Barcellona sarà la tomba del rentismo

Sono le 22 di mercoledì 7 ottobre. Plaza de Catalunya risuona del solito mix di schiamazzi e clacson. All’improvviso sulla piazza che da una settimana ospita l’acampada per il diritto all’abitare scende un silenzio tombale. Gli occhi dei presenti si cercano l’un l’altro. I volti si scuriscono. “É morta Maricarmen”, si sente bisbigliare. “É morta come volevano loro: lontana dalla sua casa”.

Sono passati 14 giorni da quando Maricarmen Abascal, 87enne affetta da grave disabilità, fu sfrattata da casa sua, a Madrid, perché impossibilitata a pagare un affitto che il fondo speculativo Urbagestion aveva più che triplicato dopo aver acquisito l’immobile. Subito i movimenti per la casa si erano mobilitati, in tutta la Spagna, per protestare contro il caro affitti, contro la speculazione immobiliare, contro le piattaforme di affitti brevi, la gentrificazione e la turistificazione dilagante. Da Madrid a Valencia, passando per Siviglia, Cordoba, Cadice e Santander: le piazze si sono riempite di tende da campeggio, attivisti e militanti intenti a non lasciar passare quest’ultimo affronto. “Mai più persone senza casa, mai più case senza persone”. Gli slogan parlano chiaro: la Spagna sarà la tomba del rentismo.

Dopo l’occupazione della Puerta del Sol di Madrid, anche Barcellona ha risposto presente. Nella centralissima Plaza de Catalunya le prime tende sono apparse lunedì 28 settembre, dopo una manifestazione chiamata dal Sindicat de Llogateres fuori dal Palau de Congressos de Catalunya, dove il capo del governo Pedro Sanchez era atteso per un evento istituzionale. I primi giorni, complici le pessime condizioni meteo, l’acampada per l’habitatge ha faticato a prendere il via. Ma la rabbia ha continuato a crescere nelle assemblee di barrio, nelle scuole, negli ateneu e nelle okupa sparse in tutta la città e in tutta la Catalunya. A nulla é valsa l’allerta uragano lanciata dalla Protezione Civile e la tempesta scatenatasi per giorni sulla città: la miccia era ormai accesa, la voce si era già diffusa in tutta la regione e gruppi di militanti iniziavano ad arrivare da ogni dove.

Oggi, a distanza di appena due settimane, l’acampada per l’habitatge di Plaza de Catalunya conta oltre seicento tende. Centinaia di compagni e compagne hanno occupato uno degli snodi nevralgici dello shopping e del turismo, arrivando a sfiorare le vie che dal centro raggiungono i quartieri limitrofi. Il pezzo più importante della città è stato liberato dalle logiche del capitalismo e del consumismo. Uno spazio prima simbolo del profitto, oggi risulta espropriato ai padroni del mercato e restituito ai lavoratori, agli studenti, a chi è costretto ai margini del contesto sociale.

E in una comunità che cresce, crescono anche le necessità. Le tende, i primi giorni sparse per le piazza, ora rispettano un disegno di vie tracciate dalla commissione infrastrutture per favorire il passaggio e l’accessibilità all’acampada. La cucina, all’inizio improvvisata, oggi ha un menù giornaliero con opzioni vegetariane e vegane, e offre tre pasti gratis al giorno per tutti e tutte. La commissione comunicazione gestisce i contatti con la stampa e con le organizzazioni esterne, la commissione sicurezza presidia l’occupazione giorno e notte, difendendo l’acampada dagli sporadici attacchi di provocatori e fascisti. Dopo già 10 giorni, anche lo yoga diventa un bisogno, con classi organizzate ogni mattina alle 11. Laboratori e workshop, invece, prendono vita durante il pomeriggio e affrontano temi come la repressione poliziesca e l’anti-specismo.

Nonostante una macchina organizzativa che cresce, il cuore pulsante dell’acampada rimane l’assemblea giornaliera aperta, dove vengono ribaditi i principi politici che animano l’iniziativa: orizzontalità, inclusività e autorganizzazione. I conflitti vengono gestiti in modo collettivo, la cura e il mutualismo animano ogni iniziativa. Ma soprattutto, si permette un confronto aperto con le diverse realtà impegnate nella lotta. I membri delle organizzazioni più grandi e strutturate, come il Sindicat de Llogateres, prendono parola senza mai monopolizzare il dibattito. Le moderatrici sono giovani, anche sotto i 20 anni, e a turno dinamizzano l’assemblea. Ed è proprio su questo punto che l’acampada di Barcellona si differenzia da quella di Madrid. L’iniziativa parte da gruppi autonomi e viene, solo successivamente, appoggiata dal Sindicat de Llogateres, storico referente cittadino delle lotte per il diritto alla casa, che ne rispetta l’anima autonoma e anarchica. I contatti con le altre acampade sparse in tutto il Paese sono costanti e il coordinamento tra tutte le organizzazioni rimane una priorità.

C’è poi la parte politica che entra nel merito della lotta attraverso rivendicazioni e vertenze ben precise. Esiste un manifesto in dieci punti, dibattuti e approvati in assemblea, che rispecchiano un’elaborazione autonoma e radicale, pronta a rompere col dibattito mainstream che si è creato intorno al tema della casa. Il primo punto riguarda i più vulnerabili. Le persone senza fissa dimora hanno diritto ad una soluzione abitativa dignitosa e gratuita, perché se la crisi del caro affitti è una lotta importante, quella dell’accesso alla casa per chi non ce l’ha deve rimanere la priorità. Il resto dei punti verte su un concetto cardine: la casa non deve più essere un bene su cui speculare. É importante imporre un numero massimo di proprietà per persona, ampliare il parco pubblico abitativo e vietare gli affitti brevi. Su questo argomento, l’assemblea è decisa a dare battaglia: togliere subito la casa dalle logiche di mercato e restituirla alle necessità della classe lavoratrice.

In Spagna il movimento per la casa è una miccia che ha appena iniziato a brillare. Nonostante in questi anni i Sindicat de Barrio non abbiano mai smesso di portare avanti la lotta, la vicenda di Maricarmen, unita a quella di Olga e Javier, due inquilini de L’Hospitalet de Llobregat che, a distanza di poche settimane l’uno dall’altra, si sono tolti la vita per aver ricevuto lo sfratto, ha ridato vigore a una fiamma che rischiava di soffocare. E ora quella fiamma brucia nel cuore di ogni studente, di ogni lavoratore, di ogni anziano lasciato alla mercè di una società che lo vuole escluso, fragile e isolato. Le istituzioni possono rispondere come vogliono. Possono fare come Sanchez, che ha rivelato tutto il suo opportunismo sciogliendo le Camere e facendo approvare i suoi – ipocriti – decreti sulla casa presso la Diputaciòn Permanente. Possono fare come Jaume Collboni, attuale sindaco di Barcellona, che ha dichiarato che nel 2028 non rinnoverà le oltre 10mila licenze attualmente attive per gli appartamenti turistici. Possono provarci, ma in palio c’è molto di più. I violenti scontri avvenuti la sera del 5 ottobre in Plaza de Catalunya, dove i compagni hanno messo in fuga per ben due volte i Mossos d’Esquadra costringendoli a ricorrere ai fucili con proiettili di gomma dura, ne sono la prova. “Se acabó la paz social!”, si è sentito urlare in quella piazza. La pace sociale è finita. Si va verso la Vaga General dell’11 novembre. Per Maricarmen, per Olga e Javier. Per tutti gli oppressi di ogni barrio, di ogni città e di ogni terra.

di Mattia Rigodanza e Simone Cigna

* foto di Costanza Dal Cin

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