You’ll never kill our will to be free

Parto per l’Irlanda con un’immagine negli occhi. Le verdi praterie descritte nei numerosi racconti di viaggi studenteschi. L’epico cielo d’Irlanda, il folklore dei canti popolari dei film hollywoodiani. Ma torno con un’energia nel cuore, quella che ti trasmette un popolo da ottocento anni in lotta contro i colonizzatori. In occasione del 50° anniversario del Bloody Sunday, sono state previste diverse iniziative commemorative e politiche. Lo Sinn Fèin, storico partito indipendentista repubblicano accoglie da sempre delegazioni internazionali, promuovendo i rapporti di amicizia tra i popoli, in particolare con gli oppressi di tutto il mondo, dalla Palestina, ai baschi, ai curdi. A Belfast ci guidano i compagni, incontriamo Brendan McFarlane, ufficiale di comando dell’IRA durante lo sciopero della fame in carcere del 1981 e leader durante la grande evasione del 1983. Riguardo la sua detenzione ci dice solo: “In prigione con Bobby Sands studiavamo molto, per crescere come persone e militanti, ho imparato di più in 6 mesi con lui che per tutto il resto della mia vita”. Dalle strade si evince la realtà di un conflitto pacificato ma non risolto. I numerosi murales con le effigi dei martiri e il filo spinato sopra i muri appaiono come il simbolo di ferite profonde. Il cemento è rinforzato da barriere in metallo che raggiungono fino ad 8 metri e i cui cancelli vengono tutt’oggi chiusi ogni sera alle 19:00.

Nel 1969 gli attacchi settari a Belfast ovest contro i cattolici di Bombay Street spingono una generazione intera a intraprendere la strada della lotta armata. “From the ashes arose the Provisional”, la necessità di difendersi dalle sempre più feroci milizie lealiste è urgente, la vecchia leadership dell’lRA viene messa in discussione, accusata di non essere in grado di proteggere la comunità, così nasce la Provisional IRA.

Attraversando la peace line nel punto che divide Falls road (cattolica) e Shankill road (protestante) colpisce la diversa iconografia raffigurata sui muri. Da un lato richiami alla solidarietà tra i popoli, alla pace universale, alla resistenza, ai diritti civili. Dall’altro militarismo, colonialismo e razzismo. Il culto dell’odio contro un monito alla libertà. Ci viene sottolineato numerose volte come questo non sia un conflitto religioso, ma per la terra e i diritti. La religione è stata usata per dividere la gente, garantire agli inglesi una comunità di riferimento nelle colonie. E’ esemplificativo che uno dei fondatori del repubblicanesimo moderno, Wolfe Tone, fosse un pastore protestante.

Da tutta la città spicca la Divis Tower, alta 20 piani e sulla quale i britannici avevano costruito un punto di osservazione, anche usato dai cecchini per attaccare gli insorti durante i Troubles. Proseguendo nei quartieri vediamo diversi memoriali, dedicati ai volontari caduti, appartenenti alle divisioni delle varie zone. Lo slogan “stop internment” ricorda i campi di prigionia dove venivano internati gli irlandesi negli anni ’70, senza processo e in condizioni disumane. Durante la repressione di quel periodo gli inglesi sperimentano un gas successivamente attestato come super tossico, al punto da tentare senza successo di disfarsene vendendolo all’esercito americano. Successivamente emersero molti casi di gravi malattie riconducibili all’esposizione al gas. Dopo aver ottenuto la possibilità di fare analisi per certificarne le cause, i malati si sono visti negare l’accesso ai referti medici.

Prima di instradarci verso Derry ci siamo diretti al cimitero di Milltown per commemorare i volontari e le volontarie, riconoscibili per la presenza di un’asta bianca, con la funzione di issare bandiere in occasione di cerimonie. Alcuni monumenti ricordano molti nomi, di persone vissute e cadute in diversi periodi. Come il monumento dedicato ai caduti nello sciopero della fame. Mi ha colpito molto la vicenda dell’attacco subito durante un funerale il 16 marzo 1988 quando un lealista dell’UDA sparò sulla folla in lutto per 3 militanti dell’IRA freddati a Gibilterra, provocando altrettante vittime. La massa di persone disarmate invece di disperdersi si diresse verso l’attentatore, ma prima del linciaggio la Polizia inglese fino a quel momento passiva, intervenne.

