Ceuta e Melilla: le frontiere europee che non proteggono nessuno
Le immagini arrivate da Ceuta negli ultimi giorni sembrano costruite per confermare un racconto già pronto: migliaia di persone in acqua, corpi sulle spiagge, forze di sicurezza schierate, una frontiera “sotto assedio”. In poche ore il linguaggio dell’invasione ha sostituito ogni tentativo di comprensione.
Eppure, prima ancora di chiedersi quante persone siano arrivate, bisognerebbe chiedersi perché una frontiera sia diventata un luogo dove decine di migliaia di persone si schiacciano tra loro e muoiono per attraversare pochi metri d’acqua.
Ceuta e Melilla sono due città spagnole in territorio africano, circondate dal Marocco. Sono gli unici confini terrestri tra Unione europea e Africa e rappresentano da decenni uno dei laboratori più avanzati delle politiche europee di controllo delle migrazioni: muri, recinzioni, sorveglianza militare, accordi con Paesi terzi per impedire alle persone di arrivare.
Ma la realtà che emerge da queste frontiere racconta il fallimento di questo modello.
Durante una missione a Ceuta e Melilla, all’interno del progetto Voices from the border di Melting Pot Europa e Sustainable Communication, abbiamo incontrato persone che hanno attraversato questa frontiera e organizzazioni che da anni documentano ciò che accade sul territorio. Loro più che di un “assalto organizzato” parlano di “grandi fughe”: raccontano giovani marocchini senza prospettive, persone che hanno perso il lavoro, famiglie schiacciate dalla precarietà, persone che non vedono più alcuna possibilità di costruirsi un futuro nel proprio Paese.
“Non avevo motivo di partire”, ci ha raccontato un giovane di Tétouan che aveva attraversato Ceuta nel 2021. Da bambino lavorava con il padre nel commercio informale tra Marocco e enclave spagnola. Poi la chiusura della frontiera durante il Covid, la fine di quel sistema economico e l’impossibilità di ottenere un visto hanno cambiato tutto: “L’unico modo rimasto era via mare o attraverso la montagna”.
Queste storie mostrano un elemento spesso rimosso dal dibattito pubblico: le persone non partono perché una frontiera è diventata improvvisamente più facile da attraversare, anzi è proprio il contrario. La chiusura di una frontiera spesso esaspera difficoltà e spinge tante persone a migrare.
La stessa frontiera che oggi appare come una linea da difendere è anche il risultato di decenni di disuguaglianze economiche, marginalizzazione politica e assenza di canali legali di mobilità. Quando l’unica possibilità per raggiungere l’Europa diventa affidarsi al mare, alle montagne o ai trafficanti, il problema non è chi attraversa una frontiera: è il sistema che rende impossibile attraversarla in modo sicuro.
Una parte del racconto istituzionale ha attribuito l’aumento degli attraversamenti a una recente sentenza del Tribunal Supremo spagnolo, accusata di aver “aperto” la frontiera. La realtà è molto diversa. La decisione, nata anche dal lavoro di organizzazioni come Servicio Jesuita a Migrantes, Coordinadora de Barrios e No Name Kitchen, ha semplicemente stabilito che chi arriva via mare non può essere sottoposto a respingimento sommario (rechazo en frontera), ma deve avere accesso alle procedure previste dalla legge.
Attribuire a una sentenza che tutela diritti fondamentali la responsabilità di una crisi umanitaria significa ignorare le cause profonde degli spostamenti.
Anche il ruolo del Marocco va letto senza semplificazioni. Rabat ha spesso utilizzato il controllo delle frontiere come strumento politico nei rapporti con l’Europa, alternando aperture e chiusure in base ai propri interessi geopolitici. Ma questo non cancella una realtà fondamentale: la spinta sociale esiste, ed è forte.
Le frontiere diventano così strumenti di negoziazione tra Stati, mentre le persone migranti vengono trasformate in una leva diplomatica. È uno degli effetti più perversi dell’esternalizzazione europea: delegare ad altri Paesi il controllo dei movimenti umani significa spostare la violenza fuori dallo spazio visibile dell’Unione, non eliminarla.
La stessa dinamica si è vista nel 2022 a Melilla, quando un tentativo di ingresso di migliaia di persone subsahariane si trasformò in una delle tragedie più gravi della frontiera terrestre europea: 37 vittime, circa 70 persone scomparse e almeno 470 persone respinte in Marocco dala polizia spagnola.
Eppure la risposta europea continua a essere la stessa: più muri, più accordi con governi autoritari, più strumenti militari. La logica è sempre quella di fermare le persone prima che arrivino, anche quando questo significa offrire copertura politica a Paesi Terzi contro la loro stessa popolazione oltre che ai migranti in transito, vedi Libia e Tunisia.
Questa strategia non funziona.
L’esternalizzazione non protegge davvero nessuno: non protegge le persone che partono, che continuano a rischiare la vita su rotte sempre più pericolose; non protegge chi vive nelle zone di frontiera, trasformate in spazi permanenti di tensione; e non protegge nemmeno l’Europa, che risponde a una realtà complessa con una politica sempre più violenta e miope.
Ceuta e Melilla non sono la prova di un’Europa assediata. Sono la prova dei limiti di un’Europa che ha scelto di difendere i propri confini senza affrontare le ragioni per cui quei confini vengono attraversati.
La vera alternativa non è aprire o chiudere una frontiera. È costruire un sistema in cui muoversi non significhi necessariamente rischiare la vita. Dove esistano vie legali, protezione e responsabilità condivise.
di Nicoletta Alessio
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