Campo di lavoro in Palestina. L’incontro con i bimbi dei campi profughi.

Torno in Palestina quest’estate dopo esserci stata la prima volta due anni fa.
Ritorno perchè  ho lasciato un pezzetto del mio cuore in quella terra e perchè voglio condividere un’esperienza così forte e importante con il mio  compagno che sogna di andarci da molti anni.

Entrambi abbiamo partecipato per la gran parte del nostro viaggio, che è durato una ventina di giorni, ad un campo di lavoro all’Aida Camp di Betlemme, uno dei tanti campi profughi sparsi per i territori occupati, e per il resto dei giorno abbiamo visitato i territori.

Il campo è stato organizzato da un’associazione di Parma che si chiama GAP Gruppo Azione Palestina, un’associazione giovane e formata da giovani, che si occupa di Palestina e ha organizzato il suo primo campo di lavoro proprio quest’estate.
Abbiamo partecipato e organizzato un Summer Camp per i bimbi del campo presso un centro  del campo chiamato Amal Almustakbal Centre,  gestito da alcuni ragazzi e ragazze, donne e uomini che organizzano una serie di attività ricreative, scolastiche, culturali, di socialità per i bambini.

Il centro è un luogo molto piccolo con sole tre stanzette e un piccolo cortile, ma le persone che lo gestiscono, con le loro poche risorse, riescono a creare davvero per questi bimbi un’alternativa; alternativa però che tenga sempre presente  quella che è la loro situazione e non li allontani dalla “lotta” quotidiana, intesa naturalmente nelle sue mille sfaccettature.

Sottolineo questo perchè ci hanno ripetuto più volte quanto sia sbagliato il lavoro che fanno tante associazioni che si occupano di Palestina volto a  portare i palestinesi ad accettare la situazione e a conviverci (loro li chiamano i “normalizzatori”), ad accettare l’occupazione militare e la vita di durissima dei campi profughi o l’assurdità dei check-point.

Noi volontari tutte le mattine organizzavamo giochi e attività manuali per i bimbi del campo , eravamo supportati da ragazze palestinesi molto giovani che ci sostenevano sopratutto con l’arabo.
Non c’è bisogno, forse, che io sottolinei quanto questi bambini fossero splendidi, pieni di voglia di fare e  di energia; immediatamente però saltano agli occhi le problematiche relazionali, la rabbia e la tristezza che portano dentro e gli effetti di una  vita vissuta in un campo profughi.

I ragazzi dell’associazione palestinese con cui lavoravamo sono del Fronte Nazionale, una delle organizzazioni palestinesi molto forte in passato, forse oggi un pò meno, soprattutto a causa del fatto che da tempo  è bollata come organizzazione terroristica da Israele.
Ovviamente all’arrivo  siamo stati sottoposti anche noi a tutti i controlli di prassi israeliani, per fortuna senza esagerazioni al di fuori del protocollo.
All’aereoporto  la trafila è delirante, si devono passare  metaldetector infiniti, all’ufficio per i visti internazionali ti fanno una serie di domande piu o meno personali sul tuo viaggio e sui tuoi compagni di viaggio, non puoi assolutamente nominare dove stai andando, anzi non devi proprio nominare la parola Palestina ma inventarti itinerari di fantasia in Israele sperando solo che chi ti fa le domande, ti creda.
Al ritorno stessa cosa, domande infinite e  in base alle risposte che dai  ti danno  un codice a barre che indica la tua “pericolosità” .

Altri momenti critici possono presentarsi se e quando i soldati  fanno irruzione durante la notte nei campi, il che significa che non è mai sicuro dormire in un campo profughi; nel nostro campo ci sono state irruzioni notturne, ma mai nella nostra casa.

Credo che l’esperienza di un campo di lavoro come il nostro sia la giusta via di mezzo per approcciarsi ad una realtà come quella palestinese, è a mio parere il perfetto connubio tra esperienza di volontariato, attivismo politico e conoscenza di una terra.
Conoscere e vivere la palestina è difficile, nessuno di noi mai riuscirà a capire cosa significhi essere un palestinese, ma penso che il solo provarci sia doveroso.

La Palestina è una terra stupenda, una terra martoriata e  se il mondo non si muove verso di lei in un qualche modo presto diventerà una terra dimenticata, e subito dopo una terra rasa al suolo.

Ciò che più mi ha fatto soffrire, sono i bambini palestinesi.
E’ terribile quello che fanno i bambini lì, affrontano a testa alta i soldati armati fino ai denti,  tirano i sassi, crescono in frettissima e sono adulti a soli 10 anni, il loro sguardo porta dentro quello che hanno visto, quello che ancora vedranno.
I bambini non dovrebbero fare queste cose, i bambini non dovrebbero spingersi contro i soldati durante una manifestazione, non dovrebbero tirare dei sassi, non dovrebbeo sapere cos’è un ak47, non dovrebbero sapere cosa significhi portare i cadaveri dei propri genitori tra le braccia.
Non dovrebbero sapere e fare nulla di tutto ciò.

Eppure, in Palestina, i bambini lo fanno, lottano e vederglielo fare rende orgogliosi di loro, ma noi non dovremmo essere orgogliosi di questo, e questo è ciò che più fa soffrire.

Non bisogna dimenticarla la Palestina.
I palestinesi dicono che solo il mondo che li circonda, e che nella maggior parte dei casi li ignora, potrà salvarli: questo per me significa iniziare a parlare il piu possibile della Palestina, andarci il piu possibile e boicottare Israele naturalmente, anche se so quanto sia difficile un boicottaggio in una paese come l’italia.
Un boicottaggio forse per alcuni è una banalità, ma una banalità utile io penso.

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