Arrivati a Derry ci è bastato entrare in un caratteristico pub per conoscere un vecchio partigiano dell’IRA, che tra diversi litri di miscela alcolica ci ha raccontato una vita da pelle d’oca.

Il 30 gennaio la marcia è aperta dalle famiglie delle 14 vittime, in testa le immagini dei volti. Nella piazza del memoriale un arcobaleno e un coro fanno da delicata cornice agli interventi di un prete cattolico e un pastore protestante, seguiti dai saluti della comunità musulmana letti da un palestinese. Questo pluralismo è la cifra del contenuto democratico del movimento repubblicano, espresso da una piazza commossa.

La stessa atmosfera respirata per tutto il corteo che riperre il tragitto di quella manifestazione che nel ’72 faceva parte di un movimento globale per i diritti civili. Quel giorno di 50 anni fa i soldati inglesi uccisero colpendo alle spalle, diverse vittime erano minorenni. Quel giorno rappresentò uno spartiacque nel conflitto, poi conclusosi con il cessate il fuoco del 2005 e gli accordi del venerdì santo nel 1998, che sancirono la fine dei Troubles e l’inizio di una nuova fase politica, con l’amnistia dei guerriglieri e l’ingresso dei repubblicani in parlamento. Dal giorno della strage è in corso un braccio di ferro legale per la ricerca della verità. Dopo decenni di dinieghi da parte dei governi Tories, in particolare di Margaret Thatcher e John Major è solo nel 2010 che il Rapporto Saville sancisce che “non c’era alcuna giustificazione dietro l’uso delle armi”. Nel 2019 viene dichiarato che solo uno dei diciotto soldati che spararono era processabile, l’anonimo soldato F., accusato di due omicidi e quattro tentati omicidi. Ma già nel 2020 il North’s Public Prosecution ha comunicato che l’inchiesta sarebbe stata interrotta. Oggi il governo conservatore di Boris Johnson tenta l’ennesima manovra di insabbiamento con la proposto di introdurre una prescrizione sulle morti legate al conflitto irlandese. Un’indagine dell’Alta Corte britannica del 2012 in merito a diversi crimini di guerra commessi nelle colonie (Malesia, Kenya, Yemen, Cipro…) ha aperto degli archivi fino a quel momento secretati e che secondo la BBC contengono le prove che la strage fu il risultato di precisi ordini, punire e terrorizzare, e non di soldati fanatici e inesperti. A confermare questa tesi ci sono gli 11 omicidi di civili commessi dallo stesso battaglione nei giorni precedenti a Belfast (strage di Ballymurphy) e la successiva carriera del responsabile, il Generale Robert Cyril Ford. Infatti gli slogan dedicati per le iniziative dell’anniversario sono “There is no british justice” e “One world, one struggle”.

Durante il corteo incontriamo Mixie, uno dei 12 feriti sopravvissuti alla domenica di sangue, ci racconta: “Per me questo è un giorno importantissimo, sono tornato dall’estero dove ora vivo per partecipare, sono un musicista e ho scritto una poesia per l’occasione, ma è stato difficile trovare le parole” dice mostrandoci un foglio segnato insieme da lacrime e inchiostro. Avremo occasione più tardi al pub di conoscere meglio quell’uomo meraviglioso e di gustare un po’ della sua musica, insieme a tante e tanti altri musicisti improvvisati che la tradizione popolare irlandese richiama regolarmente a sé.

Negli ultimi anni l’Irlanda del Nord ha attraversato importanti cambiamenti, abbiamo avuto occasione di parlarne presso il Municipio di Derry con alcuni rappresentanti dello Sinn Fèin, tra cui il consigliere comunale Christofer Jackson: “La crisi economica si è intensificata con la Brexit, la sinistra indipendentista gode di ampio consenso, il malcontento verso il Regno Unito può essere impugnato per ottenere, tramite un Referendum auspicato nel 2025, l’unificazione dell’Irlanda.

Davide Viganò

* foto di Nicolas Seegatz

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