crisi è sempre prima morale e poi economica. La soluzione è quindi sempre prima morale e poi economica. Le fabbriche di oggi sono i call center, i contratti a tempo determinato, la precarietà come sistema di vita e di rapporti umani. Le fabbriche di oggi sono le nostre vite. Dobbiamo denunciare l’ingiustizia, la negatività disarmonica del mondo opponendole la Bellezza, un’energia anticipatrice di armonia, libertà, riconciliazione. In un libro è forse più semplice. Nella vita è certo più profondo.

 

Vorrei per concludere ringraziare sinceramente i Compagni e le Compagne di ZAM (in particolare la Fra) che mi hanno dato la possibilità di presentare il libro da loro, nella vecchia sede di via Olgiati, a maggio, appena prima dello sgombero. La vostra disponibilità ed amicizia nei miei confronti e la fiducia nel mio libro sono state le gratificazioni migliori. Vi abbraccio tutti e grazie ancora.

Stay free. Stay ZAM.

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