A Minneapolis la polizia uccide, ancora

Non è passato neppure un anno dallo strangolamento di George Floyd, che a Minneapolis già si piange un altro giovane ammazzato dalla polizia. Si tratta di Daunte Wright, 20 anni, colpito alle spalle da un colpo di pistola mentre cercava di raggiungere il suo veicolo per fuggire dopo un fermo.

Inizialmente si trattava di un controllo stradale legato al veicolo, sul quale il giovane viaggiava insieme alla fidanzata, ma quando gli agenti si sono accorti che sul ragazzo pendeva un mandato di arresto la situazione si è complicata. Daunte ha guidato pochi isolati con la pallottola in corpo, prima di schiantarsi senza vita a pochi chilometri dal tribunale dove è processato l’agente Derek Chauvin responsabile dell’omicidio di George Floyd.

Lo scorso maggio il video dell’uccisione del rapper aveva fatto il giro del mondo, spezzando il fiato a chiunque lo vedesse e facendo esplodere la rivolta nella comunità afroamericana di Minneapolis, ieri si è subito concentrata una folla che ha assaltato auto della polizia e il vicino centro commerciale per radunarsi poi in serata davanti alla locale centrale di polizia insieme ai familiari, la protesta è nuovamente sorta spontanea, dei manifestanti hanno esploso in aria qualche colpo d’arma da fuoco, mentre la polizia ha sparato lacrimogeni e granate stordenti. E’ presto sopraggiunta la Guardia Nazionale, già operativa nella contea per vigilare e reprimere il movimento Black Lives Matter attivo durante il processo agli assassini di George Floyd. Alla faccia del “Defund the police”, lo slogan scandito lo scorso anno poi assunto dal sindaco democratico della città, che avrebbe tagliato i fondi al dipartimento di polizia locale, con una funzione evidentemente simbolica, allo scopo di placare l’ira della popolazione. In questa occasione il primo cittadino Jacob Frey oltre agli usuali appelli alla calma ha proclamato il coprifuoco fino alle 6 di mattina, alimentando nella pratica la repressione nei confronti dei manifestanti radunati davanti al commissariato. Questo ennesimo assassinio mostra quanto fossero futili le speranze di pace e giustizia riposte nella fine dell’era Trump, l’insediamento di Joe Biden non rappresenta in alcun modo un cambio di rotta nei rapporti tra le forze sociali in America. Il razzismo negli USA ha radici profonde, innestate nelle origini stesse di questo Stato imperialista e la violenza della polizia ha sempre giocato un ruolo chiave per il mantenimento dello status quo. Come affermavamo già a gennaio il cambio di bandiera alla Casa Bianca non rappresenterà un calo della repressione, alle milizie fasciste va anzi aggiunta l’oppressione dello Stato liberale.

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